Manuale del Corso — Consulente del Sonno 1001nanna®
🔒 Documento riservato ai partecipanti del corso · © 1001nanna® · Vietata la riproduzione
Blocco 1

Teoria — Lo sviluppo del sonno infantile

Sibylle Lüpold · Traduzione e adattamento italiano: Gioia Quattroventi

Introduzione

Quali sono le tue aspettative nei confronti del corso?

Che cos’è 1001nanna?

1001nanna è una consulenza del sonno olistico-onnicomprensiva, orientata alla creazione di un legame di fiducia. Non fornisce trucchi magici bensì una base valida per lo sviluppo duraturo del sonno e del legame genitore-figlio. Lo sviluppo del sonno del bambino dura circa 3 anni oppure, appunto, 1001 nanne (3x365 = 1095).

Non tutti i genitori accoglieranno questo concetto con atteggiamento positivo (comparazione medicina tradizionale – medicina alternativa). In alternativa esiste anche la tradizionale consulenza del sonno con terapia comportamentale come per esempio “Ogni bambino può imparare a dormire” (metodo Ferber) che si basa su misure di condizionamento con le quali si ottengono solo “successi” di breve durata e che inoltre possono aver ripercussioni sullo sviluppo emotivo del bambino nonché sul suo legame con i propri genitori. Il concetto 1001nanna invece consiste in un approccio a misura di bambino che rinforza a lungo termine tutta la famiglia.

Scopi della consulenza del sonno olistico-onnicomprensiva:

a breve termine a lungo termine
Creazione di un rapporto di fiducia tra consulente e genitore Valorizzazione degli sforzi dei genitori Trasmissione di conoscenza e di sicurezza Dare una scelta di possibili approcci Messa a disposizione di informazioni e consigli utili Dare più tranquillità alla situazione del sonno in famiglia Perseguimento e ottenimento di piccoli traguardi! Trasmissione di pazienza e di fiducia Sostegno a lungo termine per la famiglia Aumento futuro e duraturo della qualità del sonno In assenza di traumi: Addormentamento e sonno facile e ininterrotto dopo circa 3 anni (con o senza il “co-sleeping”) Forte legame bambino-genitore, buona base di fiducia, solida base emotiva Famiglia soddisfatta a lungo termine

Considerato a breve termine, questo concetto richiede un impegno più grande rispetto a quello dei metodi della terapia comportamentale, ma a lungo andare porterà risultati preziosi.

ll concetto di 1001nanna

Le consulenze del sonno basate sul concetto 1001nanna sono

I bambini sono complicati?

Torna indietro nel tempo e ricordati com’erano le notti e il sonno quando eri bambino/a. Quali sono le immagini e i sentimenti che compaiono? Quali sono i suoni, le impressioni, gli odori che ti vengono in mente? Chi ti era vicino di notte? Cosa facevi quando non riuscivi ad addormentarti? Hai mai avuto problemi di sonno in vita tua?

Come dormi oggi? Cosa ti serve per poter dormire bene? In quali condizioni non riesci a dormire per niente?

I genitori pensano spesso che i loro bambini siano complicati in termini di sonno. Ma se ci richiamiamo in mente le condizioni necessarie che servono a noi stessi per poter dormire bene, capiamo che di solito siamo molto più complicati dei nostri bambini. Tra le altre cose, gli adulti hanno bisogno di:

Contrariamente ai bambini, gli adulti possono gestire la loro situazione sonno a seconda dei loro bisogni. I bambini invece necessitano che i genitori creino loro un ambiente favorevole in cui si sentano a proprio agio e riescano facilmente ad addormentarsi/a dormire.

Disturbo del sonno infantile: Qual è il problema?

La società insonne

Nel mondo occidentale i disturbi di sonno sono molto diffusi tra gli adulti e in forte aumento nel corso degli ultimi anni, come dimostra uno studio tedesco del 2017. Secondo lo studio, l’80% dei lavoratori dorme male, il 10% soffre di gravi disturbi di sonno.

La rivista svizzera “Schweizer Beobachter” ha riportato l’articolo seguente:

Ha dormito bene? E abbastanza? Si sente fresco e riposato? Se sì, Lei fa parte dei pochi fortunati. Per la maggior parte delle persone non è così: Hanno problemi ad addormentarsi, si risvegliano a più riprese durante la notte, sono stanchissimi la mattina, si concentrano male durante la giornata e non si sentono equilibrati. (…) I motivi per questo sono palesi: Ci stiamo avviando verso una società attiva 24 ore su 24. Negozi, ristoranti, offerte di sport e di svago, mezzi di trasporto, media, amici e conoscenti nella chat – tutto questo, oggigiorno, è disponibile quasi 24 ore su 24. Questo scardina il naturale ritmo giorno-notte. Durata e intensità di sonno ne soffrono – e tutto questo viene definito con il termine sregolamento biologico.

Quando i genitori di bambini piccoli accusano mancanza di sonno, questi problemi non sono dovuti unicamente al fatto che il bambino si svegli spesso di notte. In molti casi, i genitori già dormivano male prima della nascita del bambino oppure conducono una vita poco sana, in modo che l’affaticamento ha anche altre motivazioni che però non sempre vengono percepiti.

La nostra società è diventata una società di prestazione tesa e iperattiva. La maggior parte delle persone non ha né tempo né la capacità di rilassarsi regolarmente ed è continuamente sotto alta pressione personale e professionale: Aggiungiamo a tutto questo un bebè con bisogni 24/24 senza una rete di sostegno a disposizione, l’affaticamento è più che comprensibile.

Disturbo del sonno infantile oppure aspettativa errata?

Presunti “disturbi del sonno” rappresentano uno dei motivi più frequenti per cui i genitori cercano aiuto professionale. Fonti scientifiche rivelano che il 25% dei bambini piccoli e il 50% dei bambini in età scolastica soffrono almeno temporaneamente di disturbi del sonno.

Secondo il parere di 1001nanna invece, nella maggior parte dei casi non si tratta di disturbi del sonno in senso medico bensì di condizioni di sonno poco favorevoli e aspettative inadatte allo stato di sviluppo del bambino.

Ciononostante, in qualità di consulente è importante che ti assicuri che (va chiesto quindi prima ai genitori!) il pediatra abbia escluso eventuali motivi fisici che potrebbero essere alla causa del problema del sonno. Ciò non significa che bisogna chiedere consiglio al pediatra circa il comportamento del sonno del bambino, ma che devi assicurarti che il bambino in questione sia fisicamente sano.

Se vuoi approfondire l’argomento dei disturbi del sonno con causa medica nei bambini, leggi l’articolo “I disturbi del sonno nel bambino” di Franco Cordelli, 1997. Questi tipi di disturbo del sonno non saranno oggetto delle tue consulenze, ma non nuoce esserne a conoscenza. Sono abbastanza frequenti invece le seguenti cause fisiche:

… … … … …

Inoltre, dovresti conoscere i seguenti tipi di disturbo del sonno:

Insonnia primaria e secondaria (degli adulti)

In Europa centrale, molti adulti soffrono di insonnia, ovvero fanno fatica ad addormentarsi oppure a dormire senza risvegli notturni. Sono particolarmente soggette persone con malattie fisiche o psicologiche, per esempio le depressioni. Dolori, medicinali oppure determinati prodotti alimentari possono influenzare il sonno. In caso non si trovi il motivo concreto per il disturbo, si parla di insonnia primaria. Da tempo si presume che questi pazienti hanno sviluppato un cosiddetto hyperarousal, ovvero uno stato di sovreccitazione che si può manifestare in forma cognitiva (troppi pensieri, rimuginare), emotiva (troppe emozioni negative) oppure fisiologica (alto livello di cortisolo).

L’insonnia è curabile con medicinali oppure con la terapia comportamentale. Grande successo si può ottenere applicando la restrizione del sonno che consiste nella forte riduzione del tempo che il paziente passa nel letto. La stanchezza così creata facilita l’addormentamento e il riposo notturno. Dopo due settimane, la quantità di sonno viene di nuovo aumentata gradualmente. Contrariamente a quanto vale per i bambini, un training del sonno che consiste nel nuovo apprendimento all’addormentamento, può essere un’opzione valida per gli adulti.

Parasonnie infantili

Nel bambino si manifestano soprattutto tre forme:

Il bambino si sveglia poco dopo essersi addormentato oppure nella prima metà della notte e grida forte. Spesso ha gli occhi aperti, battito cardiaco e frequenza respiratoria sono accelerati. A volte ha delle allucinazioni. Non reagisce alle parole e non si riesce a svegliarlo, cosa che i genitori non dovrebbero nemmeno cercare di fare. Dovrebbero accertarsi che il bambino non si riesca a far del male e rimanergli vicino finché non si sia riaddormentato. Il pavor nocturnus si manifesta nella fase del sonno profondo. L’indomani mattina il bambino non ricorda niente.

Contrariamente al pavor nocturnus, gli incubi si manifestano durante la fase REM e quindi più frequentemente nella seconda metà della notte. Si riesce a svegliare i bambini, li si può consolare e loro raccontano i contenuti spaventosi o orripilanti del sogno. Gli incubi sono spesso la conseguenza di stress psicologico. Disegnare i contenuti dei sogni può aiutare i bambini. Dopodiché è utile che riflettano su chi o che cosa li possa proteggere nel sogno. E anche questa “creatura protettiva” viene aggiunta al disegno. Ora ci si inventa un andamento alternativo dello stesso sogno. Per esempio, la creatura protettiva aggiunta scaccia la figura cattiva del sogno. Questo nuovo sogno privo di emozioni negative viene raccontato tante volte in maniera che il bambino lo assimili e pian piano l’incubo scompare.

I bambini affetti da questo disturbo mostrano movimenti stereotipati, per esempio sbattono la testa contro il muro oppure contro la ringhiera del lettino oppure dondolano con tutto il corpo. Può perdurare da pochi secondi fino a una trentina di minuti. La medicina tradizionale lo considera patologico solo dopo il 4° o 5° anno di vita. Visto che tali movimenti stereotipati si manifestano soprattutto nei bambini che dormono da soli, si potrebbe trattare di un’autoregolazione per ridurre le tensioni. Per maggiori informazioni vedi la nota a piè di pagina.

Il laboratorio del sonno di Zurigo (Zürcher Schlafsprechstunde) ha un ruolo guida in merito al comportamento infantile del sonno e al trattamento dei disturbi del sonno infantile. È importante che tu conosca il metodo di lavoro applicato durante questi “colloqui del sonno infantile”.

Leggi quindi l’articolo “Disturbi del sonno” (Schlafstörungen) di Oskar Jenni e Caroline Benz (sono i successori del professor Remo Largo) e rifletti su cosa trovi positivo e cosa trovi negativo nel metodo di consulenza di Zurigo. Puoi scaricare l’articolo in formato pdf da internet (vedi nota a piè di pagina).

Il parere degli esperti

L’articolo “Addormentarsi bene” (tiolo originale: Gut ins Bett) si riferisce all’atteggiamento tutt’ora diffuso tra i professionisti in merito al sonno dei bambini e alle paure legate ad esso. Leggi il passaggio seguente preso dall’articolo e rifletti di poi sulle domande sotto indicate:

Disturbo del sonno come sintomo?

Secondo uno studio panoramico del 2007, tra il 60 e l’80 per cento dei bambini in età compresa tra i quattro e i dodici anni riferisce di avere tali paure. Spesso i genitori ne sottovalutano l’intensità, spiega l’autrice Jocelynne Gordon, psicologa della Monash University di Melbourne in Australia. Nel 20-30 per cento dei casi, le paure sono da considerarsi serie, mentre più o meno nel 10 per cento dei casi c’è un disturbo di paura da curare. Questo corrisponde all’esperienza di Leonie Frick*, che perciò combina spesso la terapia del sonno con una psicoterapia per affrontare le paure. “I disturbi del sonno in questi casi rappresentano spesso solo un sintomo mentre il vero problema da curare è un disturbo d’ansia.”

A fronte di ogni tipo di paura, l’importante è dare sufficiente importanza ai timori infantili e reagire fino ad un certo punto. Se il bambino ha paura dei mostri, non nuoce dare una controllatina sotto il letto oppure nell’armadio prima di andare a dormire – anche i nostri antenati si assicuravano che vicino al posto in cui dormivano non ci fossero serpenti o animali velenosi!

Molti bambini si consolano anche bene con un pupazzo “protettivo”. Secondo il pediatra e psicanalista Donald Winnicott (1896-1971), il pupazzo può fungere da “oggetto di transizione” e sostituire per i bebè (non prima del 4° mese compiuto) e i bambini piccoli la mamma temporaneamente assente. Per questo motivo, i terapisti del sonno della scuola di Tubinga hanno introdotto nei loro programmi di training un „leopardo magico“. Quest’ultimo possiede delle macchie magiche che il bambino stesso può “caricare”. Per rinforzare la sua funzione, è utile giocare molto con il pupazzo anche di giorno e sottolineare la sua forza.

Luce notturna contro i mostri

Anche una luce notturna che i bambini possono accendere da soli dà sicurezza. In caso di ripetute “visite” da parte di mostri, i bambini dovrebbero avere la possibilità di “elaborare” la loro paura di giorno, disegnando il mostro per esempio e dandogli così delle caratteristiche positive (…).

Simile a noi adulti, anche i bambini cercano di evitare le situazioni che mettono loro paura. Per ridurre le paure, in certi casi aiuta affrontarle passo dopo passo, afferma Frick. I bambini che vogliono dormire con i genitori perché altrimenti hanno paura, possono dormire in un primo momento nella camera dei genitori, ma nel proprio letto. Poi si aumenta gradualmente la distanza. Per ogni progresso si possono dare punti bonus per i quali i piccoli “eroi” poi possono ottenere delle ricompense.

Anche Angelika Schlarb** consiglia cautela in caso di paure. Con l’utilizzo del metodo Ferber o simili, i bambini in questione potrebbero addirittura sviluppare dei sintomi di depressione. Perché quello che imparano: “Il rifiuto non serve a niente!” In ogni caso bisogna aspettarsi delle ricadute, visto che il vero motivo del disturbo del sonno non viene eliminato.

Per affrontare le paure di separazione, l’esperta propone anche delle soluzioni non convenzionali: Per esempio, se i bambini sono già un po’ più grandi (dai 3 anni in su), la madre si può legare al polso un filo di lana che arriva fino al letto in cameretta. In tal modo il bambino rimane legato alla sua mamma ma impara a dormire nella propria cameretta. Anche in questo caso il bambino ottiene una ricompensa se durante la notte non tira al filo.

Tanti genitori non sanno con certezza se il loro bambino non vuole andare a dormire per paura o per puro capriccio. E proprio per questo conviene rivolgersi ad un terapeuta, spiega Schlarb, che può aiutare a determinare qual è il motivo prevalente: Paura o potere. Ma anche i giochi di potere hanno il proprio senso: “I bambini devono provare cosa possono ottenere – e naturalmente lo fanno in primo luogo con i genitori”, dice la terapeuta. In questo modo sperimentano l’autoefficacia, la base per una buona autostima e, secondo gli scienziati, l’elemento decisivo per il comportamento futuro del bambino di fronte ad esperienze negative e crisi. Per cui, secondo Schlarb, è fondamentale dare al bambino durante la giornata abbastanza opportunità per vivere la propria autoefficacia. Su questa base poi si può affrontare anche il rispetto coerente di regole e limiti.

* Leonie Frick è psicoterapeuta e professionista del sonno all’Università di Cologna in Germania

** Angelika Schlarb è psicologa all’Università di Tubinga in Germania

Domande relative all’articolo:

I miti relativi al sonno

Nonostante le conoscenze scientifiche in merito allo sviluppo del sonno nel bambino, persistono tanti miti che rendono i genitori poco sicuri. Sicuramente anche tu ne conosci alcuni.

La maggior parte dei genitori riceve purtroppo (anche da parte di professionisti) tanti consigli contrastanti e deve poi cavarsela nella giungla delle informazioni disponibili. Con il primo figlio, quasi tutti i genitori sono insicuri, non sapendo cosa li aspetta. Solo dopo aver fatto (nella migliore delle ipotesi) l’esperienza che alla fine tutto si risolve, possono affrontare l’argomento con più nonchalance. Una parte fondamentale della consulenza del sonno consiste nell’aiutare i genitori a filtrare le informazioni giuste dalla gran quantità data e distinguere tra consigli sensati e tecnicamente corretti e non. Si cerca di fare in modo che i genitori analizzino con occhio critico i consigli che non sembrano congrui e che trovino la strada verso la propria intuitività. Nessuna famiglia deve adattarsi ad una norma data, bensì trovare piuttosto la strada più adatta alla propria situazione.

La paura di viziare il bambino

Nonostante i risultati consolidati di decenni di ricerca nel campo della didattica, i genitori mostrano ancora la paura ben radicata di dare troppa attenzione al loro bambino. L’origine di questa paura sta nello stile educativo autoritario del nostro passato che si è trasmesso di generazione in generazione come il miglior modello di educazione. Sebbene questa paura di viziare il bambino influenzi tuttora la relazione di molti genitori con i loro figli (in modo più inconsapevole che consapevole), non esiste una definizione comunemente accettata. Quindi, molti genitori sono spesso incerti e si pongono diverse domande: posso andare dal mio bambino se mi chiama o lo lascio aspettare, posso prendere il bambino in braccio, confortarlo o allattarlo quando piange o deve imparare a calmarsi da solo? Molti genitori non hanno un comportamento coerente: a volte sono affettuosi, pieni di cure e a volte hanno un atteggiamento di distanza nei confronti del loro bambino. La maggior parte dei genitori tende a soddisfare i bisogni del loro bambino in modo puramente intuitivo fino al momento in cui attivano il loro intelletto con tutte le sue dottrine contradditorie. In quel momento prendono le distanze con il loro bambino e temono che il comportamento “cattivo” verrà così intensificato se rispondiamo sempre immediatamente al loro richiamo. Esattamente questo allontanamento fisico ed emotivo rende difficile costruire un legame sicuro tra genitore e figlio e di conseguenza un clima familiare armonioso.

Si può viziare un bambino?

La psicologa infantile Theresia Herbst dice al riguardo:

Rispondere immediatamente ai bisogni dei bambini non vuol dire viziarli. Ma intuire e comprendere il proprio figlio differisce dal viziarlo e dall´iperproteggerlo, nel senso che i genitori attenti aumentano l’indipendenza dei loro figli e promuovono le loro capacità comunicative. I neonati e i bambini piccoli non possono controllare da soli la soddisfazione dei loro bisogni e sono dipendenti dalla co-regolazione (l’aiuto nel calmare e sopportare le emozioni sgradevoli) della persona che si prende cura di loro. La capacità di autoregolarsi viene appresa attraverso le diverse esperienze di co-regolazione con la persona che gli accudisce. Se questa co-regolazione manca e il neonato viene lasciato da solo in preda ai pianti di panico, questo può avere influenze negative sul suo sviluppo cerebrale. Considerando che nei primi anni di vita si formano la fiducia e l’autostima di base, non si può viziare un neonato.

Non prestare attenzione ai segnali di un bambino piccolo porta innanzitutto al fatto che esso si lamenti. L’esperienza in cui, durante la fase di addormentamento, un bambino viene lasciato piangere da solo fino a che si addormenta esausto, non viene vissuta come un processo di apprendimento ma come una perdita di fiducia: “i miei genitori non si prendono cura di me, quando ho bisogno di loro”. Qui e importante capire che l’apprendimento e lo stress o la paura si escludano a vicenda. Gli esseri umani, in particolar modo i bambini, possano veramente essere in grado di imparare solamente se sono in un ambiente rilassato o piacevolmente teso. Alcuni bambini si adattano alle aspettative dei genitori e smettono di far vedere i loro bisogni, paure e difficoltà, ma come hanno dimostrato le ricerche, lo fanno a scapito del loro sano sviluppo emotivo e anche neurologico.

Karl-Heinz Brisch, il principale esperto tedesco nei legami emozionali, spiega che nei bambini che vengono ignorati e lasciati piangere, si radica il sentimento di essere soli e impotenti. Poiché questa situazione è, per i bambini piccoli, insopportabile, si dissociano, il che significa spengersi interiormente. I cosiddetti bebè “bravi” o “facili da curare” che si addormentano di notte da soli non sono necessariamente da invidiare, se questo “successo” e dovuto a metodi educativi di tipo mancare di attenzioni o ignorare i bisogni di esso.

Il medico svedese Nils Bergman è stato in grado di dimostrare chiaramente, sulla base di risultati di ricerca misurabili, che i bambini che dormono apparentemente tranquilli, separati dalle loro madri, si trovano in uno stato enorme di stress. Il bambino ha scelto il blocco (riflesso di sembrare morto/dello stallo/retrazione) come risposta logica alle situazioni oppressive - una delle tre possibili reazioni di un essere vivente ad una minaccia. Le altre due possibilità, la lotta e la fuga non sono disponibili al neonato. I segni di stress allarmanti nell’organismo di un bambino non sono visibili ma misurabili. Secondo Karl-Heinz Brisch questo cosiddetto “blocco rigido” è “un’esperienza emotivamente traumatica con possibili effetti sulla vita successiva”.

Un bambino sano si comporta istintivamente

Per capire il comportamento di un bambino piccolo, dobbiamo riconoscere che i bebè moderni si comportano esattamente come i bebè dell’età della pietra di 200.000 anni fa, i quali restavano per molti mesi o anni al solo contatto diretto fisico nel buio della notte con la persona che li accudiva, per evitare di essere mangiati o di congelare. La reazione naturale di un bambino piccolo che rimane solo (di notte) è il panico o il tentativo di cercare la protezione della persona che si prende cura di lui. Se questa e vicina, allora il bambino piange per essere preso in braccio, ma se questa è lontana (o non percepibile) allora sceglie il blocco, per non attirare l’attenzione di possibili nemici. Un bambino piccolo non sa che si trova in un posto sicuro e caldo - si comporta istintivamente, esattamente come facevano i nostri antenati (come in gran parte della nostra storia) per assicurare la loro sopravvivenza. Solo quando il cervello ed alcune delle sue parti si svilupperanno per la ragione e la comprensione, allora, un bambino potrà essere in grado di comportarsi in modo razionale.

La mancata attenzione danneggia lo sviluppo del cervello

Il cervello dei bambini che vengono ignorati in situazioni di stress o lasciati da soli, può registrare danni se questo capito spesso. Nel cervello vengono attivati gli inibitori del dolore, che sono molto simili a quelli del dolore fisico. I sistemi di risposta allo stress del cervello sono così permanentemente programmati sull’ipersensibilità. Un possibile effetto a lungo termine della ripetuta ansia da separazione è quindi una maggiore sensibilità allo stress nell’età adulta, con una maggiore fragilità alla depressione, disturbi d’ansia, malattie legati allo stress e dipendenze. Nei bambini, che non sono stati confortati nel dolore, alcune parti del cervello (come l’ippocampo) sono più piccole. Le scansioni del cervello hanno mostrato che l’ippocampo di un bambino molto stressato assomigli a quello di una persona anziana. Alcuni scienziati valutano lo stress della prima infanzia come un fattore di rischio per l’invecchiamento precoce di quella parte del cervello. Ci sono anche altre sofferenze corporali attribuiti allo stress della prima infanzia, come l’esperto di bambini Sunderland descrive: le malattie respiratorie e cardiache, disturbi digestivi, insonnia, pressione alta e molte altre ancora.

Crescere in un legame sicuro ha molti vantaggi

La situazione in cui un bambino non viene curato quando ha bisogno (per paura di viziarlo), non è vantaggiosa né per esso e né per i genitori – al contrario. Con la sua tensione interiore, il bambino lasciato da solo ha due opzioni: s’impegna di più per ricevere quello di cui ha bisogno (piangendo, lamentandosi di più o comportandosi in maniera “difficile”). Questa, dal punto di vista degli esperti, è la più sana (anche se per i genitori è sconfortevole accettarlo). Un bambino che si arrende, che si adatta e apparentemente sembra cooperare, rimane con un livello interno di stress che non può gestire ma solo sopprimere. Questo cerca poi un modo di sfogo su un altro piano.

I bambini, invece, che sono presi sul serio e curati con amore (anche se a volte non si capisce perché essi siano insoddisfatti) imparano gradualmente comprendere i loro bisogni in modo appropriato. “I bambini che crescono con un legame sicuro, possono già all’asilo affrontare meglio le situazioni difficili e lo stress”, dice Karl- Heinz-Brisch. Hanno, per esempio, più strategie per affrontare queste situazioni, sono in grado di ottenere aiuto e provano empatia verso gli altri. Brisch continua: “Ci sono altri vantaggi che i bambini hanno, quando crescono con un legame sicuro. Hanno, per esempio, un migliore sviluppo del linguaggio, della memoria e dei metodi d’apprendimento, più creatività, flessibilità e possono risolvere meglio i compiti.” Il comportamento sociale non può essere insegnato. L’empatia e il tener conto degli altri devono essere esemplificati dai genitori prima che un bambino possa acquisire queste qualità. Secondo Brisch, un bambino deve prima sperimentare che i propri sentimenti sono percepiti, presi sul serio e ricevano una risposta. O in altre parole: se i genitori vogliono che il loro bambino diventi una persona socievole, resistente allo stress, devono dargli un affetto incondizionato.

Le notti dei bambini in altre culture

Le aspettative della nostra società nei confronti dei primi passi di sviluppo in età infantile quali camminare, parlare, andare sul vasino, di solito combaciano con la realtà, per cui solo raramente rappresentano un fattore di stress per i genitori. Mentre per quanto riguarda il sonno, il divario tra aspettativa e realtà è enorme.

La psicologa dello sviluppo tedesca, professoressa Heidi Keller, ha osservato per anni le mamme in altre culture e ha posto loro tra l’altro le seguenti domande:

Quando si aspetta che un bambino dorma tutta la notte senza svegliarsi?

I numeri a sinistra sono i mesi. Gli Nso sono un popolo indigeno di cacciatori e raccoglitori in Africa.

Quando si aspetta che un bambino dorma da solo?

I grafici di Keller (che, tra l’altro, non sono mai stati pubblicati ufficialmente e sono quindi protetti! Vedi nota a piè di pagina numero 12) dimostrano chiaramente il motivo per cui solo nelle culture occidentali conosciamo disturbi infantili del sonno, anche se tutti i bambini del mondo dormono nella stessa maniera. Mentre i genitori in Germania oppure in America sono sconvolti se il loro bambino a 6 mesi non è ancora in grado di dormire da solo oppure di dormire senza risvegli, i genitori in India o in Costa Rica non ci pensano nemmeno, perché se lo aspettano – semmai – molto più tardi. Molto interessanti sono anche le differenze all’interno di una stessa cultura, a seconda del fatto se la famiglia vive ancora all’antica (zona rurale) oppure segue già il ritmo della vita moderna (città). Ma questo non è sempre così: Il Giappone, per esempio, nonostante l’enorme progresso tecnologico e il benessere, ha mantenuto la tradizione del dormire insieme (co-sleeping). Per maggiori informazioni vedi capitolo 8.

Pregasi leggere anche l’articolo “Come dormono i bambini umani” (pubblicato nel Magazin “unerzogen”, 2/2015). Lo trovi qui: www.1001nanna.it/concetto

Il sonno dell’essere umano

Il sonno è fondamentale per la nostra vita

Lo studio del sonno è una scienza relativamente giovane la cui importanza è in aumento. In cosiddetti laboratori del sonno si misurano i flussi del cervello con l’aiuto di elettrodi fissati alla testa. Grazie a questi elettroencefalogrammi (EEG) si riesce a determinare l’attività del cervello che dorme. Allo stesso tempo si misurano la respirazione, il russamento, l’ossigenazione del sangue, il battito del cuore, la pressione sanguinea e i movimenti degli arti e degli occhi. Il sonno viene influenzato dai sistemi ormonale, immunitario, coronario, dalla respirazione e dalla digestione.

Il sonno è fondamentale per la vita. Di notte ci rigeneriamo in termini spirituali e fisici, rinforziamo le difese immunitarie ed elaboriamo gli stimoli diurni. In caso di mancanza di sonno, nascono temporaneamente gravi problemi psico-fisici finché l’organismo non riesce più a resistere alla pressione del sonno. Le persone affette dalla malattia genetica fatal familiar insomnia a un certo punto non dormono proprio più e muoiono nel giro di pochi mesi.

Dato che la moderna società di prestazione ha delle aspettative sempre più alte nei confronti dei lavoratori, un sonno risposante e “funzionale” diventa sempre più importante. Allo stesso tempo, sempre più persone soffrono di sonno cattivo o insufficiente. La durata e la qualità del risposo notturno dipendono non solo da fattori esterni quali rumorosità o fattori comportamentali (alcool, stress, abitudini alimentari oppure turni di lavoro) ma anche da fattori genetici, organici oppure psicologici. Il sonno è un processo molto complesso e spesso facile da compromettere.

Secondo gli scienziati, piuttosto che concentrarsi unicamente sul sonno notturno, bisognerebbe modificare il modo di vivere di giorno ed introdurre di nuovo il sonno diurno sotto forma regolare del powernapping ed ancorarlo nuovamente come tradizione nella nostra società.

La composizione del sonno

I cicli del sonno

Il sonno dell’essere umano si divide in cicli di profondità diversa. Per un neonato un ciclo ha una durata di circa 50 minuti, per un adulto di circa 90 minuti. Tra un ciclo e l’altro ci svegliamo brevemente. Mentre gli adulti spesso non si accorgono delle fasi di risveglio oppure si riaddormentano subito, i bambini piccoli di solito hanno bisogno di aiuto per riaddormentarsi. Come tante altre funzioni organiche, anche il sonno segue un ritmo circadiano (ovvero ha una durata di circa 24 ore). All’interno dell’utero e nei primi mesi dopo la nascita invece prevale un ritmo ultradiano con delle fasi corte di sonno e di veglia nel giro delle 24 ore. Nel corso del primo anno di vita un bambino sposta il suo sonno sempre di più nella notte e intorno al primo anno di vita si limita a solamente uno o due sonnellini diurni.

Il sonno comprende circa 4 o 5 cicli successivi

Un ciclo di sonno ha una durata di circa 90 minuti e consiste in stadi REM e non REM. Nella prima parte della notte prevalgono le fasi di sonno profondo. Nella seconda metà della notte le fasi di REM durante le quali sogniamo tanto.

Fonte: NATURE REVIEWS NEUROSCIENCE NZZ-INFOGRAFIK/efl.

L’architettura del sonno è chiara e consiste in una sequenza di singole fasi di sonno leggero, sonno profondo e sonno accompagnato da sogni che si ripetono. Si distingue tra il sonno non REM (le varie fasi di sonno leggero e profondo, vedi stadi 1-3 nella figura) e il sonno REM (rapid eye movement).

Nell’essere umano, in una notte di sonno si susseguono normalmente da quattro a cinque cicli che vanno dal sonno leggero al sonno REM passando per il sonno profondo.

I bambini dormono in modo diverso! I neonati, dopo essersi addormentati, passano sempre circa i primi 20 minuti nella fase REM, facilmente disturbabile, per cadere poi nel sonno profondo. In questo primo periodo è difficile metterli semplicemente giù nel lettino. Genitori con esperienza sanno che non possono appoggiare il bambino prima che si trovi nella fase di sonno profondo. Con il tempo, questo passaggio avviene sempre più velocemente e, nel migliore dei casi, l’addormentamento avviene sempre più velocemente. I bambini con ottimi sensori si accorgono subito quando non sono più a contatto fisico con la persona di riferimento (mancanza di calore, odore, battito di cuore, movimento etc.…) e si svegliano. Questo può essere molto stressante per i genitori ma, dal punto di vista dell’evoluzione, è un comportamento molto intelligente del bambino!

La regolazione sonno-veglia

La regolazione sonno-veglia è sottoposta

Il processo circadiano e l’omeostasi maturano nei primi mesi di vita e determinano reciprocamente le loro funzioni. Diversi studi hanno dimostrato che la frequenza cardiaca, la temperatura corporea e la produzione di ormoni seguono un ritmo di 24 ore già all’interno dell’utero, un ciclo sincronizzato con quello della madre. Questi cicli della durata di 24 ore si consolidano nel corso delle prime settimane di vita. La regolazione sonno-veglia omeostatica invece compare solo in un secondo momento. In altre parole: I neonati e i piccoli lattanti non accumulano ancora nessun debito di sonno durante la fase di veglia e non compensano il tempo di veglia con il sonno profondo o più lungo. Per questo motivo, rimanere svegli più a lungo per loro non comporta nessuna successiva fase di sonno più lunga. Solo con la regolazione omeostatica che avviene dopo il secondo mese di vita, i lattanti sono in grado di alternare fasi più lunghe di veglia attenta di giorno con tranquille fasi di sonno di notte. Questa capacità è un segno di maturazione progressiva del cervello e rende possibile lo svolgimento di compiti di sviluppo nei primi mesi di vita, per esempio, l’interazione con le persone di riferimento.

Il sonno non REM

Per circa metà della notte ci troviamo nelle fasi di diversa profondità non-REM. Ne fa parte anche il sonno profondo che si manifesta piuttosto nella prima fase della notte. Durante questa fase i muscoli sono distesi e il cervello per la maggior parte schermato da stimoli circostanti. Perciò è difficile svegliarci, ad eccezione delle mamme di neonati: Esse, al richiamo del bambino, di solito si svegliano anche dal sonno profondo perché i loro sensori sono impostasti diversamente. Se il bambino dorme vicino alla propria mamma, le fasi di sonno della mamma si adattano a quelle del bambino.

In questo modo, dormendo insieme, le mamme vengono svegliate solo raramente dal sonno profondo. Molte riferiscono che si svegliano poco prima del richiamo del bambino. Se attaccato subito al seno, il bambino probabilmente continua a dormire senza svegliarsi completamente.

Durante il sonno profondo vengono liberati gli ormoni della crescita, cosa che favorisce lo sviluppo fisico dei bambini nonché i processi di riparazione e di rigenerazione in tutte le persone.

Il sonno REM (Rapid Eye Movement)

Un bambino che dorme nella pancia della mamma si trova quasi unicamente nella fase REM, i bambini neonati ancora per il 50% del tempo. Nel corso della vita, la parte di sonno REM diminuisce pian piano: All’età di due anni si è già ridotto della metà e per l’adulto rappresenta solo circa il 20-25%; in età avanzata solo il 15%.

Lo schema delle correnti cerebrali durante la cosiddetta fase dei sogni assomiglia in maniera sorprendente allo stato di veglia. Anche il consumo energetico è quasi identico. Nel sonno attivo o paradosso, come viene anche chiamato il sonno REM, gli occhi si muovono rapidamente. Anche il respiro è accelerato. Chi viene svegliato in quella fase probabilmente si ricorda un sogno fantasioso. La percentuale di sonno REM aumenta nella seconda metà della notte.

Gli scienziati suppongono che questo sonno attivo serva soprattutto ai processi di apprendimento. Più alto il livello di sviluppo di un mammifero, più alta la percentuale di sonno REM. Con l’avanzare dell’età, le persone dormono sempre di meno e passano sempre meno tempo nella fase REM – ad eccezione delle mamme (che allattano al seno), la cui architettura di sonno si adatta a quella del bambino. Anche loro, quindi, passano di nuovo più tempo nella fase REM. Il motivo ne potrebbe essere che anche le mamme devono imparare e memorizzare tante cose nuove.

Per parecchio tempo si supponeva che i lattanti nella fase REM fossero protetti dalla morte infantile improvvisa e che soprattutto le fasi di sonno profondo fossero pericolose. Studi recenti invece dimostrano che non è così. A quanto pare, molti bambini muoiono di SIDS verso mattina, nel corso di una fase REM (vedi capitolo 8.4).

La funzione del sonno

Perché dormiamo?

Mentre tempo fa si pensava che il nostro cervello durante il sonno fosse “spento”, sappiamo oggi che il sonno è una prestazione estremamente attiva del nostro organo di controllo. Ma gli scienziati non sono ancora riusciti a spiegare l’esatto motivo per cui abbiamo bisogno di dormire regolarmente per essere sani e prestanti. Crescita e rigenerazione sono solo parte della spiegazione. Anche la difesa immunitaria è a pieno regime e i processi di guarigione sono accelerati nella persona che dorme.

Un'altra funzione del sonno è quella di ancorare i contenuti di memoria. Mentre dormiamo, il cervello si stacca dal mondo intorno e si dedica alle funzioni interne. Nel sonno profondo, i contenuti di apprendimento acquisiti durante la giornata vengono divisi per importanza e poi interconnessi con emozioni e salvati definitivamente durante la fase REM.

Senza sonno non c’è memoria

Mentre dormiamo, i contenuti della memoria di breve termine passano nella memoria di lungo termine. Diversi studi hanno dimostrato che un contenuto imparato si ricorda meglio se la persona sotto test aveva la possibilità di dormire immediatamente dopo l’apprendimento. Questo vale già per il primo anno di vita ed in modo particolare nel caso di contenuti emotivi seguiti da sonno REM; Il sonno, in questo caso, funge come una sorta di amplificatore del sentimento.

Il sonno non-REM aiuta a memorizzare contenuti nuovi mentre il sonno REM aiuta nell’apprendimento di nuove abilità. Se in fase di veglia un determinato punto della corteccia cerebrale viene stimolato particolarmente, nel riposo successivo l’EEG mostra proprio in quel punto un aumento di sonno profondo. Ciò vuol dire che è sensato dormire subito dopo lo studio per ancorare le informazioni il più possibile nella memoria di lungo termine. Dopo un’esperienza traumatica invece, potrebbe essere consigliabile aspettare ad andare a dormire il più possibile per impedire la memorizzazione delle esperienze dolorose e cariche di paura.

Ciò significa che dormiamo, tra le altre cose, per ricordarci! Questo risultato impressionante della ricerca mostra l’importanza dell’accompagnamento amorevole di un bambino nel momento dell’addormentamento. Se le persone di riferimento del bambino nei suoi primi anni di vita sono affidabilmente presenti tutte le sere, il sonno successivo rinforzerà particolarmente i sentimenti quali essere amati, protetti e rassicurati. Un bambino invece che poco prima di addormentarsi vive ripetutamente paura, impotenza, solitudine, probabilmente memorizzerà a lunga durata proprio questi sentimenti negativi.

Dormire per dimenticare?

Mentre siamo svegli, il cervello accoglie stimoli circostanti e nuove informazioni, creando sinapsi nuove e rinforzando collegamenti già esistenti. Più dura la fase di veglia, più ampie sono le modifiche strutturali nel cervello. Nuovi e maggiori collegamenti di cellule nervose hanno però bisogno di più spazio ed energia, entrambi limitati e molto preziosi nel sistema nervoso centrale. Se il rinforzo di sinapsi andasse avanti senza freni, il cervello ben presto raggiungerebbe il proprio limite. Gli scienziati suppongono che il sonno non solo serva a rinforzare contenuti di memoria ma anche a cancellarli.

Il sonno e la salute

Nei paesi industrializzati, la durata media di sonno si è ridotta di circa 1-2 ore nel corso degli ultimi 60 anni. Allo stesso tempo è aumentato il numero di persone in sovrappeso. Gli scienziati vedono una correlazione tra mancanza di sonno e obesità. Dopo una cattiva notte si mangia di più (cose poco sane) e ci si muove di meno. L’ormone che provoca la sensazione di fame, la grelina, in caso di carenza di sonno aumenta del circa 30%. Benché il cervello rappresenti solo il due per cento della massa corporea, il suo fabbisogno di glucosio e di ossigeno raggiunge circa il 20% del fabbisogno totale. Durante il sonno profondo decisamente di meno. Il consolidamento della memoria funziona bene solo se il carburante disponibile è sufficiente. Durante un test è stata abbassata la concentrazione di glucosio delle persone addormentate sottoposte alla prova. Prima di addormentarsi avevano imparato cose nuove. Il giorno dopo ricordavano le cose imparate peggio rispetto alle persone di confronto con livello di glicemia normale.

La carenza di sonno prolungata indebolisce la difesa immunitaria e aumenta il rischio di ammalarsi per infezioni. Inoltre, può provocare il diabete e malattie cardiovascolari.

Il sonno e la coscienza

Quando ci addormentiamo, diverse aree cerebrali si spengono indipendentemente l’una dall’altra e in momenti diversi, non appena hanno bisogno di rigenerarsi. Nel momento in cui ci sentiamo stanchi la sera, gran parte dei nostri ammassi di cellule nervose sono già a riposo. Il sonno nel suo insieme consiste nell’estensione del modus di riposo a tutto il cervello. Per lo stesso motivo, la mattina ci vuole un po’ di tempo prima che tutte le sue parti si attivino.

Allo stato di veglia, le diverse aree del nostro cervello sono interconnesse. Solo questo ci permette di essere coscienti. Alcune parti del cervello reagiscono agli stimoli anche durante il sonno, alcune addirittura di più. I neuroni circostanti però non vengono attivati sensibilmente da questi impulsi. Gli scienziati ne hanno concluso che le diverse aree cerebrali sono isolate durante il sonno. Nella prima fase di sonno profondo e priva di sogni, quando la coscienza ci abbandona, l’attività cerebrale non si spegne del tutto, bensì si spegne solo lo scambio di informazioni all’interno del cervello. In senso inverso possiamo quindi dire che la condizione necessaria per la nostra coscienza è il funzionamento dell’interazione delle singole parti del cervello, cosa che avviene idealmente quando siamo svegli.

Il bisogno di sonno individuale

Il bisogno di sonno dei bambini è individuale e non si può modificare (né prolungare né accorciare). Può variare sensibilmente anche tra fratelli e sorelle di modo che un bambino al raggiungimento del suo primo anno di vita dorme 14 ore e un altro magari solo 9 ore. Quello che i genitori invece possono determinare è…

… … … … …

La tipologia di sonno dominante dell’essere umano è innata e la si può influenzare solo poco. In parole povere: ci sono i mattinieri (allodole) e ci sono i dormiglioni (gufi) che la mattina si alzano con difficoltà. I bambini piccoli di solito sono piuttosto allodole che, in fase di pubertà, si trasformano in gufi e poi, verso la metà della loro vita, tornano pian piano ad essere allodole.

Le curve percentili di Zurigo dimostrano la durata media del sonno nei bambini. Dopo la nascita, le differenze sono molto ampie: tra le 9 e le 19 ore tutto è normale. Nel corso dell’infanzia poi, la curva si assottiglia.

Fig. 4 Curve percentili della durata complessiva del sonno nelle 24 ore (a) e della durata del sonno di notte (b) (tratto dagli studi longitudinali di Zurigo [19]).

Tanti genitori sopravvalutano il bisogno di sonno del proprio bambino e lo portano a dormire troppo presto, quando non è ancora assonnato. Molti bambini passano più ore nel letto di quelle che riescono effettivamente a dormire. Ne consegue un tempo di addormentamento lunghissimo oppure fasi di risveglio notturne. Con l’aiuto di un protocollo del sonno (vedi più avanti nel testo) si possono calcolare i veri bisogni di sonno del bambino e si possono adattare gli orari di conseguenza. Questo singolo provvedimento è spesso già sufficiente per migliorare il riposo notturno di tutta la famiglia.

Fig. 5 Durata del sonno prevista e ore passate nel letto: Se le ore passate nel letto dalle 19:30 -7:30 corrispondono all’effettivo bisogno di sonno (barra celeste), il bambino dorme senza risvegli. Se le ore passate nel letto e il bisogno di sonno non corrispondono, dobbiamo far fronte ad un addormentamento ritardato, un risveglio molto presto oppure ai risvegli notturni (barre blu).

Cosa serve ai bambini per dormire bene?

Dormire rilassati fin dalla nascita

Nel corso delle nostre consulenze abbiamo spesso il problema che i genitori vengono da noi solo dopo aver sperimentato diverse cose, nel peggiore dei casi anche dopo aver fatto un apprendimento al sonno lasciando piangere i bambini. Ogni esperienza lascia le sue tracce (formazione di sinapsi nel cervello che influenzano lo sviluppo delle singole aree del cervello), soprattutto in caso di ripetizione della stessa. Per lo sviluppo ottimale del sonno è di grandissimo aiuto se il bambino può associare la notte e il sonno stesso fin dall’inizio (e se possibile unicamente) a sentimenti positivi e se queste impressioni si possono ancorare saldamente nel cervello. Come tutti gli altri aspetti dell’apprendimento, anche il condizionamento del sonno in prima infanzia ha un impatto che rimane per tutta la vita. Chi da bebè e in età infantile associa il sonno sempre a vicinanza e sicurezza dormirà sicuramente più tranquillo anche più tardi nella sua vita.

Come fare dormire i bambini fin dall’inizio in modo rilassato

(tradotto dalla relatrice)

Sibylle Lüpold. Il comportamento infantile del sonno è una delle maggiori preoccupazioni dei genitori occidentali. Il fatto che i neonati dormano in modo diverso rispetto agli adulti non è una novità per la maggior parte dei genitori. Ma solo pochi sanno come si svolge esattamente lo sviluppo del sonno. Le aspettative inadatte nei confronti della maturità del bambino, le poche conoscenze nonché la mancata esperienza spesso fanno sì che nascano dei “disturbi”. Questo articolo intende mostrare quali sono i punti importanti da tenere in mente nel primo anno di vita per far sì che il bambino riesca a dormire bene fin dalla nascita.

Lo sviluppo del sonno nei lattanti

Il sonno umano si suddivide in cicli di profondità diversa che si ripetono più volte ogni notte. Il ciclo di un lattante dura 50 minuti, il ciclo di un adulto 90 minuti. Tutti gli esseri umani si svegliano più volte ogni notte.

Come altre funzioni organiche, anche il sonno segue un ritmo circadiano (della durata di circa 24 ore). Nell’utero, come anche nei primi mesi dopo la nascita, prevale un ritmo ultradiano con brevi fasi di sonno e di veglia nel corso di tutta la giornata. Durante il primo anno di vita, un bambino sposta il suo sonno sempre di più nella notte e fa, intorno al primo compleanno, non più di uno o due sonnellini diurni.

Non è il fatto che il bambino si svegli a più riprese durante la notte che disturba in genitori, bensì il fatto che hanno bisogno del loro aiuto per riaddormentarsi o continuare a dormire poi in seguito. La maggior parte dei lattanti piange se viene lasciato da solo di notte. Questo programma genetico esistente da tempo immemore, è molto sensato in termini dell’evoluzione biologica, visto che un bebè al tempo della pietra non avrebbe potuto sopravvivere nemmeno una notte se fosse rimasto da solo.

IL sonno REM è importante

Mentre un bimbo che dorme nel ventre della madre si trova quasi esclusivamente nel sonno REM, la percentuale nel neonato si abbassa al 50 per cento e nel bambino all’età di 2 anni al 25 per cento. I ricercatori del sonno suppongono che il sonno REM serva soprattutto ai processi di apprendimento.

Quando adulti oppure bambini più grandi si addormentano, cadono direttamente in una fase non REM più profonda. I lattanti invece passano prima una fase REM facilmente disturbabile che dura circa 20 minuti. Se li si appoggia oppure se vengono svegliati da uno stimolo proprio in questo lasso di tempo, è molto probabile che si sveglino di nuovo completamente. Se invece i genitori aspettano e prolungano l’accompagnamento al sonno fino al raggiungimento del sonno profondo, di solito il bebè non si sveglia più. I passaggi da una fase di sonno all’altra invece possono portare al risveglio. Una volta che hanno raggiunto il sonno profondo diventa piuttosto difficile svegliarli.

Disturbo del sonno o aspettativa errata?

Molti bambini che tra i 3 e i 6 mesi già avevano dormito con fasi più lunghe senza svegliarsi, tornano a svegliarsi di più nel secondo anno di vita. I genitori spesso lo vedono con inquietudine e pensano che ci sia qualche disturbo. Ma lo sviluppo del sonno non avviene in maniera lineare bensì in maniera sinusoidale. Gli esperti parlano di cosiddetti touchpoint (pietre miliari critiche). Questi possono portare a dei disturbi nella vita famigliare nel caso in cui gli step di sviluppo del bambino non vengono interpretati correttamente.

Molti di questi touchpoint si manifestano nel primo anno di vita e influenzano il comportamento del sonno. La paura dell’estraneo, lo sviluppo intenso ma anche l’elaborazione notturna di impressioni acquisite durante la giornata, nella maggior parte dei bambini fanno sì che di notte chiedono di nuovo maggiormente la vicinanza e l’attenzione dei genitori. Se i genitori vengono informati del fatto che questo comportamento del loro bambino è del tutto normale, riescono a gestirlo decisamente meglio. Quel che è difficile da gestire sono i dubbi e le paure di aver sbagliato in qualche modo oppure di aver omesso qualcosa che andava fatto.

Quand’è che i bambini dormono senza risvegli?

Dormire senza risveglio non significa che un bambino dorme pacificamente tutta la notte, bensì che non chiami i genitori dalle 24.00 alle 5 di mattina. Si risveglia comunque brevemente tra un ciclo di sonno e l’altro ma è in grado di riaddormentarsi senza aiuto.

Anche se molti professionisti affermano che un bambino a 3 mesi è in grado di fare tutt’una tirata di sonno, questa affermazione va differenziata per non creare inutile insicurezza nei genitori. Gli studi che hanno portato a questo risultato sono stati fatti per la maggior parte con bambini svezzati che di solito dormivano da soli. Ma la conclusione non è valida né per bambini allattati né per i bambini che dormono con i genitori. Questi bambini iniziano, per vari motivi, più tardi a dormire tutta la notte.

Risvegli ripetuti hanno senso

Dormire presto senza risvegli non è nell’interesse dello sviluppo infantile e serve unicamente ai genitori. E’ importante per i genitori sapere che i risvegli possono avere cause varie, per esempio fame, sete, infezioni, dolori, dentizione, paure, step di sviluppo oppure brutte esperienze.

Le cure intense di notte rappresentano per i genitori una grossa sfida. Ma il risveglio ripetuto notturno è molto sensato e l’impiego dello stesso comporta diversi vantaggi. Da un lato, l’allattamento notturno e il contatto corporeo favoriscono la crescita e lo sviluppo del cervello il cui volume triplica nel corso del primo anno di vita. Dall’altro lato, la relazione di allattamento si può svolgere più tranquillamente e si rafforza la creazione del legame. Il sonno REM prolungato impedisce fasi di sonno profondo troppo lunghe che possono rivelarsi pericolose in termini di morte improvvisa in culla (SIDS).

Nota relativa al testo sopra:

L’affermazione secondo la quale l’aumento di sonno REM può impedire le fasi di sonno profondo troppo lunghe e apparentemente pericolose e quindi proteggere il bambino dalla SIDS, viene messa in discussione e/o smentita da studi più recenti (vedi capitolo 9 relativo alla morte infantile improvvisa).

Dormire da soli è un’invenzione dei tempi moderni

L’aspettativa che un bebè, già nel suo primo anno di vita debba essere in grado di gestirsi da solo di notte esiste solo nel mondo moderno occidentale. In altre culture lo si aspetta non prima dei tre ai sei anni e i disturbi di sonno infantili sono per la maggior parte sconosciute. Non è che i bambini dormano diversamente – ma le aspettative della società corrispondono al comportamento naturale del bambino.

Un bebè nasce con il bisogno di stare continuamente in contatto fisico con una persona di legame che lo protegga. Allattamento/nutrimento su richiesta, portarlo in braccio e accudimento amorevole sono delle opzioni ottimali per calmare un bebè oppure per accompagnarlo nel sonno. Si faceva così per gran parte della storia umana e lo si fa ancora nelle culture indigene.

Il co-sleeping comporta rilassamento

Dal punto di vista storico il co-sleeping è la normale forma di sonno umano in tutto il mondo. Per molti genitori occidentali, in un primo momento, è strano far dormire il figlio accanto a loro stessi. Ma dato che i lattanti hanno bisogno di contatto fisico e vicinanza per poter dormire rilassati, il co-sleeping è un metodo ideale. Se lo si pratica fin dall’inizio, contrariamente a quanto si teme di solito, molti bambini sono pronti nel giro di relativamente poco tempo a dormire bene anche da soli. I bambini invece che in tenera età dormono da soli, non appena ne sono in grado, cercano il letto dei genitori fino all’età scolastica.

Il co-sleeping comporta svariati vantaggi per lo sviluppo del bambino e il legame madre-bambino. Se un bambino deve dormire da solo, si consiglia di gestire questo cambiamento in modo molto soft e di accettare le ricadute con calma.

Le nuove raccomandazioni in termini di SIDS permettono il co-sleeping a patto che si rispettino le regole di sicurezza. Se i genitori fumano, consumano alcool o droghe il bed-sharing è pericoloso. I lattanti dovrebbero dormire in posizione supina su una superficie rigida in un ambiente non troppo caldo.

Dormire = separazione

Per un bambino piccolo, l’addormentamento è una situazione di separazione. Con l’aiuto di esperienze positive ripetute per mesi, deve costruire la fiducia che anche di notte non viene lasciato da solo. La cosa ottimale per favorire questo processo è permettere che il bambino dorma fin dall’inizio a contatto fisico con una persona di legame e questo finché non è pronto a rimanere da solo. Facendo l’esperienza ripetuta che la notte e il sonno sono delle situazioni di sicurezza e di protezione, assocerà delle emozioni positive con il sonno e imparerà così ad addormentarsi/dormire tranquillo. Se invece presto, fa l’esperienza che la sera viene messo a letto da solo oppure di notte si sveglia da solo, associa il sonno con stress e paura. E questo comporta un ritardo nello sviluppo del sonno perché la creazione di fiducia non avviene senza problemi.

Molti genitori mirano – per motivi comprensibili - troppo presto all’autonomia del loro bambino. Un bambino che si sente spinto a fare un passo di sviluppo per il quale non è ancora pronto, reagirà con insicurezza e maggiore attaccamento. Non è possibile saltare degli step nello sviluppo emotivo di un bambino. Un’autonomia funzionante si basa sulle fondamenta stabili di un legame sicuro.

Apprezzamento e fiducia

La mia esperienza nel corso delle consulenze del sonno è quella che i genitori sono esausti soprattutto per il fatto che non ricevono apprezzamento per la loro cura sensibile del bambino – piuttosto si accusa loro di impedire lo sviluppo del sonno e dell’autonomia del loro bambino. Si aggiunge l’isolamento sociale nonché’ la sopraffazione di molti genitori. L’accudimento di un lattante è un lavoro 24/24 enormemente stressante ed è difficile che una o due persone ce la facciano da soli. Nella società occidentale mancano le reti sociali di sostegno.

Questo quadro poco favorevole fa sì che molti genitori pensano che riuscire a far dormire il bambino presto senza risvegli risolva tutti i problemi. Spesso però già gli basta imparare a capire il comportamento del proprio figlio per riprendere forze ed acquisire fiducia nel fatto che sono sulla strada giusta.

Lo sviluppo del sonno infantile è un processo di maturazione biologico ed emotivo che nel caso ideale si svolge da solo – con l’aiuto amorevole dei genitori. Il compito degli esperti è in prima linea quello di apprezzare l’impegno dato dai genitori, inoltrare informazioni ed esperienze e di aiutare tutte le famiglie a gestire la propria situazione individuale del sonno.

l’importanza della vicinanza e del contatto fisico

Il contatto fisico è l’esperienza primordiale dell’essere umano che ha inizio nel ventre materno. A partire dall’ottava settimana di gestazione il feto, nella pancia della mamma, può reagire ai movimenti attraverso il liquido amniotico che circonda la sua pelle. Contrariamente agli altri 4 sensi, il tatto rimane invariato senza grandi perdite nel corso della vita. Viene a meno solo nel momento in cui moriamo.

Fino a quel momento, il tatto svolge delle funzioni vitali. Senza di esso, per esempio, non saremmo in grado di controllare i nostri movimenti o di percepire il suolo sotto i nostri piedi. Aiuta però anche a mantenere la nostra salute mentale e ci protegge – fino ad un certo punto – da malattie psicologiche come la depressione o la sindrome del burnout. Ciononostante, non gli diamo molto peso (…). Abbiamo un vero bisogno di contatti fisici gradevoli ed essi ci fanno estremamente bene, ma non ci impegniamo molto a riceverli. A parte l’eccitazione sessuale, lasciamo deperire il nostro senso della pelle.

Viviamo in una società con mancanza di contatto fisico

I bambini hanno un accesso molto naturale al contatto fisico. Lo chiedono con insistenza quando ne sentono la necessità. Vengono a prendersi delle coccole, si mettono nel lettone dei genitori oppure saltano loro sulle gambe con un libro in mano per farsi leggere una storia.

Il contatto fisico ha degli effetti fondamentali sullo sviluppo del bambino, come ha potuto dimostrare Ashley Montagu nel suo libro di riferimento “Il linguaggio della pelle”. Con l’avanzare dell’età, i bambini, soprattutto quelli del mondo occidentale, considerano il contatto fisico imbarazzante e fuori luogo. In altre culture non è così.

Sono stati analizzati gli effetti del contatto fisico soprattutto nei neonati pretermine. È noto il metodo canguro che spesso permette di mantenere stabile un neonato prematuro anche senza incubatrice. Grazie al contatto fisico, questi bebè migliorano, si stabilizzano

… … … … …

La separazione zero

Lo scienziato e pediatra svedese Nils Bergman è fautore della cosiddetta “zero separation”, in italiano “separazione zero” tra mamma e bimbo.

“Il contatto pelle contro pelle è l’esatto opposto della (…) separazione; il corpo della mamma è biologicamente il luogo di cura normale che porta a risultati migliori sia per lattanti normalmente sani che per i più piccoli neonati pretermine. I bebè (che sono separati dalla loro mamma, NdA) piangono per l’assenza dei regolatori dei sensi materni: soffrono quindi di dis-regolazione. Questo fa sì che la produzione dell’ormone di crescita si fermi per lasciare il posto alla produzione di cortisolo (Hofer 2005). Il cortisolo devia tutte le calorie ed altre risorse neurologiche di sopravvivenza di modo che si ripristini l’omeostasi; questo però a scapito della crescita. Il (..) bebè separato è steso ad occhi chiusi e sembra che dorma. Uno studio relativo all’attivazione autonoma (Morgan et al. 2011) ha dimostrato che il sonno tranquillo dei bebè separati si riduce del 86% e che il loro ciclo del sonno viene pressoché annullato. Si sono manifestati anche dei modelli autonomi specifici nei neonati separati che combaciano perfettamente con quello che si definisce la “reazione di pericolo” nei bambini soggetti ad abusi (Perry et al. 1995). Il primo indizio di un pericolo avvertito porta alla vigilanza per la quale il pianto ha un valore di sopravvivenza perché il pericolo avvertito è più lontano della madre. Se invece il pericolo avvertito è più vicino della madre oppure la madre non reagisce, il pianto invece rischierebbe di aumentare il pericolo. Ne consegue uno stato di congelamento (Misslin 2003). (…) Questi bebè sono stesi perfettamente fermi e immobili con occhi saldamente chiusi. Si presume che stiano dormendo! Invece si trovano in uno stato di sovreccitazione, chiamato anche “paura-terrore” (Perry et al. 1995). Se questo stato perdura, il cortisolo può causare delle alterazioni dannose nel singolo soggetto che possono rimanere per tutta la vita. Non il tasso di sopravvivenza bensì la qualità di chi sopravvive è la cosa veramente importante. Questo vale in particolar modo per i bimbi nati prematuri che passano settimane in stato separato. E’ stato dimostrato che la qualità negativa della sopravvivenza ha effetti negativi su immunità (Baron et al. 2011; Bird et al. 2010), IQ e prestazioni scolastiche (Jain 2008; Morse et al. 2010). Il contatto pelle a pelle con separazione zero è la normalità biologica (standard) ed è il fattore più importante per migliorare la qualità della sopravvivenza.”

Anche nel mondo degli animali sono stati studiati gli effetti fisiologici del contatto fisico e della separazione. La madre, tramite la propria vicinanza, il proprio calore, l’odore etc. rende possibile, tra le altre cose, una regolazione esterna del cucciolo e delle sue funzioni corporee. Applicato all’essere umano e/o all’allattamento, questo significa:

Il latte caldo della madre (…) non è solo nutrimento, ma il suo calore, i contenuti di zuccheri, l’odore, la suzione e il contatto con la pelle hanno un effetto fortemente tranquillizzante sul lattante. In questo modo, l’allattamento al seno funge anche come regolatore del battito cardiaco, del respiro, della temperatura corporea e (…) della liberazione dell’ormone della crescita somatropina nonché dell’ormone dello stress cortisolo. (…)

L’effetto calmante del contatto fisico (…) deriva principalmente da meccanismi ormonali (Panksepp et al., 1985). Il contatto fisico stimola nel cervello la liberazione dell’oppiaceo endorfina con effetto rilassante sia per la madre che per il cucciolo.

In caso di separazione, questa reazione non avviene. Studi su cuccioli di scimmie separati dalla madre hanno mostrato che i cuccioli in primis si agitano, diventano molto attivi, cercano e chiamano la madre. Dopo tre giorni questo comportamento si interrompe: i cuccioli mostrano un atteggiamento passivo come se si fossero rassegnati. Allo stesso tempo si alza il loro livello di cortisolo e la produzione dell’ormone della crescita, la somatropina, si riduce a minime quantità. Il corpo interpreta la situazione di separazione come una situazione di emergenza e riduce le proprie attività al minimo indispensabile - probabilmente per poter sopravvivere fino al ritorno della madre. Questa reazione avviene però a scapito di un’altrettanta ridotta attività immunitaria a causa dell’aumentata produzione del cortisolo, l’ormone dello stress. Altre conseguenze fisiologiche per il piccolo, dovute alla separazione dalla madre sono aritmie cardiache, disturbi del ciclo veglia/sonno come, per esempio, fasi prolungate di sonno ma con fasi REM ridotte, modifica dell’attività elettrica cerebrale (EEG) e un aumento della temperatura corporea.

Si suppone che gran parte delle reazioni fisiche appena descritte siano valide anche per i cuccioli d’uomo. Uno studio a lungo termine condotto in Inghilterra dimostra che: i bambini che anche dopo aver compiuto il primo anno di vita hanno potuto continuare a dormire insieme ai genitori, soffrono - anche anni dopo - decisamente meno di stress.

Contatto fisico ad ogni costo?

Solo in presenza di un legame sicuro il bambino, messo a contatto fisico, si riesce a calmare velocemente e a ridurre lo stress. (…) Nel caso del legame insicuro-ambivalente, il contatto fisico aiuta il bambino decisamente meno a calmarsi. Non riesce a percepire se la madre costituisce una fonte di riduzione dello stress oppure se invece è piuttosto simbolo di un ambiente che crea lo stress. Il motivo per questo sta nel fatto che le madri insicure-ambivalenti reagiscono a seconda del proprio benessere, talvolta con affetto, talvolta con riservatezza, di modo che il bambino non riesca a prevedere il loro comportamento. Infine, nel caso del legame ansioso-evitante, prevale la distanza nel rapporto mamma-figlio. Queste madri spesso non reagiscono ai bisogni dei bambini in termini di vicinanza e contatto. Anzi, di solito il contatto fisico crea loro disagio. Il bambino, per via della sua esperienza negativa, si comporta in maniera passiva e non riesce a ridurre il proprio livello di stress.

La mancanza di contatto fisico durante l’infanzia comporta dei deficit fisici, soprattutto neurologici ed emozionali. Il cervello dei bambini trascurati forma decisamente meno sinapsi. Ne possono conseguire disturbi di alimentazione e di sonno, comportamento (auto)aggressivo, paure, disturbi relazionali, iperattività e tante altre. Il dondolare notturno considerato “innocuo”, lo-sbattere-con-la-testa-contro-il-muro-oppure-contro-la-rete-del-lettino nonché l’eccessivo toccarsi del bambino sono presumibilmente strategie di sostituzione per la mancanza di contatto fisico.

Secondo quanto afferma Ekmekcioglu, malattie dermatologiche, depressioni, fobie, stress e altro possono essere sintomo di mancanza di contatto in tutti gli esseri umani. Lo stress temporaneo si può ridurre velocemente. In caso di stress duraturo invece il livello di cortisolo rimane permanentemente alto e non lo si riesce più a ridurre. Ciò aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, infezioni, disturbi di memoria e depressioni. Per uscire dal vortice dello stress, ci vuole relax; ma proprio quello è difficilissimo da raggiungere quando si è stressati. Il contatto fisico è un metodo efficace per favorire il rilassamento e rappresenta quindi lo strumento più importante di 1001nanna. La forte crescita del mercato del wellness ci dice molto sul desiderio diffuso di contatto fisico e rilassamento.

Dormire senza risvegli in età giovanissima ha senso?

Gli studi che dimostrano che i bambini all’età di tre mesi sono in grado di dormire tutta la notte senza svegliarsi, sono stati condotti con bambini che dormono da soli. Bambini allattati al seno iniziano più tardi a fare tutt’una tirata senza risvegli notturni (vedi capitolo 10). Ecco la definizione per “dormire senza risvegli”: Una fase di sonno ininterrotta di 5 ore, per esempio tra mezzanotte e le 5 della mattina. Il bambino si sveglia comunque qualche volta, ma è in grado di riaddormentarsi senza aiuto. Il termine “dormire senza risveglio” in realtà è molto fuorviante, perché nessuno dorme senza svegliarsi. Tutti gli esseri umani si svegliano molto brevemente dopo un ciclo completo di sonno. Perciò il termine andrebbe sostituito con “non chiamare più”.

In seguito, alcuni dei motivi – a parte le fasi normali di risveglio - per cui un bambino chiami spesso i genitori:

… … … … …

Dal punto di vista dello sviluppo del bambino, il richiamo ha diversi vantaggi, come per esempio:

… … … … …

Iniziare presto a dormire senza risvegli notturni non sta nell’interesse del bambino bensì unicamente dei genitori! Si presume che noi essere umani, per gran parte della nostra esistenza, non abbiamo dormito senza svegliarci – sarebbe stato decisamente troppo pericoloso. Il sonno naturale dell’essere umano è il cosiddetto sonno frammentato (sonno a pezzetti). Dormire tutta la notte senza svegliarsi mai è un fenomeno moderno.

Di cosa hanno bisogno i genitori per dormire bene?

Genitori esausti

La vita con il bebè/bambino piccolo è stressante per tutti i genitori. Non sempre sono solo le notti difficili che portano all’affaticamento. Come possiamo semplificare la vita di tutti i giorni?

Punto cruciale della consulenza del sonno è spesso quello di aiutare i genitori ad inserire più relax nella vita quotidiana. Con genitori rilassati anche i bambini riescono più facilmente a rilassarsi! Molto spesso i genitori riferiscono che la sera ci vuole un’eternità prima che il figlio si addormenti – e questo anche se è steso accanto a loro oppure in braccio a loro. Il motivo per questo potrebbe stare nel fatto che la madre (oppure il padre) dentro di sé è nervosa/o o tesa/o. I bambini piccoli si orientano fortemente al linguaggio corporeo e agli atteggiamenti non verbali della loro persona di riferimento. Se quest’ultima è tesa, il bambino assume che ci sia un motivo esterno (un possibile pericolo) per tale irrequietezza e quindi non riesce a rilassarsi per addormentarsi bene. In questo caso, il problema e la soluzione non sono da cercarsi nel bambino. La madre (oppure il padre) deve piuttosto entrare in un modus di rilassamento che poi si trasferisce anche al bambino. Il tempo dell’accompagnamento al sonno può essere utilizzato dal genitore (stressato) come tempo di qualità per se stesso: magari per esercizi di respiro o di meditazione, per far ripassare mentalmente la giornata oppure pianificare con calma il giorno successivo, per leggere un libro elettronico oppure ascoltare musica con le cuffie. I genitori che danno un valore positivo a questo momento, spesso durante la giornata non vedono l’ora che arrivi questo spazio di calma vissuta insieme al proprio figlio.

Per poter accompagnare bene i genitori in questo senso, è importante che anche tu sia rilassato/a. Prenditi 10 minuti, stenditi comodamente, ascolta musica relax e rifletti sulle seguenti domande:

Come posso rilassarmi? Come posso ricaricare le mie forze? Come posso crearmi delle isole di tranquillità? Quante volte mi concedo il relax? Come posso inserire tali periodi di tranquillità in modo regolare e vincolante nelle mie giornate e farne un’abitudine?

Consigli per una buona qualità del sonno

L’articolo relativo è parte integrante del materiale del corso che ti è stato inviato prima dell’inizio del corso e lo trovi nella cartella Dropbox di 1001nanne.

I genitori di solito hanno bisogno di tranquillità e abbastanza spazio per dormire bene. È parte fondamentale della consulenza del sonno analizzare a fondo la situazione di sonno di ogni famiglia per cercare alternative possibili e realizzabili, come per esempio aumentare la superficie di riposo, far dormire un genitore da qualche altra parte in modo che il bambino non svegli entrambi i genitori etc.….

Pensare a lungo termine

Considerato a breve termine, un bambino che si addormenta da solo oppure non si sveglia di notte è un sollievo per i genitori.

Dato però che questo, di solito, si ottiene solo con l’applicazione di metodi educativi che contemporaneamente mettono a rischio il crearsi di un legame sicuro, sono da aspettarsi a breve oppure a lungo termine degli “effetti collaterali” che possono complicare fortemente la vita quotidiana della famiglia per un periodo molto prolungato. Viceversa, un legame bambino-genitore stabile è il “cuscino” migliore per poter affrontare tutte le difficoltà future (“fase dei no”, inserimento all’asilo e alla scuola, pubertà ecc.).

I bambini che di notte possono ricaricarsi di vicinanza e sicurezza, di giorno sono in genere più equilibrati, più autonomi, più contenti e più tranquilli. E questo a sua volta ha delle ripercussioni positive sui genitori. Una volta che i genitori capiscono che i loro sforzi a lungo andare avranno degli effetti positivi di cui potranno approfittare anche loro, sono più motivati ad assistere il loro bambino anche di notte. Dare attenzione di notte (o attenzione in generale) è come mettere dei soldi su un conto corrente (relazionale) dal quale anche i genitori potranno servirsi in futuro!

Il legame genitore-figlio

Il legame sicuro

Il legame è un programma innato che mette il lattante fin dalla nascita in qualità di partner attivo in condizione di entrare in contatto con la madre (oppure un’altra persona di riferimento primaria) in svariati modi. Per la sopravvivenza del bambino è fondamentale che la persona di riferimento si occupi in modo affidabile di lui e che non ci siano separazioni.

Idealmente un bambino, con il tempo, è legato in modo sicuro alla proprio madre oppure al proprio padre. Questo legame è la condizione migliore per la riuscita dello sviluppo dell’autonomia. Viceversa, un legame ansioso-evitante/ insicuro-ambivalente può creare danni per l’ulteriore sviluppo.

L’equilibrio legame-esplorazione dice che il comportamento del lattante e del bambino piccolo viene gestito da due bisogni elementari strettamente connessi l’uno con l’altro. Da un lato i bambini hanno bisogno di protezione e di sicurezza, dall’altro sono curiosi e vogliono scoprire il mondo. Il bambino con un legame sicuro può dedicarsi senza pensieri alla scoperta dell’ambiente e mettere il proprio naso e le proprie mani (quasi) dappertutto. Il contatto visivo regolare con la madre gli permette di valutare le situazioni. Man mano che cresce, prende più sicurezza e si allontana di più dalla madre. Gli scienziati hanno misurato le distanze: nel secondo anno di vita sono 7 metri, nel terzo anno 15 metri e nel quarto anno 21 metri. Se una situazione sembra pericolosa e la madre segnala con l’espressione della faccia oppure a voce che non ci siano pericoli, il bambino ha il coraggio di continuare il suo viaggio di esplorazione. Se invece anche la madre ha uno sguardo preoccupato e invita alla cautela, il bambino si ferma e/o lascia stare l’oggetto in questione. In caso di paura o di minaccia, il bambino con legame sicuro cerca la vicinanza della madre. Chiama e/o piange per ripristinare la vicinanza con la madre. Se è già in grado, gattona o cammina verso la madre. Il bambino con legame sicuro può contare sul fatto che è protetto e allo stesso tempo non viene limitato nella sua curiosità.

spiega la psicologa infantile viennese Theresia Herbst.

Il fatto che alcuni esperti parlino di “distacco” (e non di “sviluppo dell’autonomia”) porta ad une percezione un po’ fuorviante di questo processo sensibile. Non è che il bambino piccolo si distacchi da sua madre per finire “nel vuoto”. Non si tratta di un’interruzione del legame. Il bambino invece si distacca un pochettino dalla madre per potersi concentrare maggiormente su un’altra persona di riferimento; di solito, si inizia con il papà oppure con i nonni, poi segue la maestra di asilo oppure di scuola.

Dormire non è solo un processo biologico ma anche un processo emotivo. Tutti i passi di sviluppo (anche quelli motori e cognitivi) e tutte le esperienze hanno effetti sullo sviluppo del sonno. Il lattante e il bambino piccolo di solito hanno bisogno di aiuto per addormentarsi e dormire bene. La condizione necessaria per dormire è il rilassamento – la maggior parte dei bambini piccoli riesce a rilassarsi solo a contatto fisico con una persona di riferimento, perché solo così si sentono tranquilli e al sicuro. E’ vero che la cosiddetta permanenza dell’oggetto si sviluppa già verso la fine del primo anno di vita, ma inizialmente non permette separazioni prolungate, men che meno di notte quando emergono le paure. La sonnolenza e l’oscurità provocano il comportamento di legame che fa sì che il bambino cerchi maggiormente la vicinanza e la protezione delle sue persone di riferimento, di solito la madre. L’autonomia del bambino non si può accelerare oppure ottenere con la forza applicando delle misure educative – al contrario, la ritardano piuttosto. La condizione necessaria per l’autonomia è un legame riuscito. Il momento in cui il bambino sarà pronto ad addormentarsi o a dormire da solo dipende dal suo stato di maturità emotiva. Prima di completare più o meno il terzo anno di vita, non ci si deve aspettare tale passo.

Lo sviluppo emotivo e neurologico

Rifletti: Cosa prova un bebè che viene lasciato da solo (di notte)?

Quando gli adulti fanno un’esperienza paurosa, ricorrono in automatico alla loro ragione per spiegarsi la situazione e ridurre così i sentimenti stressanti o dolorosi. Un bebè non ne è capace. Riesce a percepire solo quello che vive direttamente. Un bebè che piange quando si trova da solo nella sua stanza e nel suo lettino senza ottenere attenzioni da parte di nessuno si sente privo di valore, non degno di essere amato e impotente. Non riesce a capire: “I miei genitori non vengono perché mi vogliono aiutare a cavarmela da solo. Sono accanto in salotto e hanno bisogno di un po’ di privacy. Non mi devo preoccupare, va tutto bene!” Piuttosto interpreta la mancata reazione dei genitori così: “I miei genitori se ne sono andati e mi hanno lasciato solo perché io non sono importante!” Forse vive la situazione anche come un’esclusione sociale. “Gli altri stanno insieme, solo io non ne faccio parte!” Joachim Bauer definisce la mancata e dovuta attenzione nei confronti di un lattante con probabili conseguenze fisiche e neurologiche come “mobbing nella culla”.

Piccoli bambini vengono spesso accusati (soprattutto quando affrontiamo l’argomento dell’addormentarsi da soli) di voler condurre una “lotta per il potere” con i loro genitori. La “volontà” fin troppo forte del bambino di cui si lamentano spesso i genitori, si basa però su capacità cognitive che il lattante ancora non possiede. In merito alla volontà del bambino, Rüdiger Posth afferma:

Nella psicologia dello sviluppo è fondamentale riconoscere che il piccolo lattante non può ancora prendere decisioni (…) basate sulla propria volontà, bensì reagisce e agisce per puro bisogno naturale e irrifiutabile urgenza. Questo è un risultato dell’evoluzione perché solo a condizione di una capacità di adattamento non limitata viene assicurata la continuità dell’esistenza e solo così è possibile il suo ottimale sviluppo. Una volontà propria troppo precoce impedirebbe tutto questo.

Parlando di bambini più grandicelli ci si dimentica del fatto che la corteccia prefrontale del cervello, responsabile per il controllo degli impulsi, non è ancora formata. Per cui, semplicemente non possiedono ancora la capacità di sopprimere la propria rabbia, di aspettare, oppure di frenare in maniera generica le proprie emozioni. Deve quindi esternarle senza filtro, non ci sono ancora alternative. Un lattante o bambino piccolo, per via dell’immaturità del suo cervello, semplicemente non è ancora in grado di manipolare altre persone o addirittura tormentarle. Si tratta di una performance neurologica complessa che non si possiede prima dei 3 o 4 anni. Gli scienziati chiamano questo aspetto Theory of Mind.

Da alcuni anni questa teoria viene considerata il modello esplicativo per la visione del mondo nozionale ed esistenziale del bambino. Secondo la teoria, solo all’età di circa quattro anni un bambino sviluppa la coscienza degli avvenimenti oggettivi nel mondo. Fino a quel momento invece percepisce ogni cosa e ogni avvenimento dalla sua prospettiva completamente soggettiva. (…) Solo dopo aver fatto il passo dell’oggettivazione, il bambino capisce finalmente - e questo anche nel confronto psicosociale tra persone - che ogni singolo essere umano ha i propri sentimenti e il proprio modo di pensare in merito agli avvenimenti oggettivi del mondo. Si tratta quindi di un cambio di prospettiva.

E questa è anche la condizione necessaria per cui un bambino piccolo possa essere cooperativo nel modificare la situazione del sonno.

Inoltre, per imparare un comportamento sociale, è necessaria la connessione di neuroni specchio:

“Nel 1996 il ricercatore italiano Giacomo Rizzolatti ha fatto la seguente osservazione: Ha osservato l’attività cerebrale di scimmie che afferrano una noce. Ogni volta che una scimmia afferrava la noce, si attivavano determinati neuroni, ovvero determinati neuroni lanciavano dei segnali – e questo solo nel momento in cui la noce veniva effettivamente presa. Queste cellule erano quindi determinate allo svolgimento di una certa azione. Ora lo scienziato ha fatto in modo che un’altra scimmia osservasse come la prima scimmia prendesse la noce. La scoperta sorprendente: Nel cervello della scimmia che guardava solo, l’attività cerebrale era esattamente identica a quella della scimmia che effettivamente svolgeva l’azione. “La sensazione era quella che esisteva una specie di risonanza neurobiologica: l’osservazione di un’azione compiuta da un altro, attiva nell’osservatore, in questo caso la scimmia, un proprio programma neurobiologico e cioè esattamente lo stesso programma che lo svolgimento stesso dell’azione potrebbe attivare. I neuroni che possono realizzare nel proprio corpo un determinato programma ma che vengono attivati anche nel caso in cui si osserva o si esperimenta in un altro modo l’effettuazione dello stesso programma da parte di un altro, si chiamano neuroni specchio.” Tali fenomeni di risonanza sono onnipresenti, ogni volta che si è in compagnia di altre persone. Si percepiscono intuitivamente i sentimenti degli altri, si decodificano i loro gesti e si reagisce nei confronti di essi. L’espressione di rabbia del nostro interlocutore determina anche i nostri sentimenti, ci innervosisce oppure riempie di rabbia anche noi. Guardare un volto ridente oppure incontrare una persona di buon umore e che ci tratti in modo amichevole può, nel migliore dei casi, tirare su il nostro morale e attivare dei sentimenti positivi. Tutto questo avviene in modo puramente spontaneo senza che l’essere umano (nella maggior parte dei casi) se ne renda conto.

Il motivo di tutto questo sono dei processi neurobiologici, più esattamente l’attività dei già nominati neuroni specchio. Grazie ad essi, gli esseri umani sono in grado di mettersi nei panni dell’altro. E questo è di fondamentale importanza per assicurare una convivenza armoniosa. Gli esseri umani si possono sentire a proprio agio in presenza di un’altra persona solo se riescono a percepire grosso modo come sta l’altro e, cosa ancora più importante, quali saranno le sue prossime mosse. La possibilità di prevedere le azioni di altre persone crea fiducia. Viceversa, esseri umani non prevedibili destano diffidenza e paura.

La fiducia primordiale, quindi, è la sensazione di vivere in un mondo prevedibile e predicibile. Lo sviluppo dei neuroni specchio va aiutato fin dall’inizio, accudendo il bambino con tatto e con affidabilità. Per cui: l’empatia va imparata; nei bambini trascurati non si potrà mai sviluppare.

Un bambino che può osservare come altri esseri umani agiscono nei suoi confronti o nei confronti degli altri con amore, imparerà questo modo di agire e se ne potrà avvalere più tardi nella sua vita. Ogni azione osservata (sia essa positiva o negativa) viene memorizzata, e se si ripete spesso si hanno buone probabilità che l’osservatore a sua volta le ripeta. “Il possesso di cellule specchio in grado di rispecchiare veramente è uno dei bagagli più importanti nel viaggio della vita. Senza neuroni specchio non ci sono contatti, non c’è spontaneità e non c’è comprensione emotiva. Il bagaglio base genetico mette a disposizione del lattante un set iniziale di neuroni specchio che gli danno la possibilità di effettuare alcune prime azioni specchio con le sue persone di fiducia più importanti già pochi giorni dopo la nascita. Quel che è fondamentale, è dargli la possibilità di realizzare tali attività, perché una delle regole base del nostro cervello è: Use it or lose it! I neuroni non usati sono persi.” Azioni specchio effettuati con successo in età molto giovane creano benessere fisico e psichico per il lattante e per la sua persona di riferimento. “

Regolazione delle emozioni e gestione dello stress

Per la regolazione delle sue emozioni, un lattante ha bisogno dell’aiuto della sua persona di riferimento. Inizialmente non è in grado di calmarsi da solo quando prova paura o stress.

“I risultati nella neurobiologia e nella ricerca sul cervello (Braun et al. 2002) mostrano come le prime esperienze di legame influenzino lo sviluppo del cervello nel bambino. Nei primi anni di vita, il cervello umano non solo subisce una fortissima crescita (…) ma anche un enorme addensamento delle reti neuronali. Nel lattante, soprattutto le aree del cervello in cui nascono emozioni forti quali la rabbia, la paura oppure la paura di separazione, sono ancora connessi con poche aree che possano aiutare a regolare questi stessi sentimenti. Per creare legami tra diverse aree del cervello, bisogna stimolare, contemporaneamente, determinate aree, perché solo l’attivazione simultanea di diversi neuroni può generare modifiche strutturali durature. (…) L’interazione delicata tra persona di riferimento e bambino ha quindi un ruolo decisivo. Perché solo tramite l’interazione con la persona di riferimento riconosciuta si attivano le aree importanti nel cervello del bambino di modo che si vanno a creare nuove interconnessioni. Questo vale soprattutto per la creazione di connessioni tra le aree del cervello in cui nascono i sentimenti e quelle in cui essi vengono regolati. (…)

La qualità dell’ambiente emotivo e il grado di stimoli psichici in tenera età sono quindi decisivi per le future capacità intellettuali e socio-emotive del bambino (Braun et al. 2002).

In questo contesto si può parlare veramente di “finestre temporali”. Se un bambino nei primi anni di vita non sperimenta reazioni adatte da persone di fiducia nei confronti delle sue espressioni sentimentali, queste connessioni cruciali per la gestione dello stress non si possono formare correttamente nel cervello. E questo può avere delle conseguenze importanti.

E’ quindi fondamentale il tipo di reazione dei genitori e delle persone di riferimento ai forti sentimenti negativi del bambino. La rabbia, la paura e la paura di separazione esistono già fin dalla nascita per garantire la sopravvivenza del bebè. Un bambino che piange ha bisogno dell’aiuto dei genitori per calmarsi. Con lo scattare di uno dei sistemi di allarme del cervello come rabbia, paura e paura di separazione, il bambino vive uno stato di emergenza emotiva e di agitazione fisica finché un adulto non lo aiuti a calmarsi. Bisogna tenere conto in tutto questo del fatto che lo stress può danneggiare il cervello del bambino in maniera duratura (Sunderland 2006).

Ciò significa che tutto quello che un bambino vive insieme alla sua persona di riferimento, crea connessioni tra le cellule del cervello. Il modo dei genitori di ascoltare il bambino, di giocare con lui, di prenderlo in braccio e di consolarlo, il modo in cui lo trattano quando fa capricci è quindi di fondamentale importanza. Se un bambino non riceve abbastanza conforto nel vivere i propri sentimenti intensi, ne può conseguire un’iperattività dei sistemi di allarme del suo cervello che in un secondo momento portano a disturbi di ansia, aggressioni e depressione. L’aiuto e la disponibilità emotiva della persona di riferimento è quindi la condizione necessaria per lo sviluppo di una regolazione emotiva capace di adattarsi. La regolazione emotiva adattiva è una caratteristica centrale di una personalità resiliente.“

Becker-Stoll, Niesel e Wertlein spiegano inoltre il significato della vicinanza alla persona di riferimento nel momento della nanna, ovvero nel momento in cui il sistema di legame del bambino è particolarmente attivato. “Sappiamo anche che soprattutto il contatto fisico con una persona amata stimola la liberazione nel cervello degli ormoni della felicità, gli oppioidi e l’ossitocina. Nel momento in cui nel cervello prevalgono gli oppioidi e l’ossitocina, il mondo viene percepito come caldo ed invitante. Il cervello di un bambino che sperimenta ripetutamente paura o rabbia, blocca la liberazione degli ormoni della felicità. In mancanza di consolazione e di attenzione fisica, gli ormoni dello stress quali cortisolo, adrenalina e noradrenalina raggiungono un livello molto alto. Se il livello degli ormoni dello stress rimane alto per un tempo prolungato, si può percepire il mondo intorno come nemico e minaccioso. Ma l’ossitocina non si può né iniettare né amministrare. L’unico modo per attivarla nel cervello è il legame amorevole tra esseri umani. Ogni forma di contatto fisico amorevole tra genitori e bambini attiva ossitocina e oppioidi nel cervello del bambino. Però, gli ormoni della felicità inondano il cervello di un bambino sdraiato accanto al corpo del genitore solo se il genitore stesso è tranquillo e rilassato.“

Le fasi di paura

Un punto centrale in termini di sviluppo del sonno sono le diverse fasi di paura del bambino.

Molti genitori di bambini che nei primi 6 mesi già avevano dormito bene e forse anche senza risvegli notturni, fanno, al più tardi a partire dal 7° mese, la seguente osservazione: di sera, il bambino ha di nuovo bisogno di più aiuto per addormentarsi e torna a svegliarsi ripetutamente durante la notte. Se prima già aveva dormito da solo, all’improvviso non ne è più in grado. Accanto ad altre motivazioni (quali la dentizione, l’inserimento all’asilo, infezioni, sviluppo motorio ecc.…) il motivo di questo comportamento è per lo più la paura dell’estraneo. Il bambino fino a quel momento “poco complicato” all’improvviso vuole esser accudito unicamente dalla mamma (oppure dal papà) e reagisce ad estranei o anche a persone e luoghi sconosciuti con paura e rifiuto. Se una persona estranea vuole prendere il bambino in braccio, esso si gira, si aggrappa alla sua mamma (oppure al suo papà) e piange. Per i genitori è fondamentale sapere che questa paura dell’estraneo non è un disturbo bensì un aspetto dello sviluppo sano del bambino nonché indicatore di un legame riuscito. Fanno bene durante questa fase a non forzare il bambino a fare cose che non vuole e a trasmettergli la sicurezza di cui ha bisogno. Il picco della paura dell’estraneo si raggiunge intorno al 8° mese ed essa diminuisce di nuovo intorno al primo anno di vita.

Dopo che, durante il secondo anno di vita, il bambino si era già mostrato molto curioso ed avventuroso, tra il 2° e il 3° compleanno ricomincia all’improvviso ad aggrapparsi paurosamente a mamma e papà. Non vuole più giocare con altri bambini (men che meno da solo) e segue ogni passo delle sue persone di riferimento. La paura di separazione che si nasconde dietro a questo comportamento e il cui senso è quello di impedire al bambino già altamente mobile di allontanarsi troppo dal “porto sicuro” della persona di riferimento, fa sì che il bambino ha bisogno della vicinanza dei genitori anche di notte. Se il bambino fino a quel momento aveva dormito da solo, ora è in grado di lasciare autonomamente il suo lettino e la sua cameretta per andare dai genitori. Secondo uno studio a lungo termine, condotto da Remo Largo, gran parte dei bambini svizzeri tra i 2 e i 7 anni raggiungono una o più volte a settimana di notte i loro genitori.

La mia esperienza personale è quella che i bambini che fin dalla nascita possono dormire con i genitori e vengono abituati a dormire da soli solo intorno al terzo compleanno (o più tardi), da quel momento in poi si addormentano molto rilassati e si intrufolano solo raramente nel lettone dei genitori.

Lo sviluppo del sonno nel bambino

Svolgimento e durata dello sviluppo del sonno

Lo sviluppo del sonno nel bambino dura circa tre anni. Esattamente come lo sviluppo dell’allattamento, non si tratta di uno sviluppo lineare ma di uno sviluppo sinusoidale. Si alternano fasi in cui il bambino dorme meglio e fasi in cui il bambino si sveglia più spesso e chiama i genitori.

Importante! Questo valore indicativo di 3 anni non significa che in un bambino che ha bisogno di più tempo per riuscire ad addormentarsi da solo oppure per dormire da solo senza richiami, ci sia qualcosa che non va! I 3 anni indicati nel concetto 1001nanna rappresentano semplicemente un valore che nasce dall’esperienza: la maggior parte dei bambini fa per via dello sviluppo del sonno biologico e lo sviluppo neurologico intorno al terzo anno di vita un “salto quantico”. Di solito, a quell’età, la paura della separazione è superata, in termini di linguaggio sono pronti per una buona conversazione con i genitori e diventano – in presenza di un legame sicuro – più autonomi. Ora è possibile lasciar dormire il bambino da solo. Ma se una famiglia si gode il co-sleeping, non ci sono motivi per i quali dovrebbero cambiare qualcosa. Non esiste nessun limite di età patologico per il co-sleeping! Dormire vicino agli altri è un bisogno primordiale – o detto al contrario: dormire da soli è un fenomeno moderno occidentale!

Può essere di aiuto per i genitori conoscere approssimativamente l’andamento dello sviluppo del sonno nel bambino, anche se ogni bambino è diverso. Si può dire grosso modo che tutti i bambini nei primi tre mesi di vita si svegliano molto spesso di notte e hanno bisogno dei genitori. Tra i 3 e i 6 mesi molti lattanti già dormono un po’ meglio, alcuni addirittura senza risvegli. Tra i 6 e i 12 mesi poi (con un picco intorno ai 10 mesi) quasi tutti i bambini dormono di nuovo peggio. Tra il 1° e il 2° anno di vita compiuti, molti bambini che vengono allattati al seno continuano a richiedere l’allattamento di notte relativamente spesso (tra 2 e 10 volte a notte è del tutto normale), con una tendenza alla graduale diminuzione. I bambini svezzati che non prendono nemmeno più il biberon (e non vengono più cullati in braccio) di solito dormono senza risvegli nel secondo anno di vita. Nel terzo anno di vita poi i pasti notturni si riducono sensibilmente ma per via della paura di separazione la maggior parte dei bambini non vuole ancora dormire da sola. Al 3° anno di vita compiuto le notti diventano sensibilmente più gradevoli (oppure già lo sono) e i bambini sono sempre più autonomi.

Questo percorso si applica ai bambini che non hanno vissuto esperienze traumatiche. Bambini che hanno dovuto dormire da soli molto presto o che hanno seguito un apprendimento al sonno, che vivono separazioni o conflitti in famiglia ecc. …. spesso hanno bisogno di più tempo per dormire veramente bene oppure hanno delle ricadute. Tanti bambini che da bebè avevano già dormito molto bene, raggiungono, non appena ne sono in grado e fino all’età scolastica, ogni notte la camera dei genitori, hanno bisogno fino alla pubertà di oggetti di trasmissione (pupazzo, copertina morbida…) oppure fanno storie per andare a dormire la sera.

Il “nido sicuro” secondo 1001nanna

Addormentarsi è un’esperienza di separazione, visto che il bambino, non appena si addormenta, non può controllare quel che succede con sé stesso. Il fulcro della consulenza del sonno olistico-onnicomprensiva sta nel far capire ai genitori che: Il vostro bambino non ha bisogno di imparare a dormire (lo fa già dai tempi trascorsi nella pancia della mamma) – piuttosto deve imparare ad addormentarsi tranquillo e fiducioso, facendo la ripetuta esperienza che i genitori rimangono vicino a lui. Ma se invece ha paura di essere lasciato da solo dopo che si è addormentato (perché ha fatto questa esperienza), non riesce ad addormentarsi tranquillo e cercherà di ritardare il momento della nanna (con pianto, succhiare interminabilmente al seno ecc.…). La fiducia e il rilassamento sono la condizione fondamentale per potersi addormentare.

Molti genitori si rivolgono alla consulenza del sonno e raccontano di notti agitate. In molti casi il bambino temporaneamente già dorme da solo oppure aveva dormito da solo fino a quel momento. I genitori spesso non si rendono conto che l’andirivieni notturno può provocare irrequietezza. Per esempio: se il bambino dorme nel letto con la mamma (essendo allattato) e lo si sposta più tardi nel suo lettino (e nella cameretta), è da solo quando si sveglia. Anche se i genitori poi lo riprendono nel proprio letto/nella propria camera, ripete continuamente l’esperienza di svegliarsi da solo. Ciò significa che ogni volta che si sveglia deve accertarsi dove si trova e vedere se è al sicuro o meno. Significa quindi che si deve svegliare completamente e si riaddormenta in seguito con più difficoltà – le notti possono diventare molto agitate. In questi casi l’introduzione del “nido sicuro” è un metodo comprovato. Consiste nel fatto che il bambino dorme almeno per due settimane (oppure fino a quando non si calmi la situazione notturna) solo nel posto in cui si sente più al sicuro: E questo, di solito, è il posto in cui dormono i genitori. Si addormenta quindi sempre in questo “nido sicuro” e si sveglia anche nello stesso. Dato che associa questo posto con vicinanza e sicurezza riesce a rilassarsi meglio e a dormire più tranquillo. Non appena si fida dell’esperienza di dormire SEMPRE nel “nido sicuro” non chiamerà più i genitori ogni volta che si sveglia. La maggior parte dei genitori fa l’esperienza che, grazie al metodo “nido sicuro” le notti diventano più tranquille e essi stessi riescono a dormire di nuovo di più. Se però la mamma non sopporta tanta vicinanza, anche il papà può gestire e proteggere il “nido.”

Co-sleeping e bedsharing

Cosa si intende per co-sleeping e bedsharing?

Co-sleeping è un termine generico che raggruppa diversi modi del dormire insieme a stretto contatto di vari membri della famiglia. La maggior parte delle persone al mondo pratica il co-sleeping. Spesso la modalità di co-sleeping cambia nel corso dei primi mesi/anni e talvolta addirittura durante la notte stessa. Il bambino, per esempio, si addormenta nel letto dei genitori per poi continuare a dormire nel proprio lettino o nella propria cameretta; oppure, il bambino viene portato solo nel corso della notte nel letto dei genitori. Quando genitori e bambino condividono la stessa superficie di riposo, si parla di bedsharing. Per i bambini inferiori ad un anno, questo tipo particolare di co-sleeping viene valutato in maniera varia dai diversi professionisti: mentre alcuni lo considerano pericoloso, altri sono dell’opinione che è preferibile per via dell’allattamento facilitato. Uno studio inglese parte addirittura dal presupposto che il bedsharing sicuro rappresenti una maggiore protezione del bambino nei confronti della SIDS.

I vantaggi del dormire insieme

Co-sleeping e bedsharing offrono una vasta gamma di vantaggi all’intera famiglia.

Diffusione di co-sleeping e bedsharing

Dormire insieme ad un lattante/bambino in molte culture è del tutto normale. Gli antropologi suppongono che, nel corso dell’evoluzione umana, i lattanti hanno sempre dormito vicino o attaccati al corpo della mamma per essere allattati facilmente, cosa che aumentava le probabilità di sopravvivenza. Il co-sleeping mamma/bambino continua ad essere consuetudine in tutto il mondo e viene praticato spesso anche in paesi occidentali.

Il co-sleeping è stato analizzato in molti paesi. A quanto pare, nella società occidentale, la prevalenza del dormire insieme è aumentata nel corso degli ultimi due decenni. Uno studio condotto negli Stati Uniti dimostra che il co-sleeping è quasi raddoppiato dal 1993 al 2010. Dal 2001-2010 il 46% dei genitori ha indicato di aver dormito insieme al proprio lattante nel corso delle ultime due settimane, mentre il 13% ha indicato di dormire solitamente con il proprio lattante.

Helen Ball ed altri hanno però scoperto che il 40% dei genitori aveva indicato dove intendeva fare dormire il proprio bambino (nel proprio lettino) e non dove effettivamente dormiva (con i genitori).

I dati raccolti variano a seconda del paese, della cultura, dell’età al momento della registrazione dei dati, della frequenza e della durata. Negli USA si riferisce che dormire insieme avviene più spesso in caso di madri giovani, singole e con formazione semplice che vivono in situazioni sfavorevoli. Contrariamente a questo, in Inghilterra il co-sleeping si estende a tutti i gruppi sociali come anche in Svezia e in diverse altre culture non occidentali dove viene considerato parte normale della vita famigliare. Studi recenti in paesi non occidentali rivelano una forte presenza del co-sleeping, tra cui il Brasile (48%), la Tailandia (68%) e la Malesia (74%). Mentre l’incidenza di co-sleeping come anche la morte infantile in culla è alta in determinate culture, inclusa la popolazione di colore (USA), Maori e gli aborigeni, altri gruppi di background culturale diversi come le famiglie sud asiatiche in Inghilterra, gli abitanti delle isole del pacifico della Nuova Zelanda, gli europei del sud e i Thai in Australia, hanno un’incidenza di co-sleeping comparabile senza il maggior numero di mortalità infantile in culla. Questo dimostra che non è il co-sleeping di per sé che è rischioso bensì le condizioni nelle quali lo si pratica, ovvero la non osservanza dei consigli di sicurezza conosciuti.

Breastsleeping

L’allattamento al seno, per via dei vari vantaggi di salute per mamma e bambino è riconosciuto quale modo ottimale per l’alimentazione e la cura del lattante. Un contatto costante pelle a pelle tra madre a bambino nelle prime 24 ore di vita dopo la nascita è decisivo per l’inizio di un periodo di allattamento ottimale. L’allattamento al seno e il bedsharing formano un sistema interattivo che si rinforza a vicenda; l’allattamento favorisce il sonno comune che, a sua volta, aumenta la frequenza di allattamento e con questo la produzione di latte materno e prolunga così la durata dell’allattamento di vari mesi. L’esperto di sonno mamma-bambino, James McKenna, definisce il breastsleeping (dormire al seno) come forma normale del sonno del lattante.

Analisi dimostrano che dormire insieme influenza in maniera significativa l’allattamento fino all’età di 12 mesi e oltre. Negli studi relativi al sonno del lattante e ai metodi di alimentazione, il motivo più frequentemente indicato dalle madri per il bedsharing è la comodità dell’allattamento notturno. Le mamme che allattano al seno e che praticano il bedsharing raccontano spesso che non si devono nemmeno svegliare completamente per poter prendere il proprio bambino al seno.

Inoltre, l’allattamento al seno determina il modo in cui si svolge il dormire insieme. Diversi studi relativi al comportamento del sonno di madri e bambini piccoli dimostrano che madri e bambini che dormono e allattano/vengono allattati regolarmente nello stesso letto, sincronizzano il proprio comportamento. In particolare, uno studio fatto con videoregistrazioni di madri nella propria casa, ha dimostrato che le madri che allattano al seno dormono in una posizione laterale, rivolte verso il loro bambino. Anche il bambino dorme lateralmente, all’altezza del seno della mamma, nello spazio creato dal braccio della mamma. Questi risultati indicano che la posizione del sonno caratteristica di una mamma che allatta al seno e che pratica il bedsharing sia un “comportamento istintivo della mamma per proteggere il proprio lattante nel sonno”. Al contrario, le mamme che non allattano al seno non assumono questa posizione “di protezione” bensì posizionano i loro bambini più in alto nel letto, sopra o tra i cuscini, e rivolgono di notte spesso la schiena verso il bambino.

Co-sleeping intenzionale oppure reattivo?

Dormire insieme ha talmente tanti vantaggi che è sorprendente vedere come alcuni esperti lo sconsigliano. Mentre non ci sono più argomenti convincenti contro il co-sleeping, gli esperti non sono uniti nel definire il bedsharing rischioso in riferimento alla morte improvvisa in culla. Alcuni studi volevano mostrare che il bedsharing è rischioso in ogni caso, altri invece sono arrivati alla conclusione che i lattanti che dormono con i genitori, che tra le altre cose non fumano e non assumono alcool e altre sostanze, all’età di oltre 3 mesi corrono un rischio veramente minimo. Per via della migliore relazione di allattamento e i vantaggi per madre e bambino, il bedsharing non andrebbe vietato di per sé bensì i genitori andrebbero informati meglio circa il bedsharing sicuro. I genitori non informati tendono a praticare delle forme pericolose di bedsharing.

Un fattore è di fondamentale importanza perché è dimostrato che influisce in modo decisivo sul suo effetto: la motivazione dei genitori di praticare il co-sleeping. Il mondo degli esperti differenzia tra il co-sleeping intenzionale e il co-sleeping reattivo. Il co-sleeping intenzionale viene scelto a proposito dai genitori (spesso già durante la gravidanza) e viene praticato per convinzione, mentre il co-sleeping reattivo è piuttosto una reazione non desiderata dei genitori di fronte ai problemi di sonno del bambino e particolarmente diffuso nella cultura occidentale. La differenziazione tra questi due modi di dormire sembra particolarmente importante perché diversi studi hanno dimostrato che la percezione dei genitori nei confronti del comportamento del sonno del proprio bambino viene considerata problematica soprattutto quando il co-sleeping avviene in maniera “reattiva”. Nel caso del co-sleeping reattivo, i genitori praticano una soluzione dal loro punto di vista temporanea che spesso non è ragionata bene e quindi non sicura.

Ripetiamo: Per questo motivo, uno dei compiti fondamentali della/del consulente del sonno è quello di indagare in maniera dettagliata sulla situazione del sonno di ogni famiglia (oppure, se possibile, di guardarla con i propri occhi) e di informare i genitori sia dei fattori di rischio che di alternative comode e sicure

Suggerimenti di sicurezza

Per essere dalla parte della ragione, molti professionisti sconsigliano generalmente ai genitori (nel primo anno di vita) di lasciar dormire i bambini con loro nel letto, anche se è noto che nella maggior parte dei casi di morte in culla non erano stati rispettati i fattori di rischio. Gli esperti di sonno infantile svizzeri hanno pubblicato nel 2013 i seguenti suggerimenti che sono tutt’ora validi e che trovi al titolo „Bedsharing

und plötzlicher Kindstod: Aktuelle Empfehlungen“, al link seguente: .

In poche parole, questi suggerimenti dicono che: il bedsharing è permesso a condizione che i genitori siano ben informati dei rischi e ne prendano atto!

La seguente scheda informativa si trova anche sul sito web di 1001nanna.

(www.1001nanna.it/concetto e va/può essere sempre consegnata:

Suggerimenti per il dormire insieme in sicurezza

Alcuni studi hanno dimostrato che i bambini a volte muoiono mentre dormono insieme ai genitori, motivo per cui alcuni esperti in genere sconsigliano di farlo.

Un'analisi più attenta di questi studi rivela, tuttavia, che i bambini non sono morti perché hanno condiviso il letto, ma perché i loro genitori non sapevano e non prestavano attenzione ai fattori di rischio. Gli esperti concordano sul fatto che un neonato nel primo anno di vita è più protetto nella stanza dei genitori che a dormire da solo. Il co-sleeping (genitori e figli che dormono nella stessa stanza ma con superfici separate) è un'opzione sensata e riconosciuta. Solo il bedsharing (il bambino dorme sulla stessa superficie di riposo di un genitore) è controverso. Nonostante ciò, le attuali raccomandazioni consigliano anche la condivisione dei letti rispettando le necessarie misure di sicurezza.

Il bedsharing, praticato in modo sicuro, è un'opzione di sonno altamente raccomandata per la maggior parte delle famiglie. Il contatto fisico e la vicinanza intensiva soddisfano il bisogno di attaccamento e sicurezza del bambino, promuovono l'allattamento al seno, e nella maggior parte dei casi portano notti rilassate e tranquille.

Se i genitori decidono di condividere il loro letto nel primo anno di vita del bambino devono prestare attenzione alle seguenti misure di sicurezza:

Il mancato rispetto di queste raccomandazioni di sicurezza è a rischio e pericolo dei genitori.

Morte improvvisa in culla (SIDS)

La fase critica nello sviluppo si colloca nei primi sei mesi dopo la nascita con una punta tra i due e i quattro mesi. Durante questo periodo il cervello del bebè è sottoposto a modifiche fisiologiche rapide e intense, in particolar modo in termini di controllo omeostatico.

Fattori di rischio intrinseci influiscono sulla vulnerabilità del lattante e aumentano la sua sensibilità nei confronti di rischi estrinseci. Questi fattori sono tra gli altri sesso maschile, nascita pretermine, basso peso alla nascita, esposizione prenatale a stupefacenti, soprattutto nicotina ed alcool.

La mamma che fuma durante il periodo della gestazione è il rischio più alto tra i fattori intrinseci per la SIDS. Si presume che l’esposizione al fumo di sigaretta nell’utero riduca la capacità polmonare con conseguente ipossia dopo la nascita oppure aumentato rischio di infezione delle vie respiratorie. Il consumo di stupefacenti, incluse la cocaina e le sigarette, durante la gestazione aumentano il rischio di nascita pretermine e peso basso alla nascita, entrambi a loro volta maggiori fattori di rischio SIDS.

Fattori di rischio estrinseci sono fattori di stress fisici che si manifestano intorno all’ora della morte e spesso sono collegati all’ambiente in cui si trova il bambino. Fanno parte di questi fattori la posizione nel sonno (posizione prona), bedsharing, troppo calore, superficie del letto troppo morbida o non adatta e la copertura del viso del lattante.

La maggior parte dei casi di morte per SIDS avviene durante il sonno: il lattante viene trovato morto nel suo lettino. Ma non esiste nessun nesso con una determinata fase del sonno oppure l’ora del giorno in cui la morte per SIDS si manifesta. Per molto tempo si pensava che soprattutto le fasi di sonno profondo fossero particolarmente pericolose e che i lattanti fossero più protetti durante la fase REM. Ma studi recenti smentiscono questa ipotesi.

Il fattore estrinseco più significativo della SIDS è la posizione del sonno (soprattutto la posizione prona) che grava sul sistema cardiovascolare. In effetti, si stima che la posizione prona (indipendentemente dal fatto se il bambino venga adagiato in quella posizione oppure ci si metta da solo mentre dorme) aumenti il rischio della SIDS fino a 14 volte. Ci sono svariate teorie sui fattori che contribuiscono alla morte di un lattante in posizione prona. La posizione prona può portare alla mancanza di ossigeno e all’ipossia, all’ispirazione di monossido di carbonio, alla reazione ridotta all’eccitazione e all’innalzamento della soglia di risveglio, alla riduzione della circolazione del sangue nel cervello, ad un blocco delle vie respiratorie, alla modifica della capacità cardiovascolare e all’aumento della temperatura corporea.

Grazie al consiglio di far dormire i bebè in posizione supina, il numero dei morti per SIDS si è ridotto drasticamente; In alcuni paesi fino al 83%. Alcuni studi dimostrano che anche la posizione laterale aumenta il rischio. Questo viene spesso attribuito alla facilità con cui il bambino riesce a girarsi nella posizione prona, perché molti bambini morti per SIDS che erano stati messi in posizione laterale, al momento della morte erano stati trovati in posizione prona.

Studi britannici indicano che il numero di morti è sensibilmente più alto in caso di bedsharing perché è più alto il rischio di schiacciamento, soffocamento oppure eccessivo riscaldamento. Questo rischio aumenta ancora di più se il bambino è nato pretermine oppure con peso basso, se più di un adulto condivide il posto letto oppure se ci sono altri fattori aggiuntivi come obesità, sedazione, stupefacenti oppure fumo di sigarette presenti nella persona che condivide il letto con il lattante oppure se il lattante ha meno di 11 settimane. Ma il bedsharing con il lattante non è un fenomeno specifico dei tempi moderni ed è prassi consueta in tutto il mondo senza che questo determini il numero di casi SIDS. Si potrebbe quindi argomentare che solo la prassi moderna del bedsharing lo renda pericoloso. Inoltre, la condivisione della superficie di riposo facilita l’allattamento al seno, cosa che riduce il rischio SIDS.

Cause fisiologiche

Ancora tante domande aperte in ambito SIDS, ma pare in ogni caso chiaro che un arresto respiratorio contribuisca alla morte infantile improvvisa ed inaspettata, soprattutto se si considera che il sonno aumenta la possibilità di ostruzione delle vie respiratorie e di eventi pericolosi quali le apnee.

Le analisi sulle vittime hanno portato alla luce un “leggero raffreddore” oppure un’infezione delle vie respiratorie superiori intorno all’ora della morte. La comparsa di marcatori di infezioni e infiammazioni e l’incidenza massima nei mesi invernali in molti bambini morti per SIDS, hanno portato all’ipotesi che i bambini SIDS sono dal punto di vista immunologico incompetenti e che la stimolazione del sistema immunitario può contribuire alla morte. Altri studi invece indicano che i bambini SIDS hanno delle reazioni immunologiche ipersensibili che a loro volta provocano delle reazioni allergiche inappropriate. Ma finora non si è riusciti a dimostrare univocamente queste correlazioni.

Fattori di protezione

Vari studi hanno dimostrato che l’allattamento può rappresentare un’efficace protezione dalla SIDS. Gli studi non differenziano tra l’allattamento diretto al seno e l’allattamento con latte materno tirato con il tiralatte. Una metanalisi di 18 casi-controllo ha rivelato che l’allattamento sì offre protezione dalla SIDS ma che questo effetto protettivo può essere constatato solo dopo 2 mesi di allattamento.

Diversi studi hanno mostrato un effetto protettivo che deriva dall’uso del ciuccio. Anche se il meccanismo di protezione non è ancora chiaro, è stata notata un’aumentata eccitabilità, una formazione migliorata della motoria/dei muscoli nella zona della mascella/del palato nonché un migliorato controllo autonomo e una respirazione migliorata. Ma va considerato che il cuccio spesso viene usato solo per la fase dell’addormentamento e che poco dopo cade dalla bocca. Vista la paura che l’uso del cuccio possa influire negativamente sull’allattamento, si consiglia però di pensarci bene prima dell’uso del ciuccio.

Il posto più sicuro dove possa dormire un lattante (nel primo anno di vita) è la camera dei genitori (secondo alcuni autori meglio se su una superficie separata); questo riduce il rischio di SIDS fino al 50%. I lattanti morti per SIDS mentre dormivano in una stanza separata sono stati trovati con la testa coperta oppure in posizione prona anche se erano stati messi in posizione laterale. Si consiglia di mettere il posto letto del lattante nelle vicinanze del letto dei genitori per garantire una buona sorveglianza e facilitare l’allattamento/nutrimento.

Lo sviluppo del sonno

La maturazione del sonno è uno dei processi fisiologici più importanti nel primo anno di vita e avviene in collaborazione con il sistema nervoso centrale in maniera particolarmente accelerata nei primi sei mesi dopo la nascita.

Le fasi del sonno nonché l’architettura del sonno nei lattanti sono ben diversi da quelli degli adulti. Negli adulti differenziamo grossolanamente tra due stati di sonno: il sonno con i movimenti rapidi degli occhi (sonno REM) e il sonno senza movimenti rapidi degli occhi (sonno NREM). Nei lattanti le fasi del sonno vengono definite come sonno attivo (AS = active sleep) e sonno tranquillo (QS= quiet sleep) che sono i precursori del sonno REM e NREM in età adulta. QS è determinato dalla mancanza del movimento degli occhi nonché una frequenza cardiaca e respirazione regolare. AS al contrario è determinato da forti movimenti dell’occhio nonché frequenza cardiaca e respirazione irregolari.

Fasi del sonno, respirazione e attività cardiaca

Approcci più recenti presumono che sia un disturbo nel controllo della respirazione e dell’attività cardiaca nel cervello ad innescare la SIDS. Il cervello dei lattanti, nel primo anno di vita, si sviluppa particolarmente veloce e in maniera intensa. La fase tra il sonno e il risveglio è un passaggio molto sensibile e il passaggio tra sonno NREM e REM è una vera sfida per il cervello che durante queste fasi critiche lavora eventualmente in maniera instabile. Lo si può notare a volte in uno scatto breve ma intenso al momento dell’addormentarsi oppure una breve pausa nella respirazione. Se nel lattante questa fase di transizione e la connessione di strutture cerebrali avvengono allo stesso momento, si possono manifestare difficoltà di adattamento. Questi problemi di adattamento a loro volta possono influenzare la funzione del cervello al punto che il controllo del respiro e del battito cardiaco vengano a meno per breve tempo. Di solito, questo lasso di tempo è talmente breve che un bambino, dopo questo stato instabile, passi di nuovo allo svolgimento indisturbato delle funzioni. In caso questo passaggio non avvenga per tempo, si interrompono respirazione e battito cardiaco e il bambino muore. Più grande il bambino e più maturo il cervello che lavora con maggiore stabilità e più diminuisce il rischio SIDS.

Il sonno e il suo effetto sulla SIDS

Uno dei fattori di rischio per la SIDS è il sonno. Molte vittime SIDS muoiono nelle ore mattutine. I lattanti dell’età in cui la SIDS si manifesta maggiormente passano la maggior parte del loro sonno nella fase REM. Ma non solo il sonno REM bensì anche altre fasi di sonno, ovvero il sonno profondo oppure il “slow wave sleep” (SWS) possono essere una sfida per il bambino e portare a delle apnee centrali (apnee create dal sistema nervoso centrale). In effetti, le apnee sono frequenti nei lattanti, soprattutto nei nati pretermine.

Bambini sani possiedono meccanismi di protezione che aiutano a superare situazioni pericolose che si presentano spesso durante il sonno. Un bambino in posizione prona, per esempio, può ispirare rivolto verso un cuscino. Questa situazione chiamata “reinalazione” porta velocemente ad un livello troppo basso di ossigeno e un livello troppo alto di anidride carbonica. Un bambino sano reagirà a questa situazione con il risveglio e con il movimento della testa in una posizione sicura per poter sopravvivere. Se il bambino per via di diversi fattori potenziali di rischio, tra i quali un’anomalia genetica del tronco encefalico e/o la presenza di un ambiente in cui si fuma, non è sano/oppure particolarmente sensibile, non riesce a svegliarsi e può morire in una situazione che un bambino sano potrebbe superare.

Dormire ed allattare

Le mamme che allattano al seno si rivolgono spesso alla nostra consulenza perché l’allattamento notturno (frequente) può comportare grande insicurezza e affaticamento. I tre seguenti sottocapitoli forniscono la necessaria conoscenza base per poter dare a queste mamme dei consigli di competenza.

Addormentarsi al seno – cattiva abitudine o istituzione sensata della natura

Qual’ è il modo migliore per far addormentare un bambino? Dove deve dormire? Quando dovrebbe imparare ad addormentarsi da solo e/o senza aiuti? È permesso addormentarsi al seno? Poiché le raccomandazioni al riguardo sono molto contraddittorie, è utile incoraggiare i genitori a chiedere la motivazione professionale in caso di incertezza.

"Mia figlia ha 6 mesi e si è sempre addormentata al seno. Ieri sono andata dalla pediatra per un controllo e glie ne ho parlato. Mi ha consigliato di non far addormentare la mia bambina al seno d'ora in poi; era una cattiva abitudine che avrei avuto difficoltà a smettere in seguito. Così ho allattato mia figlia ieri sera prima di andare a letto e poi l'ho messa sveglia nel suo lettino. Ma lei si è arrabbiata terribilmente e ha pianto fino a quando non l’ho tirata fuori e preso in braccio. Quando si è calmata di nuovo, l'ho allattata di nuovo e si è addormentata tranquillamente. Ho sbagliato finora e come imparerà mia figlia ad addormentarsi senza seno?".

Quali sono i vantaggi di addormentarsi al seno?

Dopo la nascita, è molto utile per l'inizio di un allattamento di successo, se il neonato viene messo il più rapidamente possibile sulla pancia della madre, in contatto fisico diretto e in breve tempo per la prima volta sul seno. Per vari motivi è importante nei primi giorni (e anche più tardi) allattare un bambino frequentemente e secondo necessità: in questo modo il bambino può imparare ad essere allattato in modo ottimale, la produzione di latte materno viene stimolata bene e si evita uno spiacevole gonfiore delle ghiandole mammarie.

Poiché nelle prime settimane un neonato dorme ancora molto durante il giorno, è abbastanza normale che un neonato che viene allattato si addormenti regolarmente al seno.

Succhiare è faticoso da un lato, ma dall'altro il contatto con il corpo (dovuto alle endorfine e all'ossitocina rilasciate) e gli ingredienti del latte materno, hanno un effetto calmante o soporifero. Tuttavia, la madre può anche rilassarsi durante l'allattamento, a patto che vada bene e che sia indolore. Idealmente, le madri che allattano imparano ad allattare comodamente sdraiate dopo il parto, in modo da potersi riprendere in modo ottimale.

Con il tempo, le fasi di sonno del bambino si spostano sempre più verso le ore notturne. È interessante notare che la composizione del latte materno cambia non solo con l'età del bambino, ma anche durante il giorno. Al mattino ci sono sostanze che rendono il bambino sveglio, mentre la sera contiene sostanze simili a sonniferi. Questi includono vari aminoacidi, tra cui il triptofano, che viene convertito in melatonina nell'organismo del bambino. La melatonina ha un effetto di induzione del sonno. Da un punto di vista biologico, l'utilizzo del latte materno come "coadiuvante del sonno" è quindi estremamente sensato.

La maggior parte delle madri riferisce che il loro bambino si addormenta meglio al seno, mentre ci vuole molto più tempo quando viene cullato in braccio. Solo pochi bambini sono in grado di addormentarsi da soli nella culla e senza contatto fisico con la loro persona di riferimento prima del loro primo compleanno. La maggior parte reagisce, anche se in realtà è stanca, con una protesta forte e si calma di nuovo solo tra le braccia della madre o del padre.

I biologi evoluzionisti suppongono che i bambini siano stati allattati al seno molto spesso e anche per un tempo molto lungo (2-7 anni) nel corso della maggior parte della storia umana e si può supporre che si siano addormentati anche al seno. In un'originale comunità di cacciatori-raccoglitori che trascorreva la notte all'aperto, era necessario allattare un neonato di notte e calmarlo rapidamente affinché non gridasse e non attirasse gli animali selvatici. Questo tipo di assistenza all'infanzia notturna è stato messo in discussione solo nelle moderne società occidentali per diversi decenni.

Addormentarsi al seno e allattare anche di notte offrono notevoli vantaggi per la madre e il bambino:

Alcuni esperti ritengono che dopo sei mesi un bambino non debba più fare affidamento sull'alimentazione notturna. Il dottor James McKenna, professore di antropologia e responsabile di un centro di ricerca sul comportamento del sonno di madre e figlio, vede le cose in modo completamente diverso: I bambini allattati al seno si svegliano di notte più spesso dei bambini che vengono alimentati con latte artificiale.

A differenza del latte artificiale, il latte materno ha la composizione ideale per il cervello di un neonato in costante crescita, che si raddoppia nel primo anno di vita.

Rispetto ad altri mammiferi, il latte materno è più ricco di carboidrati ma più povero di proteine e grassi. Lascia lo stomaco dopo soli 20 minuti circa e viene digerito entro 1-2 ore. Poiché un bambino è ancora in sonno REM molto più spesso di un adulto e poiché l'attività cerebrale è al suo massimo durante il sonno REM, un bambino può essere ancora dipendente da "spuntini" notturni anche dopo sei mesi.

Tuttavia, l'allattamento non è solo l'alimentazione con il latte materno.

L'allattamento placa la sete, abbassa la pressione sanguigna, ottimizza la respirazione, migliora il benessere, aiuta nelle malattie, allevia il dolore, dà conforto, ecc. Quindi non è solo la fame, soprattutto nei bambini più grandi, a far scattare la necessità di addormentarsi o di svegliarsi la notte. Soprattutto il dolore associato alla dentizione, i fattori emotivi e l'attaccamento crescente portano a interruzioni del sonno notturno. Succhiare il seno della madre e l'intensa vicinanza ad esso associata aiuta il bambino a calmarsi di nuovo e ad addormentarsi o a continuare a dormire.

Abituarsi all’addormentare al seno?

In Germani i bambini vengono allattati per una media di 6,9 mesi. Ciò significa che la maggior parte dei bambini viene definitivamente svezzata dopo pochi mesi, il che rende superflua la questione di come svezzarli dall'addormentarsi al seno.

Se un bambino viene allattato per più di sei mesi, può succedere che gridi quando la madre vuole cambiare il solito rituale del sonno. È molto ottuso accusare la madre di non aver avuto il tempo di addestrare il figlio a smettere questa "fastidiosa abitudine" e che sarà difficile imparare ad addormentarsi in modo diverso.

Idealmente, lo sviluppo del bambino non si ferma affatto. Un bambino legato in modo sicuro cerca l'autonomia, se è pronto per questo.

Tuttavia, è spesso troppo aspettarsi che un neonato o un bambino voglia addormentarsi da solo, se prima poteva confidare nella vicinanza della madre o del padre. Perché dovrebbe rinunciare a un metodo così piacevole e sicuro per addormentarsi da solo - e questo in un'età in cui le paure dello sviluppo (la paura degli estranei, più tardi l'ansia da separazione) sono predominanti?

Poiché pochissimi esperti e genitori conoscono bambini che sono stati allattati per più di due o tre anni, manca l'esperienza di come procede lo sviluppo del sonno di un bambino se non è stato fatto alcun intervento attivo con metodi educativi. I servizi di consulenza per l'allattamento della La Leche Liga includono sempre più spesso questi esempi. Le madri di bambini allattati al seno che hanno potuto addormentarsi al seno per tutto il tempo necessario, riferiscono che il rituale del sonno poteva essere cambiato senza lacrime man mano che il bambino cresceva e lo sviluppo progrediva.

La maggior parte dei bambini allattati si svezzano da soli tra il 2° e il 4° compleanno, il che significa che l'allattamento serale e notturno non è più necessario.

Se le madri non hanno tanta pazienza, possono naturalmente cercare attivamente un cambiamento. Con il progredire dello sviluppo del linguaggio di un bambino, si possono offrire alternative interessanti all'allattamento per aiutarlo ad addormentarsi la sera: Guardare un libro insieme e raccontare una storia o cantare insieme sono metodi collaudati. Se il bambino può continuare ad addormentarsi in presenza di una persona che lo assiste da vicino, sarà in grado di accettare meglio la decisione di non usare il seno.

Alcune madri riferiscono che l'allattamento richiede molto tempo e diventano impazienti. Soprattutto durante i periodi di crescita, i bambini potrebbero voler essere allattati per un periodo di tempo molto lungo per aumentare la produzione di latte della madre. Non appena il latte scorre meglio, i tempi di allattamento si accorciano di nuovo.

Tuttavia, è anche possibile che un bambino voglia essere allattato per un periodo di tempo molto lungo e che abbia difficoltà a dormire perché sta attraversando grandi cambiamenti esterni o interni o perché vuole evitare la separazione dalla madre. Addormentarsi è una situazione di separazione e finché il bambino succhia al seno della madre, si sente al sicuro.

D'altra parte, se un bambino ha avuto l'esperienza di svegliarsi da solo la notte più volte, può non avere la certezza che la madre gli stia veramente vicina. I bambini che dormono con i genitori fin dalla nascita e che hanno assimilato il fatto di non essere soli di notte non associano l'addormentamento e il buio alla solitudine e alle paure ad essa associate. Questi bambini spesso si addormentano più rilassati.

Torniamo alla questione se addormentarsi al seno non sia una cattiva abitudine da evitare fin dall'inizio: Il fatto che un bambino si addormenti bene e rapidamente al seno non è un fattore di disturbo. Questo metodo è criticato perché un bambino che si addormenta al seno la sera lo chiede anche di notte, quando si sveglia. Il bambino si è abituato ad addormentarsi durante l'allattamento. Al contrario, un bambino che impara ad addormentarsi da solo in tenera età non chiama i genitori quando si sveglia di notte, ma si ritrova a dormire da solo. Si spera che, rinunciando all'addormentare al seno, il bambino possa dormire tutta la notte rapidamente.

Infatti, alcune madri che hanno deciso di interrompere l'allattamento del loro bambino durante la notte riferiscono che da allora in poi anche il bambino ha dormito tutta la notte. Tuttavia, per vari motivi, molti bambini si svegliano di nuovo di notte nel corso del loro sviluppo e chiamano i loro genitori. Ciò significa che l'allattamento al seno notturno non può impedire a un bambino legato in modo sicuro, di svegliarsi di notte per annunciare le proprie esigenze.

A lungo andare, anche i bambini che si addormentano al seno imparano ad addormentarsi e a dormire da soli tutta la notte, prima o poi. La maggiore attenzione notturna e il contatto fisico supplementare hanno indubbiamente un effetto positivo sullo sviluppo del bambino.

Conclusione

I vantaggi dell’allattamento notturno

Allattare di notte è del tutto normale anche dopo i primi sei mesi

È del tutto normale che i bambini che vengono allattati al seno vogliono essere allattati di notte anche oltre il primo o addirittura il secondo anno di vita. Mentre l’organismo del lattante ha bisogno di nutrimento regolare 24 ore su 24, nel bambino piccolo sono presumibilmente in modo crescente piuttosto i fattori emotivi che comportano il desiderio di succhiare al seno anche di notte (spesso indipendentemente dal fatto che ci sia ancora molto latte o meno). L’allattamento è un fattore importante del legame mamma-bambino ed è fin dall’inizio ben più che sola assunzione di cibo. La fase dell’addormentarsi viene vissuta dal bambino nei primi anni di vita come una situazione di separazione piena di paura e scaturisce il comportamento naturale di attaccamento. Ciò significa che cerca intensamente vicinanza e protezione presso le sue persone di riferimento e reagisce con paura e pianto quando viene lasciato da solo. La maggior parte dei bambini allattati si calma velocemente al seno – a condizione che non abbia dovuto piangere per troppo tempo – e si riaddormenta. Questo – dal punto di vista del bambino - stato ideale di unione con la mamma offre il massimo di vicinanza e di sicurezza.

I bambini occidentali solo raramente vengono allattati per più di sei mesi. Con lo svezzamento, anche i pasti notturni vanno sostituiti con altre forme di nutrimento e di accudimento. Le mamme invece che continuano ad allattare si chiedono se l’allattamento notturno continua ad essere accettabile. Lo sviluppo del sonno dipende molto dallo svolgimento della relazione di allattamento. Erroneamente molti genitori pensano che entrambi i processi si svolgano in maniera lineare (ovvero: pensano che il loro bambino con l’aumento dell’età si svegli sempre meno e voglia essere allattato sempre di meno), cosa che non per forza è così. Mentre alcuni pochi bambini allattati trovano già nelle prime settimane e nei primi mesi un ritmo fisso e accettano delle pause prolungate tra un pasto al seno ed un altro, molti altri hanno anche con l’avanzare dell’età, delle fasi in cui chiedono il seno ogni due ore o anche più spesso.

Genitori insicuri, esempi mancanti

Nostro figlio ha 9 mesi ed è stato allattato al seno al 100% per 6 mesi. Durante la giornata non viene più attaccato al seno ma di notte continua a richiederlo ogni due ore oppure anche più spesso. Fino ad ora ci sono state solo poche notti in cui ha fatto delle tirate di sonno più lunghe. Rifiuta il cuccio e il latte tirato. Ora ho letto che i bambini hanno un ritmo di sonno diverso e che seguono un ritmo di sviluppo individuale prima che riescano a dormire tutta la notte senza svegliarsi. Ciononostante, la cosa è molto stressante e tra poco riprenderò a lavorare. Escludiamo un apprendimento al sonno. Mi sono già rivolta all’assistenza delle neomamme e ho parlato con la mia ostetrica. Mi irrita il fatto che quasi tutti gli esperti pensano che i bambini debbano cambiare e/o si debbano adattare. In termini di sonno lo trovo problematico visto che la maturità di sviluppo del bambino è il fattore fondamentale. A quale età i bambini allattati su richiesta smettono di chiedere il seno di notte?”

Questo e altri tipi di domande vengono poste frequentemente nella consulenza dell’allattamento/del sonno. Anche la seguente reazione di una mamma nei confronti dei miei consigli è rappresentativa per tanti altri casi.

“Grazie di cuore per la Sua risposta utile. La sua esperienza mi dimostra che il comportamento di sonno e di allattamento di nostro figlio è del tutto normale. La Sua risposta mi ha anche fatto capire che non siamo gli unici il cui bambino si comporta così. Avevo avuto fino ad ora l’impressione che tutti gli altri bambini dell’età di mio figlio dormano molto bene e casomai, vogliono essere allattati solo 1-2 volte per notte. Per cui mi sono chiesta se sbagliassimo in qualche modo. Non avevo mai sentito parlare di un comportamento come quello di mio figlio e non ho trovavo letteratura con riferimenti alla normalità di questo comportamento. Si aggiunge il fatto che la gente intorno a noi non ci incoraggi molto a continuare così bensì dubiti del nostro stile educativo. Ho bisogno di molta forza per non farmi condizionare ed avere fiducia nel mio intuito.”

Quasi tutte le mamme allattano i loro bambini nei primi tempi anche di notte e lo trovano inizialmente del tutto normale. Trascorsi sei messi iniziano spesso progressivamente a preoccuparsi dell’allattamento notturno e si chiedono se devono adottare misure educative. I loro timori vengono poi rinforzati dagli esperti che dicono di stroncare sul nascere “le abitudini errati” e consigliano di smettere con l’allattamento notturno (per esempio Kast-Zahn & Morgenroth, 2013). Molti genitori che sentono questi consigli temono che il loro bambino non abbandonerà mai più quelle “cattive abitudini” se continua ad essere allattato di notte. Se i genitori vogliono introdurre cambiamenti prima che il loro bambino è pronto per affrontarli di propria iniziativa, il bambino reagirà con proteste, cosa che a sua volta ingrandisce la paura dei genitori di aver “perso” il momento giusto e di aver fallito nell’educazione. Visto che la maggior parte dei genitori non conosce altri genitori i cui bambini sono stati allattati più a lungo, mancano esempi e conoscenze circa l’argomento. Anche molti esperti non hanno esperienze con bambini allattati a lungo e il loro sviluppo del sonno.

Molte mamme raccontano durante la consulenza che per via dell’allattamento notturno e delle interruzioni di sonno che ne derivano si sentono proprio esauste. Approfondendo poi l’argomento, viene fuori che l’affaticamento deriva fortemente dal timore di sbagliare in qualche modo. Informazioni concrete sul comportamento del sonno naturale di bambini allattati e il vantaggio dell’allattamento notturno nonché una consulenza che valorizzi gli sforzi, possono essere di grande aiuto. Una volta che le mamme comprendono che un lattante nel suo primo anno di vita ha bisogno di essere nutrito e più in là accudito anche di notte, riescono decisamente meglio a gestire la situazione e si sentono più forti.

Il risveglio notturno non è un disturbo

Il risveglio frequente di un bambino allattato più grandicello, purtroppo, viene spesso considerato da molti psicologi ed altri esperti come un “disturbo”. Secondo l’opinione di questi “esperti”, un bambino “normale” dorme dopo pochi mesi tutta la notte senza problemi. Alcuni autori della ricerca psicologica concludono che la “colpa” per questo cosiddetto “disturbo del sonno” sia soprattutto quella dei genitori. Weinraub e i suoi colleghi accusano in una pubblicazione i genitori di ostacolare, con il loro comportamento sensibile, la capacità dei bambini di auto-calmarsi. Con i genitori che reagiscono a ogni segnale del bambino, quest’ultimo non riuscirebbe ad imparare a (ri-)addormentarsi da solo. Per cui, i “problemi di sonno” verrebbero rinforzati con le attenzioni notturne dei genitori. A detta loro, soprattutto i bambini allattati avrebbero tali difficoltà di auto-calmarsi e di ritrovare il sono perché abituati ad addormentarsi al seno.

Weinraub e i suoi colleghi hanno osservato i bambini solo fino al terzo anno compiuto. Ma sarebbe interessante vedere l’ulteriore sviluppo degli stessi. Il fatto che molti bambini allattati, che durante i primi tre anni di vita si svegliano e richiedono spesso l’aiuto dei genitori, dopo il terzo anno di vita imparino ad addormentarsi e a continuare a dormire da soli senza problemi, non viene considerato per niente. Ma, secondo altri esperti, proprio questo normale andamento un po’ “sfasato nel tempo”, è di decisiva importanza e porta alla conclusione che l’errato comportamento dei genitori sia la causa del “disturbo del sonno” infantile in un'altra luce.

Alcuni esperti parlano dei cosiddetti “touchpoints”, ovvero le pietre miliari critiche nello sviluppo infantile, di cui fa parte anche il risveglio ripetuto tra gli otto e i dodici mesi di vita. Questo comportamento è del tutto normale ed è segno di uno sviluppo sano ma comporta frequentemente dei disturbi nel sistema famigliare perché i genitori, condizionati da idee standard culturali, si aspettano altro. È stata analizzata anche la correlazione tra il risveglio notturno ovvero la richiesta dell’attenzione dei genitori e il legame sicuro. I bambini con un legame sicuro si fidano maggiormente dei propri genitori. Essi mostrano, in situazioni di paura (come di notte oppure quando dormono da soli) un comportamento sano di legame e chiamano le persone di riferimento. Non chiamare in questi casi, non è per forza un buon segno.

Dopo che le ricerche sul legame hanno studiato e confermato per decenni il significato della sensibilità dei genitori, le conclusioni dello studio sopra indicato ci rendono perplessi. Anziché trasmettere ai genitori il sentimento che hanno fallito nella loro educazione, perché il loro bambino all’età di sei mesi ancora chiede di essere allattato e ancora ha bisogno del loro aiuto, sarebbe decisamente più utile favorire l’agire dei genitori e spiegare loro le basi del comportamento di sonno e di allattamento infantile.

I bambini allattati al seno dormono in modo diverso

I bambini allattati al seno si svegliano più spesso di notte. Da un lato, il loro nutrimento avviene su richiesta, cosa che si aspettano anche di notte. Dall’altro lato, dormono più frequentemente con le loro mamme che nel caso ideale percepiscono immediatamente i loro movimenti e reagiscono nel giro di pochi secondi. Motivo per il risveglio notturno nei primi mesi sono soprattutto fame e sete. Ma anche altri fattori indipendenti dalla nutrizione possono favorire i risvegli, come per esempio: infezioni, problemi di dentizione, nuovi passi di sviluppo, accudimento da parte di estranei, trasloco, vacanza e conflitti in famiglia. Alcuni bambini, di giorno, sono troppo interessati e distratti dal loro ambiente di modo che di notte devono ricuperare il mancato nutrimento e accudimento diurno.

I bambini che nel secondo anno di vita ancora vengono allattati, spesso dimostrano uno sviluppo del sonno completamente diverso rispetto a quanto si aspetta la società occidentale. Questo fatto però non deve indurre i genitori allo svezzamento precoce per far dormire meglio e più velocemente il bambino. Il sonno è un processo biologico ed emotivo di sviluppo e di maturazione, accelerabile dall’esterno solo in maniera limitata. Diversi studi hanno mostrato che l’assunzione di latte artificiale e arricchito di sera non aiuta in questo senso.

La definizione standard dello sviluppo del sonno infantile è stata fatta a metà del ventesimo secolo su base di analisi fatti con bambini occidentali non allattati al seno e in una situazione artificiale di laboratorio. Intorno al 1950, nelle nazioni industrializzate solo pochi bambini venivano ancora allattati, per non parlare del fatto che di norma non potevano dormire con i genitori. Il bambino “normale”, a poche settimane era svezzato e dormiva da solo nella sua cameretta. Per cui ci si pone la domanda se questo “standard” sia ancora applicabile, soprattutto per i bambini allattati al seno.

L’allattamento notturno deve essere piacevole per la mamma

Per molte mamme, l’allattamento notturno con le inerenti interruzioni di sonno è molto estenuante. Il fatto che il bambino si svegli ripetutamente di notte comporta aggressioni e molta stanchezza di giorno. L’allattamento notturno però offre anche dei vantaggi per le mamme: tra le altre cose, l’attaccamento regolare del bambino al seno impedisce che il seno sia troppo pieno/dolorante e/o impedisce la congestione e favorisce in generale il legame di allattamento. Inoltre, il rilascio della prolattina facilita il riaddormentarsi della mamma. Non è raro che le donne raccontino che, da quando hanno svezzato il bambino, fanno più fatica ad addormentarsi.

Il riposo della mamma si può favorire applicando le seguenti misure:

Cosa possono fare le mamme che non vogliono più allattare di notte?

Svezzamento notturno: un metodo soft

È importante comunicare alle mamme, in primo luogo, che l’allattamento notturno non è un errore di educazione e che, dal punto di vista dello sviluppo del bambino, è una cosa molto sensata. Molte mamme considerano la loro situazione meno stressante se sanno di non “sbagliare”. Molto spesso non vogliono più cambiare niente. Ciononostante, e in caso di forte esaurimento, faccio loro presente la possibilità dello svezzamento notturno, nel caso ideale però non prima che il bambino abbia compiuto il primo anno di vita. Non lo dico per spingere le mamme a svezzare, bensì lo dico perché ho fatto la seguente esperienza: le mamme possono rilassarsi mentalmente se sanno dell’esistenza di un’alternativa adatta al bambino, per il caso in cui fossero veramente troppo esauste per portare avanti l’allattamento notturno. Avere più possibilità a disposizione toglie la pressione di dover fare una determinata cosa a tutti i costi!

Per esperienza personale, lo svezzamento notturno prima di aver raggiunto il primo anno di vita, solo raramente, ha lo scopo auspicato di dormire senza risvegli. Di solito, i lattanti continuano a svegliarsi nel momento del passaggio da una fase di sonno all’altra e hanno poi bisogno di essere accompagnati a riaddormentarsi in un altro modo, non sempre più gradevole. Alcune mamme che dopo lo svezzamento si alzano ogni volta per portare in braccio il bambino sostengono che l’allattamento, in fin dei conti, era stato il metodo più facile e più veloce.

Io sono molto favorevole all’allattamento prolungato (anche notturno). Come detto prima, l’allattamento notturno comporta numerosi vantaggi per lo sviluppo fisico ed emotivo del bambino. Ma non tutte le mamme dispongono delle stesse risorse. Prima che l’affaticamento prenda il sopravvento è meglio cercare delle alternative a misura di bambino. L’addormentamento al seno non è l’unico metodo per accompagnare il bambino amorevolmente verso il sonno. Non lo si deve lasciare da solo di notte se non si sente ancora pronto e se reagisce alla separazione notturna con pianto. È in ogni caso preferibile svezzare un bambino di notte ma continuare ad essere presente in maniera affidabile anziché sottoporlo ad un training del sonno e lasciarlo piangere da solo.

L’esperienza ci dimostra che i bambini piccoli, dopo il primo anno di vita dormono più facilmente senza interruzioni con un cambiamento del rituale della nanna (ovvero: imparando a non addormentarsi/riaddormentarsi più al seno bensì in un altro modo). Più grande è un bambino al momento di questo cambiamento e più facile sarà il processo. Questa affermazione toglie ai genitori la pressione di dover cambiare qualcosa il prima possibile perché altrimenti è troppo tardi – tutt’al contrario, hanno tutto il tempo che desiderano.

È riducibile l’allattamento notturno?

I bambini che si addormentano al seno spesso chiedono il seno anche di notte per riaddormentarsi. Purtroppo, non è possibile (oppure solo molto difficilmente) ridurre attivamente il numero di risvegli e allattamenti notturni. Diminuisce da solo con lo sviluppo progressivo del sonno e lo si può influenzare solo poco con fattori esterni – si sconsiglia l’applicazione di un apprendimento al sonno. La velocità con cui si svolge questo processo di maturazione biologico ed emotivo varia da bambino a bambino.

La maggior parte delle mamme afferma che può accettare di allattare il proprio bambino una o due volte a notte ma non 7 o 8 volte. Ma i genitori non si possono aspettare dal bambino che si addormenti una volta al seno e una volta senza (anche se alcuni pochi bambini sono in grado di farlo). Una mamma molto esausta può insegnare al suo bambino (idealmente solo dopo il primo anno di vita – se necessario anche prima!) ad addormentarsi in un altro modo. Una volta che scioglie la correlazione seno-sonno e si addormenta la sera senza seno, il bambino si abitua a continuare a dormire anche di notte senza l’aiuto del seno. Ciò non significa che il bambino si svegli meno spesso; ma non deve più svegliare i suoi genitori, di modo che questi la mattina hanno l’impressione che il bambino abbia fatto tutta una tirata.

L’allattamento notturno, quindi, non è un’abitudine errata ma un bisogno del bambino! Prima o poi ogni bambino impara ad addormentarsi senza seno. Molte mamme che lasciano decidere al loro bambino (e non intervengono attivamente) sperimentano il seguente andamento: l’allattamento notturno aumenta tra i 6 e i 12 mesi ed è molto frequente anche nel secondo anno di vita. Dopo il secondo anno compiuto, la frequenza diminuisce gradualmente e finisce del tutto dopo il terzo anno (a seconda del bambino anche più tardi).

Il rituale della nanna alternativo aiuta nello svezzamento

Se i genitori desiderano sostituire l’allattamento per addormentarsi con un altro rituale, si consiglia la scelta di un metodo che si possa adottare per un periodo prolungato e senza grossi sforzi. Portare il bambino in braccio o nel passeggino sono sì dei metodi buoni ma molto dispendiosi. Il passaggio dall’allattamento al seno al biberon notturno con latte artificiale, del resto non è consigliabile per via del rischio aumentato di carie. Un metodo consigliabile e gradevole per i genitori è quello di insegnare al bambino ad addormentarsi a contatto fisico con loro. Visto che si addormenta tranquillamente perché mamma e papà si trovano vicini, anche di notte, quando si sveglia, riesce a continuare a dormire tranquillamente purché senta la vicinanza di una persona di riferimento accanto a lui. Se il bambino fino a quel momento si era sempre addormentava al seno e non è ancora pronto a rinunciarvi, reagirà al cambiamento molto probabilmente con pianto e proteste. Il bambino vive una grande perdita perché non può più addormentarsi con l’aiuto dell’effetto calmante della suzione. È importante sapere: un passo di sviluppo non iniziato dal bambino stesso non si svolge senza problemi.

Sopportare le reazioni del bambino a volte anche parecchio forti non è facile nemmeno per i genitori. Ma se non viene lasciato da solo, bensì aiutato e coccolato con amore, il bambino può superare l’ostacolo. Gli si può proporre un biberon con acqua oppure il ciuccio in sostituzione. Più i genitori sono convinti e più sono tranquilli, più facile sarà anche per il bambino accettare la nuova situazione. Il passaggio dall’addormentarsi al seno e allattamento notturno, all’addormentarsi senza seno non deve avvenire nel giro di un giorno. I pasti al seno si possono ridurre gradualmente – ma anche così non si potranno evitare lacrime e il processo difficile durerà di più.

Il cambiamento si rivela a volte molto difficoltoso, di modo che alcuni genitori si chiedano se non fosse stato meglio abituare il bambino fin dall’inizio ad addormentarsi senza seno. Devono però sapere che il loro figlio approfitta di ogni pasto al seno e che quindi non si tratta in nessun caso di “fatica sprecata”.

Se i genitori vogliono dividersi le cure notturne (e questo finora era stato compito unico della madre per via dell’allattamento), il papà ora può occuparsi in parte o anche sempre della messa a letto. La maggior parte dei bambini (anche svezzati), la sera e di notte preferisce chiaramente la presenza della mamma. Se il papà però è una persona di riferimento riconosciuta, non è presunzione includerlo. Qualunque sia la variante scelta dai genitori: possibilmente non deve essere diversa ogni sera, cosa che renderebbe il bambino ancora più insicuro.

Lo svezzamento di notte – un possibile metodo

Il paragrafo seguente descrive il passaggio dall’addormentarsi al seno e allattamento notturno all’addormentarsi a contatto fisico. Si tratta di un procedimento consolidato che continua a dare sicurezza al bambino e lo protegge da traumi:

Il passaggio dall’addormentarsi al seno all’addormentarsi con il solo contatto fisico dipende dall’età e dallo stato di sviluppo del bambino nonché dalla sua situazione familiare e di accudimento. Per far in modo che si possa scegliere una strada adatta alla situazione individuale e i genitori, se necessario, possano essere accompagnati da una persona esperta durante questo processo, potrebbe essere utile una consulenza privata.

Importante: Il bisogno del bambino alla base del desiderio di allattamento non viene a meno semplicemente con lo svezzamento – ma va sostituito da altre forme di attenzione. Durante questa fase e oltre, molti bambini sono particolarmente “appiccicosi” e vogliono essere allattati e presi in braccio di più durante il giorno. Nel caso ideale, le notti migliorano e i genitori, grazie all’aumento di sonno sono di nuovo più resilienti, ma il peso base della cura intensa di un bebè o di un bambino piccolo rimane tale.

Rinforzare la fiducia nonostante lo svezzamento

Un bambino non deve imparare a dormire ma deve imparare piuttosto a fidarsi del fatto che non viene lasciato da solo di notte. Questo, con o senza svezzamento notturno è un processo sensibile che richiede tempo e pazienza. Lo sviluppo infantile del sonno dura non meno di tre anni ed è di fondamentale importanza per la futura qualità del sonno. Un essere umano che impara presto ad associare il sonno con vicinanza e distensione, dormirà probabilmente bene per tutta la sua vita. Dopo il primo anno di vita compiuto, un bambino (allattato) non ha più bisogno del pasto notturno ma di solito ha invece ancora bisogno della vicinanza immediata di una persona di riferimento. È lecito che una mamma che di sera e di notte non vuole più allattare, scelga un’alternativa per accompagnare il proprio bambino a dormire. Il metodo qui descritto non è paragonabile all’apprendimento al sonno, metodo giustamente molto controverso. C’è una grossa differenza tra il dover piangere da soli finché non ci si addormenti ed essere portati in braccio con amore. Mentre la prima situazione desta nel bambino grande paura e disperazione, oltre al fatto che può portare anche a reazioni di stress dannosi nel cervello, la seconda situazione è ragionevolmente ammissibile.

Testimonianza relativa allo “svezzamento notturno seguendo 1001nanna

“Cara Sibylle

Grazie di cuore per la consulenza e i testi relativi allo svezzamento notturno. Ti volevamo far sapere che siamo riusciti a fare un’esperienza molto positiva con lo svezzamento notturno.

Mercoledì scorso era la prima notte senza allattamento a letto. Questa prima notte non è stata facile né per G. né per noi due. Ma la consulenza ci ha aiutato molto come anche l’immagine con la roccia e le onde. Avevamo spiegato a G. già nella giornata di lunedì che volevamo introdurre questo cambiamento insieme. Abbiamo aspettato il mercoledì perché non andava più all’asilo e perché noi stessi avevamo qualche giorno libero.

Come avevo detto, nella prima notte ci sono state lacrime e proteste da parte di G. per il fatto che si doveva addormentare senza l’aiuto del seno, ma era molto stanco ed è riuscito ad addormentarsi nel giro di 20 minuti grazie allo stretto contatto fisico, il canto dolce e le parole confortanti. Si è svegliato alle ore 23.00 e ha voluto essere attaccato al seno come d’abitudine, ma ha poi capito che questo adesso nel letto non esiste più. Ha pianto fortissimo e ci è voluto 1 ora finché non è riuscito ad addormentarsi di nuovo per bene. Non ha pianto ininterrottamente per 1 ora ma ha cercato a più riprese il seno e ha pianto quando non potevo ottenerlo. Quando poi si è svegliato più tardi nella notte, la protesta è stata meno intensa e alle 3.00 è riuscito ad addormentarsi senza chiedere il seno.

La seconda notte poi è andata decisamente meglio. G. si è addormentato pacificamente, senza di me, perché sono rientrata a casa più tardi. Durante la notte si è svegliato a più riprese ma si è riaddormentato grazie al contatto fisico con me o con il papà e non ha più chiesto il seno. Alle 3 non è riuscito ad addormentarsi con velocità. Ad un certo punto avevo l’intuito che potesse aver fame e sono andata nella stanza accanto per allattarlo, accendendo la luce. In quel momento, G. non si è addormentato. Di ritorno in camera è risuscito ad addormentarsi velocemente. Nella terza notte non ci sono state né lacrime né proteste e non sono più andata nella stanza accanto per allattare.

Ora abbiamo sempre una bottiglia d’acqua vicino al letto e capita che verso le 5.00 ne beve un po’. Inoltre, gli diamo 1-2 volte per notte un gel per i denti perché sta mettendo contemporaneamente 4 denti. Si potrebbe pensare che non sia un buon momento, ma siamo positivamente sorpresi per il poco tempo che ci è voluto per far addormentare G. senza l’aiuto del seno!

La scorsa notte sono riuscita a dormire dalle 21:30 fino alle 3 accanto a G. senza mai venire svegliata. Si è svegliato brevemente alle 3. A contatto fisico, sdraiato nel letto, è risuscito a riprendere sonno poco dopo e ha poi continuato a dormire fino alle 6:15 (a causa dell’ora legale si è svegliato un po’ prima).

La sera e la mattina lo allatto nella stanza accanto. G. continua a bere volentieri al seno ma non ci si addormenta più.

Grazie allo svezzamento notturno ci godiamo delle notti riposanti e siamo veramente grati di essere stati accompagnati da te in questo percorso.

Non sono sicura di poter sempre capire se di notte ha fame e deve essere allattato. Provo a fidarmi del mio fiuto.

Da ieri abbiamo aggiunto un secondo grande materasso vicino al nostro e abbiamo ottenuto così una superficie per dormire di 2x160 cm. E’ veramente meraviglioso avere tanto spazio a disposizione e poter dormire bene. Anche a G. piace molto la superficie grande.

Ti vogliamo ringraziare di cuore per la consulenza! Per noi è valsa oro!”

Allattamento notturno e carie

La domanda se l’allattamento (soprattutto l’allattamento ripetuto, notturno e di lunga durata) rappresenti un rischio per l’insorgere di carie è soggetta ad una discussione molto controversa nel mondo degli scienziati. Mentre alcuni studi sono riusciti a dimostrare che l’allattamento e/o il latte materno da solo non crea carie anzi protegge dalla stessa, altre ricerche hanno portato ad un risultato opposto: Dopo l’eruzione dei primi denti da latte pare che l’allattamento aumenti il rischio di carie.

Molte mamme si chiedono se l’allattamento notturno danneggi i denti. Alcuni bambini allattati effettivamente soffrono di carie e il dentista consiglia perciò lo svezzamento.

Il latte materno durante l’allattamento al seno arriva di solito nella bocca ben dietro le arcate dentali e non può quindi bagnare continuamente i denti come succede nel caso del latte assunto con il biberon. Inoltre, i bambini allattati per via della suzione al seno, hanno una migliore chiusura labiale e soffrono molto meno di malattie delle vie respiratorie, per cui, di solito, respirano con il naso e non con la bocca. La respirazione a bocca aperta può far asciugare i denti che poi non vengono remineralizzati abbastanza dalla saliva. Così il batterio Streptococcus mutans (SM) ha gioco facile. Quest’ultimo si nutre di zuccheri che vengono disintegrati e trasformati in acidi che attaccano a loro volta i denti. Anche il latte materno contiene zuccheri ma il cosiddetto lattosio viene scomposto solo nello stomaco per formare glucosio e galattosio.

Gli zuccheri semplici (monosaccaridi come, per esempio, glucosio e fruttosio) e gli zuccheri complessi (come saccarosio) si usano per dolcificare. Questi zuccheri alimentano e favoriscono la crescita degli SM, responsabili per la creazione delle carie. Il consumo frequente di alimenti zuccherati favorisce la crescita dei batteri.

Finché un bebè non ha ancora denti e viene allattato esclusivamente, non c’è rischio che si sviluppi la carie. Solo quando gli si danno bevande e alimenti zuccherati si può creare la carie perché il batterio SM riceve così terreno fertile, può creare acidi aggressivi e distruggere lo smalto dei denti. Troviamo lo SM nella maggior parte delle cavità orali degli adulti. Si trasferisce nella cavità orale del bambino quando la persona che lo accudisce lecca il ciuccio, la tettarella del biberon oppure il cucchiaino. Alcuni dentisti raccomandano di fare l’esame della saliva della mamma nonché una cura in caso di presenza comprovata dei batteri della carie.

Si aggiunge il fatto che il latte materno è una “sostanza viva”. Contiene cellule che attaccano i batteri: enzimi come la lattoferrina che lega i batteri ma anche le immunoglobuline che impediscono la crescita dannosa dei batteri. Lo SM che entra nella cavità orale del bambino viene distrutto attivamente da lattoferrina, IgA e IgG contenuti nel latte materno e riesce a diffondersi solo con difficoltà. Per cui il latte materno fa sì che i batteri della carie vengano attivamente combattuti e non trovano terreno fertile per la loro diffusione. Il valore ph del latte materno non danneggia lo smalto dei denti.

Ciononostante, un bambino allattato, con l’introduzione delle pappe aggiuntive, può avere carie e l’igiene orale non va mai trascurata!

La prevenzione della carie nei lattanti e nei bambini piccoli

Dormire da soli

Molti genitori si aspettano dalla consulenza del sonno che mostriamo loro come il bambino possa imparare a dormire da solo. Spesso però, non appena capiscono come funziona lo sviluppo del sonno nel bambino, desistono. O perché non li disturba più il fatto che il bambino momentaneamente dorma con loro oppure perché addirittura, se lo godono.

Se però i genitori continuano a desiderare che il loro bambino dorma quanto prima da solo, si consiglia il metodo seguente:

Nel primo anno di vita – così i consigli attuali degli studiosi – il bambino dovrebbe dormire con i genitori.

A partire dal primo anno compiuto i genitori possono pian piano abituare il bambino a dormire in cameretta, preparando una superficie grande dove il bambino inizialmente dorme insieme ad una persona di riferimento. L’idea è quella che il bambino in questo modo associa la cameretta nuova (e il letto) ad emozioni positive. Una volta che il bambino ci dorme bene, la persona di riferimento pian piano si può ritirare. Rimane inizialmente con il bambino finché non si addormenti ed esce poi dalla cameretta. Se però il bambino di notte chiama è importante che i genitori ci vadano subito di modo che il bambino non associ improvvisamente il sonno con paure e quindi lo rifiuta.

È anche importante non essere troppo rigidi: Se il bambino per un motivo qualsiasi ha di nuovo bisogno di più attenzioni, si consiglia fortemente di concedergliele. Tornerà poi più velocemente ad essere indipendente. Se invece costretto, impiega più tempo.

Accompagnamento alla nanna dai 3 anni in poi

Per evitare fraintendimenti è importante definire chiaramente i termini accompagnamento al sonno/alla nanna, rituale del sonno/della nanna e dormire da solo.

Accompagnamento al sonno

Il metodo di 1001nanna parte dal presupposto che fino all’età di circa 3 (!) anni la maggior parte dei bambini necessita ancora l’accompagnamento di una persona di fiducia per potersi addormentare, perché il bambino di regola non è ancora emotivamente e cognitivamente in grado di superare da solo, questa difficile situazione di legame.

A partire dai 3 anni compiuti i genitori possono, in accordo con il bambino, iniziare il percorso verso l’addormentamento autonomo. Ma anche per un bambino più grande non si tratta di eliminare del tutto il rituale della nanna e di mandare il bambino a dormire da solo. Il rituale rimane piuttosto parte integrante della vita quotidiana finché il bambino non segnali da solo che oramai è troppo grande e non ne ha più bisogno. Per molti bambini questo passo avviene all’età di 8, 9 oppure 10 anni, al più tardi con la pubertà.

L’accompagnamento al sonno non è da confondere con il rituale del sonno. Quest’ultimo, con l’avanzare dell’età, non richiede più per forza la presenza dei genitori finché il bambino non si addormenti, ma i genitori possono pian piano lasciare l’addormentamento stesso, ovvero l’ultimo passo, al bambino.

Importante: I genitori possono effettuare l‘accompagnamento al sonno anche dopo i 3 anni ogni sera. Facendo così non impediscono il suo sviluppo di autonomia! Tutt’al contrario: per molte famiglie questo rimane un momento particolarmente prezioso che rinforza il legame. Tutto quello che si percepisce poco prima di addormentarsi ed è legato a delle emozioni, viene ancorato saldamente. Idealmente per il bambino le emozioni positive. Durante l’accompagnamento del sonno, inoltre, né i genitori né il bambino sono distratti e possono prestarsi intensa attenzione l’uno l’altro. A molti bambini, in quel momento, piace raccontare quel che hanno vissuto durante la giornata, le loro preoccupazioni oppure le loro paure. Questo tipo di messaggio è molto prezioso per la relazione in famiglia dove, durante la giornata, c’è poco tempo per lo scambio.

Rituali di sonno

La risposta alla domanda qual è il metodo migliore per i genitori di portare a letto il loro bambino più grande (a partire dai 3 anni), non è una risposta fissa perché ogni configurazione e condizione famigliare si differenzia dall’altra.

Rituali quali raccontare libricini, cantare insieme, massaggiare, scatenarsi e tanti altri sono una cosa molto bella e importante per molte famiglie. Essi trasmettono sicurezza e orientamento. Le procedure sempre identiche diventate care, aiutano il bambino a rilassarsi e ad addormentarsi successivamente senza problemi. Anche se i genitori si danno il cambio per la messa a letto oppure qualcun altro ne fa le veci, almeno il rituale rimane invariato. Non è importante cosa propongano i genitori ma come lo facciano. Lo fanno volentieri? Godono di questo ultimo momento intenso con il proprio bambino? Oppure si stressano o sono poco pazienti al solo pensiero? Il bambino percepisce molto bene l’atteggiamento con cui ci si occupa di lui prima di andare a dormire e di conseguenza riesce poi a rilassarsi meglio o peggio.

Certo, in tutto questo i genitori possono valutare l’importanza dei propri bisogni e quelli del bambino. Cosa ha la priorità oggi? Mamma e papa hanno avuto una giornata difficile e hanno quindi bisogno di un momento per sé stessi? Il bambino deve affrontare una sfida difficile (inizio della scuola, conflitti con i compagni oppure con insegnanti ecc.) e ha quindi bisogno di più attenzione perché i pensieri fastidiosi si fanno presenti proprio al momento della nanna?

Regole irremovibili e rigidi non prendono in considerazione i bisogni in continuo cambiamento delle persone. Vale piuttosto la pena essere flessibili e dare spazio ai cambiamenti necessari.

Se il programma serale in una famiglia è già diventato terreno di conflitto, può essere di aiuto modificarlo appositamente e completamente per evitare le situazioni stressanti diventate routine. Bambini piccoli non interrompono per propria volontà un circolo vizioso perché gli mancano la coscienza e gli strumenti costruttivi per farlo. Ma gli adulti sì che sono in grado di riconoscere una situazione arenata e possono coscientemente cambiare le cose. In tutte le famiglie ci sono delle serate in cui uno o tutti i membri della famiglia sono stanchi, sensibili e snervati – non ci sono famiglie in cui tutto si svolge sempre con armonia. Ma è un gran peccato quando il tempo a comune disposizione di sera diventa un problema permanente. Una persona esterna con la sua visione neutra può aiutare a capire dove sono i “nodi” e proporre nuove possibilità ai genitori. A volte si tratta semplicemente di uscire dalla spirale dello stress e di scegliere una strada nuova, senza preconcetti emotivi (una situazione di sonno completamente diversa, un nuovo rituale ecc.)

Dormire da soli

Questo passaggio è tratto dal libro “Voglio dormire con voi” (titolo tradotto dalla relatrice; nuova edizione, 2019):

“Per un bambino più grande (dai circa 3 anni in su) a cui i genitori già possono spiegare diverse cose, ci sono le seguenti possibilità per abituarlo ad addormentarsi nella propria cameretta:

Ho usato questo metodo di tanto in tanto con il nostro primo figlio quando non avevo la possibilità di rimanere con lui. Ovviamente preferiva che o io o mio marito ci sdraiassimo vicino a lui finché non si fosse addormentavo. Ma accettava anche l’attesa di qualche minuto. Il fatto che, facendo così, si addormentasse regolarmente e anche velocemente era ovviamente l’intenzione iniziale; ma non sembrava dargli fastidio. La condizione necessaria per fare questo è che il bambino, da un lato ha sonno e dall’altro lato ha una grande fiducia nei suoi genitori. Se dubita del fatto che i genitori tornino veramente – forse perché è stato deluso molte volte – sicuramente piangerà comunque.

Alcuni genitori considerano che sia giusto premiare il bambino per aver dormito da solo. Io vedo questo metodo di educazione in modo critico, perché trasmette al bambino il messaggio: “Se fai il bravo e dormi tranquillamente senza chiamarci e senza venire da noi, ti meriti una ricompensa”. Dall’altro lato questo messaggio però significa anche: “Se non riesci a dormire da solo, non sei bravo”. Quello che impara il bambino in questo caso è che comunicare paure e bisogni è cattivo mentre respingendoli si guadagna l’amore e l’orgoglio dei genitori.”

Per i bambini più grandi i genitori possono cercare un oggetto sostitutivo per la loro assenza, in caso non ci sia una vera mancanza emotiva:

- un pupazzo

- un CD (storia tranquilla, musica rilassante)

- lasciare la porta della cameretta aperta in modo che il bambino veda ancora un po’ di luce e senta i rumori che fanno i genitori

- cantare sottovoce (il bambino si addormenta con il canto)

- leggere da solo e spegnere poi la luce (no cellulare oppure iPad! La luce bluastra impedisce l’addormentamento)

In fin dei conti, la cosa importante è sempre quella di pianificare il cambiamento insieme al bambino e di includerlo nel processo della presa delle decisioni. È consigliabile anche proporre due o tre possibilità diversi che i genitori considerano adeguati e poi lasciare la scelta al bambino. Avendo la possibilità di scegliere (anche se le possibilità sono limitate) sarà molto più cooperativo.

Per i bambini piccoli può essere di aiuto tradurre i processi di cambiamento in immagini perché non hanno ancora la stessa capacità di immaginazione degli adulti. Questo significa per esempio che i genitori preparano insieme al bambino il programma settimanale (su un grande foglio di carta con immagini colori ecc.), dove il bambino può vedere ogni giorno come si svolgerà la serata. Non deve essere sempre uguale: a volte il papà lo accompagna a letto, a volte la mamma, a volte gli si chiede di addormentarsi da solo ecc. Questo programma idealmente viene fatto insieme e attaccato in un posto ben visibile.

Se ci sono più bambini in famiglia, la condivisione del letto tra fratelli/sorelle è una buona soluzione perché così i bambini non sono da soli. Dopo aver spento la luce possono parlare ancora sottovoce oppure farsi le coccole finché non si addormentino. Di solito, all’inizio ci vuole la presenza/l’istruzione dei genitori per mettere in chiaro che “fare ginnastica” oppure alzare la voce non sono permessi. In caso di figli unici (soprattutto se ci sono stati separazioni e la mamma/ il papà sono genitori single) l’aiuto del/dei genitore/i servirà più a lungo.

Se i bambini più grandi non accettano in nessun caso che i genitori la sera li lascino qualche volta da soli, bisogna guardare a fondo: perché il bambino non ce la fa? Quali dei suoi bisogni non sono soddisfatti? Ci sono troppe separazioni durante la giornata? Cosa preoccupa il bambino al momento? Di che cosa ha paura? In che misura gli mancano sicurezza, chiarezza, tranquillità nel momento dell’addormentamento? Il bambino ha associato fino ad ora la fase dell’addormentarsi con paura, solitudine e stress? Un’associazione negativa all’addormentamento esistente si può creare nuovamente e si può ri-memorizzare in modo positivo. Vale la pena fare lo sforzo che questo richiede per rendere la fase dell’addormentamento più gradevole a lungo andare. C’è sempre una spiegazione per il comportamento del bambino al momento dell’addormentamento/del sonno e anche per i bambini più grandi non si tratta di una “lotta di potere”. I motivi possono essere talmente vari che non esiste semplicemente il metodo. Piuttosto vanno chiariti a livello interpersonale: durante una conversazione sincera, nel prestarsi attenzione a vicenda, nell’ascoltare e nella comprensione.

I metodi Ferber e Estivill (apprendimento al sonno)

Che cosa sono i metodi Ferber/Estivill?

Esperti o conoscenti consigliano a molti genitori i libri “Tutti i bambini fanno la nanna” o “Fate la nanna” i cui contenuti si basano tra le altre cose sul cosiddetto metodo Ferber o il metodo Estivill – metodi molto controversi e questo a ragione. L’apprendimento al sonno è un metodo della terapia del comportamento e/o del condizionamento e nasce inizialmente nell’ambito dell’addestramento degli animali. Lo scopo è quello che un bebè o un bambino piccolo “impari” ad addormentarsi/dormire senza risvegli. Per questo lo si mette la sera da solo nel suo lettino e lo si lascia piangere secondo un orario fisso. Tra l’una e l’altra di queste fasi di attesa/pianto i genitori possono andare dal proprio figlio per una durata di 2 minuti ma non lo devono tirare su. Questo trattamento viene applicato (in caso necessario per una durata di due settimane) finché il bambino non accetti le nuove condizioni.

I genitori che hanno adoperato l’apprendimento al sonno con il proprio bambino raccontano di “successi” a breve termine. Ma a lungo andare si nota chiaramente la tendenza alla ricaduta nel comportamento del bambino. Le conseguenze ne possono essere: grandi paure di separazione, problemi di sonno maggiorati, disturbi alimentari, svezzamento indesiderato, attaccamento maggiorato, apatia e comportamenti aggressivi. Inoltre, i genitori soffrono spesso a lungo di sentimenti di colpa e di fallimento. Per cui, un training del sonno non si dovrebbe mai effettuare alla leggera e senza aiuto da parte di terzi!

Per motivi etici non è possibile effettuare uno studio valido con fondamenta scientifiche per definire chiaramente gli effetti collaterali del metodo Ferber. Le conoscenze della ricerca in merito ai legami e al cervello ci forniscono però abbastanza indizi convincenti per capire che un tale metodo non può essere positivo per lo sviluppo del bambino.

Molti genitori (per fortuna) non sono capaci di applicare il metodo Ferber/Estivill con i propri figli e di lasciarli da soli, piangenti per svariate notti di seguito. Sentono istintivamente che un tale procedimento è dannoso per il bambino. Ma spesso mancano i necessari argomenti. Per questo motivo nel 2010 è nato l’opuscolo “Anche di notte i bambini hanno bisogno di noi – Ecco perché i metodi di apprendimento al sonno sono da sconsigliare” in cui si esprimono 20 esperti che sono contrari all’applicazione del metodo Ferber.

“Anche di notte i bambini hanno bisogno di noi”, download gratuito da 100nanna.it/concetto.

“Tutti i bambini fanno la nanna”. I consigli e i metodi naturali per aiutare tuo figlio a dormire bene di Annette Kast-Zahn o “Fate la nanna” il semplice metodo che vi insegna a risolvere per sempre l´insonnia del vostro bambino di Eduard Estivill. Vale la pena leggerli!

Perché l’apprendimento al sonno è da sconsigliare?

Rischi e effetti collaterali:

Bambino

Genitori:

Fratelli e Gemelli

Il letto condiviso tra fratelli secondo 1001nanna

Molti genitori si rivolgono prima della nascita del secondo figlio ad una consulenza del sonno perché si preoccupano della gestione serale e della notte con più di un bambino.

Situazione del sonno con due o più figli

Se il primo figlio dorme ancora con i genitori, ora è arrivato il momento di aumentare la superficie letto per tutta la famiglia (idealmente ogni persona dispone di un intero posto letto dalle dimensioni di 80-90 cm). Un’altra possibilità è quella che la mamma condivida il letto matrimoniale con il bebè (per poter allattare bene e per aver spazio a sufficienza) mentre il papà dorme in cameretta con il figlio più grande (anche qui si consiglia l’uso di un letto matrimoniale). Così, di notte, ogni bambino ha una persona di fiducia vicino. Inoltre, il figlio più grande e il papà non vengono svegliati dal bebè.

Non appena il figlio piccolo compie un anno (e se svezzato) può trasferirsi per dormire dal fratello/dalla sorella più grande. Se si dispone di una superficie letto abbastanza grande per entrambi, si possono coccolare a vicenda e trasmettersi in questo modo un senso di sicurezza e di fiducia, che di solito li fa dormire molto bene. Nella maggior parte dei casi, la presenza dei genitori per l’addormentamento serve poi solo quando un bambino è ammalato oppure quando ha fatto brutti sogni. Un ulteriore vantaggio della condivisione del letto tra fratelli è la migliore relazione tra i fratelli. Dormire vicini riduce la gelosia e rinforza la fiducia reciproca.

Accompagnamento all’addormentamento in caso di due o più figli

Anche l’accompagnamento all’addormentamento viene facilitato dall’uso comune del letto tra fratelli. Mentre in molte famiglie in cui i bambini dormono separati, ciascun genitore porta a letto uno dei bambini, nel caso del letto comune tra fratelli lo può fare facilmente un solo genitore mentre l’altro può godersi un po’ di tempo per sé stesso.

La condizione necessaria per questo è ovviamente che i bambini vadano a dormire alla stessa ora, ma questo di solito è organizzabile. I genitori possono pian piano spostare l’orario della nanna (5-10 minuti al giorno) per raggiungere l’orario desiderato. Ci vogliono circa 14 giorni prima che l’organismo del bambino/ dei bambini si adatti.

Alcuni genitori temono di non poter lasciar dormire i bambini nella stessa cameretta/nello stesso letto perché si impedirebbero a vicenda di dormire. Lo scopo del letto comune tra fratelli non è quello di “evitare la reazione” ai bisogni dei bambini nel momento della nanna, lasciandoli da soli. La maggior parte dei bambini ha bisogno di una persona di riferimento che accompagni il momento della nanna con amore ed eventualmente con rituali, che dia un ambiente sicuro e che aiuti il bambino a rilassarsi. Nel caso di due o più bambini può anche comportare la necessità di essere molto chiari e di far capire che è ora di dormire e non di “fare ginnastica” o di scatenarsi (premesso ovviamente che i bambini hanno veramente sonno).

Dormire insieme non sempre funziona bene fin da subito (questo vale anche per le coppie!) perché ci si deve abituare l’uno all’altro; ai rumori e i movimenti dell’altro. Vale però la pena ricorrere al letto comune, anche in caso di difficoltà iniziali, perché è un modo di dormire che può rimanere tale per molti anni e che può facilitare enormemente la vita famigliare.

Nella maggior parte delle culture è di comune uso far dormire i fratelli insieme. Nel mondo occidentale, dove offrire un proprio letto a ogni bambino è diventato standard (lusso), i genitori conoscono casomai solo il letto a castello che non offre sufficiente sicurezza ai bambini piccoli. Il letto comune come lo interpreta 1001nanna è un’unica grande superficie sulla quale i bambini si possono coccolare l’uno con l’altro e trasmettersi a vicenda vicinanza e sicurezza.

Due o più gemelli

Si trova poca letteratura che tratta l’argomento del sonno di due o più gemelli. Con l’aumento del numero dei parti gemellari però aumenta anche il numero di genitori che ha domande in merito al comportamento del sonno dei propri figli.

Mentre la SIDS in generale è molto rara, l’incidenza di questa sindrome nel caso dei gemelli è due a quattro volte più alta rispetto ai bambini singoli. Questo sicuramente è dovuto al fatto che molti gemelli nascono prematuri oppure con un peso basso; fattori quindi che comportano per tutti i bebè un aumentato rischio di SIDS.

Insieme o separati?

Il primo dilemma per i genitori di gemelli in termini di sonno è questo: I bebè vanno messi in un unico lettino oppure in due lettini separati? Studi fatti su genitori di gemelli in Nuova Zelanda mostrano che il co-bedding (entrambi i gemelli nello stesso letto) viene applicato nel 52% delle coppie di gemelli all’età di 6 settimane; questa percentuale raggiunge solo il 31% all’età di 4 mesi e il 10% all’età di 8 mesi.

Altri due studi effettuati da Damato & Ball hanno mostrato risultati simili. La riduzione dell’incidenza con l’aumento dell’età può essere dovuta al fatto che i bambini crescono e sono poi troppi grandi per poter dormire insieme nel lettino disponibile. Gli studi di Helen Ball non hanno confermato le preoccupazioni dei genitori relative al bedsharing (ovvero che i gemelli si potessero disturbare a vicenda, paura del caldo eccessivo oppure del soffocamento). Al contrario, sono stati trovati alcuni vantaggi del bedsharing: I gemelli che dormono insieme hanno abitudini di sonno sincronizzate e sono soggettivamente più facili da gestire; ma né il bedsharing né lasciarli dormire separatamente fa sì che i genitori ricevano più sonno. Ball suppone che questo sia il motivo per cui i bambini del bedsharing solitamente rimangono per più tempo nella camera dei genitori. Dormire insieme in una camera con un genitore, cosa che viene praticato più spesso nel caso in cui i bebè dormono nello stesso letto, riduce il rischio della SIDS.

Configurazioni per dormire

I genitori che fanno dormire i loro bebè insieme si trovano di fronte ad un secondo dilemma: quali posizioni sono sicuri e confortevoli?

Consigli generali di sicurezza

I consigli generali di sicurezza per il sonno valgono nella stessa misura sia per i gemelli che per i bambini singoli.

I gemelli hanno comportamenti del sonno diversi?

La ricerca mirata sui modelli e la durata di sonno dei gemelli è scarsa come anche le prove empiriche su come i genitori gestiscono il disturbo del sonno relativo all’accudimento dei gemelli. Parlando del sonno di gemelli, bisognerebbe tenere in mente che in primo luogo abbiamo a che fare con dei bebè e solo in secondo luogo con gemelli. Il loro comportamento del sonno e i loro bisogni cambieranno con l’età. Saranno sempre gemelli, ma per la breve durata di un anno saranno in primis bebè. Dato che i gemelli di solito nascono pretermine, seguono piuttosto una linea di sonno pari alla loro età gestazionale e non alla loro vera età. Per cui sarebbe meglio evitare i paragoni con altri bebè che nascono più tardi nel loro sviluppo gestazionale.

È quindi poco probabile che i bebè gemelli dormano diversamente dai bebè singoli. I problemi di solito sono relativi alla loro possibile nascita prematura e/o al tempo che hanno passato in incubatrice. Quando i bebè arrivano a casa dopo una permanenza prolungata in un reparto infermieristico specifico, sono, per le prime settimane, un po’ spaesati a causa dei cambiamenti drastici dell’ambiente. Un'altra cosa da considerare è la temperatura dell’ambiente che può influire sul loro sonno. Gemelli dormono meglio e raggiungono temperature più stabili se si mettono a dormire insieme. Se nati prematuri, hanno inoltre lo stomaco più piccolo, per cui devono essere nutriti più spesso rispetto ai bebè con la stessa età cronologica; e questo si ripercuote sulla frequenza dei risvegli notturni. Molti genitori notano che i comportamenti alimentari e di sonno dei loro gemelli si sincronizzano se vengono allattati/nutriti allo stesso tempo e se dormono insieme.

Gemelli e sonno genitoriale

Studi hanno dimostrato che le esperienze notturne delle mamme in termini di interruzioni del sonno sono paragonabili, indipendentemente dal fatto se devono occuparsi di uno oppure di più bambini. I padri di bebè singoli invece dormono di più rispetto alle mamme – mentre i papà di gemelli dormono meno rispetto alle mamme che possono ricuperare meglio il sonno perso facendo delle dormite diurne. La cura notturna impatta meno sui papà nel caso di un unico lattante mentre sono coinvolti di più in caso di più bambini. Sia per i papà che per le mamme, le conseguenze del sonno mancato sono stanchezza, depressione e minore capacità prestazionale mentale insieme ad un rischio aumentato di contrarre malattie nonché una ridotta capacità di saper gestire le esigenze; aumenta il rischio della depressione postparto per le mamme di gemelli, soprattutto se accompagnati da difficoltà di addormentamento. Per cui, i genitori di gemelli devono stare molto attenti ai segnali di un’eventuale depressione postparto e in caso di sospetto, cercare aiuto.

L’accudimento di gemelli

La creazione di abitudini di solito aiuta nell’accudimento dei neonati (singoli o gemelli) perché le abitudini aiutano i genitori a gestire meglio la situazione, a creare struttura e ordine, favoriscono la ripartizione dei compiti ecc. Tutte le famiglie sviluppano abitudini diversi. Queste sono idealmente flessibili e possono essere sottoposte a variazioni se necessario. Orari fissi invece possono aggiungere ulteriore stress in famiglia perché spesso molto rigidi e i bebè non rispettano gli orari. I genitori di (due o più) gemelli a volte sono tentati di effettuare un apprendimento al sonno per evitare le interruzioni notturne; ma questo non è consigliabile perché interrompe la sincronizzazione tra genitori e bebè e causa stress.

(Due o più) gemelli spesso vengono gestite seguendo un orario fisso e di solito hanno diverse persone di riferimento. Entrambe le cose aiutano i genitori a gestire l’accudimento dei loro bebè soprattutto se hanno anche altri bambini di cui si devono occupare; ma la situazione può essere difficile per i bebè, per esempio, se devono aspettare il proprio turno per essere nutriti o consolati, oppure se ricevono un accudimento non omogeneo da parte di più persone diverse. Molto più sensato, in termini di legame e sicurezza dei gemelli, è l’introduzione primaria di aiutanti che si occupino della casa, del bucato e altro anziché includerli nell’accudimento dei lattanti.

Il padre nella consulenza del sonno

La triade

“La triade (…) indica nella psicologia una costellazione base in famiglia di padre, madre e bambino. Se il padre nel corso del primo anno di vita funge solo da persona di riferimento secondaria per il caso in cui la madre in qualità di persona di riferimento primaria non fosse disponibile, esso ottiene verso la fine del primo anno e soprattutto durante il secondo anno di vita un ruolo importante e indipendente nell’ambito della separazione. Per permettere al piccolo bambino di separarsi dal legame stretto con la madre, ovvero la diade, ha bisogno di un esempio di carattere positivo per poter agire autonomamente nella società. E’ in questo modo che nasce l’autonomia.“

Così scrive Rüdiger Posth nel suo libro “Dalla fiducia primordiale alla fiducia in se stessi” (tradotto dalla relatrice).

“Il distaccamento però - per evitare possibili fraintendimenti fin dall’inizio – non significa la ricerca di uno stato al di fuori di ogni legame. Il modello di distaccamento “padre” è (…) solo una nuova persona di riferimento nel senso di un legame secondario dietro il quale il legame primario continua ad esistere.”

Nel caso in cui il padre non sia disponibile, si consiglia l’aggiunta di un ulteriore persona di riferimento come per esempio un nonno/una nonna. Non è tanto importante chi assuma questo ruolo, bensì che questa persona di fiducia secondaria sia affidabilmente e continuamente disponibile per il bambino. Idealmente si occupa del bambino già fin dalla nascita e anche in seguito regolarmente, il bambino la conosce bene e riesce a trasmettergli un sentimento di sicurezza e di fiducia. Ma anche nel caso di una famiglia intatta con due genitori è sensato ricorrere all’aiuto di ulteriori persone di riferimento.

Nel caso in cui il bambino non abbia nessuna persona di riferimento secondaria, così sostiene Posth, esso avvia il processo di distaccamento spesso solo con un comportamento aggressivo e provocatorio nei confronti della madre. Vorrebbe diventare più autonomo ma non si può staccare nel vuoto se gli manca la seconda controparte. Posth parla in questo caso di un “distaccamento difficoltoso”. La madre può essere sopraffatta dal comportamento del bambino che esprime solo la propria insicurezza e peggiora la situazione reagendo con durezza educativa o voltandogli le spalle.

Il distaccamento riuscito

Verso la fine del primo anno di vita il bambino inizia maggiormente a rivolgersi al padre. La mamma continua però ad essere la “base sicura” ed è di solito la scelta preferita nelle situazioni in cui scatta il comportamento di legame (tra le altre cose in presenza di malattie, dolori, momento della nanna, paure etc.…). In situazioni tranquille, il padre deve e può aumentare la sua presenza e passare del tempo con il bambino. Se gli si avvicina con la stessa empatia della madre, il bambino lo accetterà senza problemi. E’ importante che i padri non si sentano personalmente respinti se il bambino a volte continua comunque ad insistere a volere le attenzioni della madre e che abbiano la pazienza di aspettare che si crei un rapporto similarmente stretto. La madre per via della gravidanza (e del periodo di allattamento) sarà sempre in vantaggio rispetto al padre: ora ci vogliono tanto tempo passato insieme e tante esperienze positive per ricuperare. Per questo i papà stessi devono essere pronti e fiduciosi e le madri devono consapevolmente distaccarsi un pochettino. I padri trovano spesso modi propri e diversi ma altrettanto validi per rispondere ai bisogni del loro bambino.

Al più tardi nel secondo anno di vita ha senso che il padre si occupi di gran parte dell’accudimento. Idealmente il legame padre-bambino viene rafforzato prima della nascita di un secondo bambino, di modo che entrambi formino un team affiatato per quando arriva la “concorrenza”. Il padre diventa l’alleato del primogenito e addolcisce così un eventuale trauma della detronizzazione.

Per quanto riguarda la situazione del sonno, il padre può, dal secondo anno di vita in poi, trasferirsi per esempio nella cameretta del bambino grande (se svezzato e in un letto matrimoniale), di modo che la mamma e il bebè abbiano abbastanza spazio nel letto dei genitori. Il padre può appositamente fare delle offerte particolarmente invitanti come leggere libricini illustrati oppure altri rituali piacevoli.

Il distaccamento progressivo verso il padre sarà tanto più facile quanto il legame primario con la madre si sia potuto sviluppare. Il padre può occupare il ruolo della persona di riferimento primaria anche durante il primo anno di vita in maniera affidabile, in caso la madre non ne sia in grado.

Il significato del legame padre-bambino

“I bambini approfittano del loro legame sicuro con i loro papà. La presenza del papà nel gioco e nello scoprire del bambino piccolo ha un significato altrettanto importante per lo sviluppo psicosociale del bambino quanto l’empatia della madre nei confronti del lattante. Lo sviluppo del legame sicuro con il papà viene favorito dall’attenzione empatica nel gioco. L’empatia paterna nel gioco si mostra nel fatto che il papà sfida il suo bambino in termini cognitivi e sociali ma non sopravaluti né sottovaluti le sue capacità. Allo stesso tempo il papà copre i bisogni emotivi del bambino nel riconoscere se ha bisogno di aiuto, appoggio, incoraggiamento, rassicurazione o consolazione. In questo modo il bambino piccolo può espandere la sua competenza all’interno di un ambito psicologicamente tranquillo. Impara ad affrontare situazioni difficili e di frustrazione senza fallire o disperare. Spesso il papà permette al suo bambino anche altre esperienze grazie alla sua forza fisica. Ai papà piace il gioco fisico con i propri bambini. Scatenarsi, essere lanciati in aria, tenere l’equilibrio su un’alta struttura per arrampicarsi, scivolare giù un pendio ripido ed essere “tenuti con mani forti/sicure”…tutto questo di solito funziona meglio con il papà. Il papà è il primo e migliore esempio per l’autonomia. È il migliore protettore e accompagnatore verso l’indipendenza. Certamente i genitori si possono dividere i vari compiti e ruoli nell’educazione del bambino anche in un altro modo. Nel migliore dei casi si completano a vicenda. Se manca il papà fisico, è importante per il bambino che qualcun altro sostituisca in maniera affidabile e continuativa la figura paterna. Così, entrambi i genitori posano le fondamenta per lo sviluppo del legame sicuro del bambino. La cura sensibile da parte del papà e la felicità nel matrimonio sono strettamente legate. “Le prove per il potere dell’affezione paterna in praticamente tutte le culture e tutti i gruppi etnici presi sotto esame sono un buon motivo per incoraggiare gli uomini alla maggiore cura e intimità con i loro figli piccoli. (Berk 2011, S.271).”

Il papà in qualità di accompagnatore notturno

Prima il bambino riconosce e recepisce il papà quale persona di riferimento famigliare e amorevole, meglio è. Anche se, inizialmente, riesce a partecipare per niente oppure in misura inferiore in ambiti come allattamento oppure accompagnamento all’addormentamento, la sua presenza e il suo sostegno sono ciononostante di grandissimo significato. Il bambino assocerà il senso di sicurezza che gli dà la madre con la presenza evidente del papà, in modo che poi sarà più facile essere accudito dal papà quando la mamma non è disponibile. Quando il papà assume il ruolo dell’accompagnatore notturno (perché i genitori vogliono dividersi questo compito oppure perché la mamma la sera non c’è) ci si deve aspettare che il bambino all’inizio sia infelice e pianga per la mancanza della mamma. Questo non significa però che rifiuta il papà, bensì che preferirebbe semplicemente la mamma nella situazione insicura della notte e dell’addormentamento, perché riesce a calmarsi più velocemente vicino al corpo di lei. Per molti papà questa situazione è una vera sfida oppure ne sono sopraffatti e temono che rimarrà così. Ma è importante che non si arrendano prima del tempo e che diano a se stessi e al bambino l’opportunità di creare progressivamente una relazione stabile. Più il papà riesce ad essere tranquillo più facile sarà per il suo bambino, calmarsi vicino a lui perché le sue emozioni si trasmettono in modo non verbale al bambino. Il papà può immaginarsi di essere la roccia stabile in mezzo al mare agitato, sulle cui onde la barchetta (il suo bambino) viene sballottato. Se abbandona la sua posizione stabile e tranquilla, il suo bambino non riesce più ad aggrapparsi a lui. Se invece rimane tranquillo, concentrandosi per esempio sul proprio respiro, aiuta anche il suo bambino a calmarsi.

Finché la madre allatta, di solito la cosa più semplice è quella di allattare il bambino finché non si addormenti e di allattarlo anche di notte. Se il papà non riesce a dormire bene accanto a loro due, è meglio che dorma temporaneamente in un'altra camera. Così almeno uno dei due riposa bene. Di giorno poi il papà può dare una mano alla mamma che così può recuperare il sonno perso. Non appena svezzato il bambino però, anche il papà può partecipare alla messa a letto e a far riaddormentare il bambino durante la notte.

Il ruolo del papà

I passaggi seguenti sono presi dal libro “Allattamento senza obbligo” (titolo tradotto dalla relatrice, titolo originale: “Stillen ohne Zwang”). Si parla dell’allattamento ma il contenuto si applica benissimo anche al sonno.

Il ruolo dei papà

Qual è l’influenza del padre sull’allattamento?

Mentre tempo fa l’interesse scientifico si concentrava soprattutto sulla relazione madre-bambino (diade), nel corso degli ultimi anni la relazione padre-madre-bambino (triade) ha guadagnato di significato. In altre culture sono soprattutto i parenti femminili che influenzano la madre nelle sue decisioni e il suo comportamento, che la consigliano e le stanno vicino. Nel mondo occidentale invece è il papà oppure il partner della madre la persona di riferimento più importante. Non sono gli esperti a partecipare alla decisione della madre di iniziare o terminare l’allattamento, bensì i padri. Ci si pone quindi la domanda se i partner spingano le madri all’allattamento o le dissuadano.

L’atteggiamento e le informazioni che possiede il padre in merito all’allattamento, influiscono in maniera significativa sulla relazione dell’allattamento. Analisi dimostrano che le mamme i cui partner già prima della nascita erano stati preparati da esperti in ambito di allattamento, iniziano decisamente più spesso ad allattare che le mamme i cui partner non sono stati informati per niente. Le mamme con i papà informati allattano anche decisamente più a lungo. I padri ben informati che hanno un atteggiamento positivo nei confronti dell’allattamento sostengono le loro partner, il ché aumenta il successo dell’allattamento. Per cui è sensato includere il papà nella consulenza professionale intorno all’argomento della nascita. (…)

Purtroppo, ci sono solo pochi gruppi di discussione dove i papà si possono confrontare sotto la guida di un esperto. (…)

I motivi per cui un uomo voglia impedire alla sua partner di allattare possono essere la gelosia nei confronti della relazione simbiotica madre-bambino, il sentimento di essere escluso e di non stare più al centro dell’attenzione della partner e/o di perdere la partner che si dedica solo al bambino. Il mancato interesse sessuale della madre durante il periodo dell’allattamento e la paura che l’aspetto del seno possa peggiorare, spingono alcuni papà ad avere un atteggiamento negativo. Il seno della compagna viene considerato “proprietà” che viene condivisa solo contro volontà con il bambino. Molti padri sperano che con lo svezzamento torni l’interesse sessuale della madre e ignorano che ci sono anche altri fattori di fondamentale importanza. Motivo per il disinteresse sessuale delle madri (ma anche dei padri) è in primo luogo la stanchezza dovuta allo sforzo ininterrotto di accudire il bambino e la mancanza di sonno. Ma incide anche il timore di stare per il bambino solo al secondo posto e di non riuscire a stabilire un legame stretto con lui finché viene allattato. Qualche papà afferma di essere contrario all’allattamento (prolungato) perché impedisce al proprio figlio di essere indipendente. (…)

Per non essere ingiusti, bisogna aggiungere che quasi tutti i preconcetti dei padri nei confronti dell’allattamento trovano la loro ragione nel fatto che essi non sono stati informati abbastanza sui vantaggi dell’allattamento. Spesso sanno ben poco su gravidanza, nascita, allattamento e sviluppo del bambino. Anche se la letteratura non manca, sono di solito le donne che si informano, cercano il dialogo con esperti oppure, si confrontano con altre mamme.

Ma contrariamente alle generazioni del passato, i padri oggi vivono la loro paternità molto più coscientemente e prendono la loro relazione con il bambino molto sul serio. Così, tanti uomini accompagnano le donne ai corsi preparto, sono presenti prima, durante e dopo la nascita e non si ritirano più quando si tratta di cambiare il pannolino o di portare in braccio il loro bambino. La vista di un papà che porta un bebè avvolto in una fascia porta bebè da tempo non desta più stupore.

Non appena i padri in un colloquio personale con un esperto vengono informati del fatto che l’allattamento non deteriora l’aspetto del seno femminile, non danneggia la relazione padre-bambino né ritarda lo sviluppo dell’indipendenza del bambino, sostengono le loro partner. Studi confermano che i papà ben informati partecipano fin dall’inizio di più alla cura del bambino e hanno anche anni dopo una relazione migliore con esso rispetto ai padri che non erano stati istruiti.

I papà sono diversi – ma altrettanto importanti!

Poco tempo fa leggevo: I papà sanno fare tutto, tranne allattare. Molte coppie con atteggiamento moderno e che vogliono mantenere entrambi il proprio lavoro, partono dal presupposto che il compito di accudire il bambino possa essere distribuito più o meno equamente. Per questo motivo alcuni preferiscono dare il biberon, sia con latte preso con il tiralatte sia con latte artificiale. Un padre può soddisfare affidabilmente i bisogni del proprio figlio e creare un legame di fiducia con esso. Dal punto di vista biologico però, la distribuzione completamente equa non funziona, visto che le mamme per via della gravidanza, della nascita, della possibilità dell’allattamento hanno ben altre premesse. Al padre manca l’esperienza unica di aver portato in grembo il suo bambino per quaranta settimane, non può farlo nascere e dopo la nascita non è altrettanto famigliare quanto la madre, il cui odore, la cui voce e il cui battito del cuore il neonato conosce tanto bene. Inoltre, è stato dimostrato che le madri di solito reagiscono più velocemente ai segnali del proprio bambino per cui, con il passare del tempo e anche in caso di partecipazione attiva del papà alle cure del bambino, quest’ultimo preferisce chiaramente la madre. Ma questo non significa che la relazione del bambino con il padre sia meno importante solo perché diversa – il suo valore deriva proprio dalla sua diversità.

(…) Questo squilibrio viene compensato solo in apparenza con l’introduzione del latte artificiale. Perché ci si dimentica che il padre – anche nel caso di un bambino allattato al seno – può creare fin dall’inizio una relazione intima con il bambino. Portarlo in braccio, fare il bagnetto oppure fare le coccole sono altrettanto preziosi. Famiglie con più bambini allattati spesso riferiscono che alcuni bambini preferiscono la madre, altri il padre. Se un bambino si lega piuttosto alla madre oppure al padre non dipende dall’allattamento. Sono più decisivi la presenza temporale del padre, il suo impegno e la sua attenzione nel confronto del bambino e in fin dei conti anche la compatibilità dei due caratteri.

Per fare in modo che il padre voglia partecipare attivamente all’accudimento del bambino, la madre lo deve ritenere capace. Se, ogni volta che il bambino piange, glielo toglie dalle braccia oppure sta costantemente accanto a lui e controlla (peggio ancora, corregge) quel che sta facendo con il bambino, ben presto perderà la gioia del suo ruolo di padre. Certo, non è necessario che la madre parta per una settimana e lasci i due da soli come a volte viene consigliato per far in modo che il padre possa creare un legame con il figlio. Danneggerebbe inutilmente sia la relazione madre-bambino che la relazione dei genitori, a meno che non si faccia per desiderio della madre.

E’ un dato di fatto che i bambini allattati al seno di solito si calmano e si addormentano più velocemente, ma spesso sono i padri che – se il bambino non ha desiderio di essere allattato – sono più abili a consolare. Il loro timbro di voce più basso (per esempio nel canto) può avere un effetto calmante e qualche padre non si innervosisce subito quando il bambino è agitato.

Tante mamme che allattano al seno per molto tempo e si occupano amorevolmente dei loro figli confermano che non ci sarebbero mai riusciti senza l’aiuto del partner. Spesso l’impegno del papà viene percepito e apprezzato in misura inferiore dall’ambiente.

Che ne è della relazione di coppia?

La maggior parte dei padri trova positivo che il figlio venga allattato al seno i primi tempi dopo la nascita, ma fa fatica ad accettarlo quando dura troppo a lungo. Entrambi i genitori suppongono, spesso erroneamente, che lo svezzamento faciliti la vita quotidiana intensa con un bebè. Il continuo bisogno del bambino di essere portato in braccio, nutrito, accudito, può essere molto stressante per i genitori. Nel miglior dei casi si possono alternare, ma facendo così manca il tempo per stare insieme. Vale la pena cercare già per tempo una o due ulteriori persone di riferimento che – in un primo tempo in presenza dei genitori e possibilmente nell’ambiente familiare – si occupino regolarmente del bambino per dare un aiuto ai genitori se necessario.

È importante che i genitori non trascurino sé stessi e i loro rapporto e si creino appositamente piccole isole. Finché il bambino viene allattato al seno è piuttosto difficile lasciarlo a qualcun altro per un fine settimana intero. Inizialmente anche tempi brevi passati insieme sono di gran valore, la maggior parte delle mamme, dopo poche ore, ha di nuovo il desiderio di stare con il proprio figlio.

“Mio marito insiste che passiamo regolarmente un fine settimana in due – anche se ora siamo genitori. Lo faccio soprattutto per fare piacere a lui, perché la separazione dal nostro bambino per me è piuttosto stressante e non riposante. “

Per via degli ormoni di allattamento e dello stress della maternità, la maggior parte delle mamme ha meno desiderio sessuale. Il contatto fisico intenso con il bambino comporta una sorta di saturazione: se poi le si avvicina pure il suo partner, si sente spesso sopraffatta. È interessante sapere che i padri che si occupano intensamente del proprio figlio e che passano molto tempo con lui hanno un livello di testosterone abbassato e quindi meno desiderio sessuale. L’intimità nella relazione padre-figlio ha effetti positivi sia per la relazione con il bambino che per la relazione tra i genitori (e la sua stabilità). Ciononostante, è importante che i genitori mantengano il dialogo ed evitino, grazie alla tolleranza e ad eventuali alternative alla vita sessuale, che il padre cerchi di soddisfare i suoi desideri in un'altra relazione.

Alcuni padri dicono di fare fatica a condividere il loro letto matrimoniale con il bambino. Sperano che la loro vita sessuale sia più soddisfatta se il bambino dorme nella propria cameretta. Visto però che per le mamme che allattano la cosa più comoda è quella di avere il figlio accanto nel letto per poterlo portare al seno anche di notte senza problemi, spesso non concordano con il partner. Altri papà invece riconoscono che è proprio l’allattamento che faciliti la loro vita.

“Per me personalmente è stato un grande arricchimento il fatto che la mia partner ha allattato nostro figlio. Soprattutto le notti sono stati gradevoli. Nostro figlio dormiva nel nostro letto e ogni volta che si svegliava veniva attaccato al seno dalla mia partner. Non mi accorgevo nemmeno di questi pasti notturni perché nostro figlio non ha dovuto piangere. Mi svegliavo tutte le mattine ben risposato. Mentre i miei colleghi di lavoro si lamentavano di non dormire praticamente più a causa dei loro bambini piccoli, io stesso non sapevo di cosa stessero parlando.“

Diventare genitori attiva sia nella madre che nel padre le proprie esperienze fatte da bambino e tocca quindi ferite psicologiche di cui non si tiene conto. Questo può rafforzare il sentimento di sopraffazione e portare a conflitti nella relazione. Un padre che da bebè ha ricevuto poche attenzioni di amore può sentirsi emotivamente trascurato dalla sua partner se quest’ultima si occupa pressoché unicamente del proprio figlio. Per cui, le esperienze fatte dal papà da bambino e i modelli di relazione che porta con sé sono decisive. Indirettamente anche i suoceri e in primo luogo la suocera e la sua attuale relazione con il padre sono di grande importanza.

Per una paternità e una maternità soddisfatta può essere utile che entrambi i genitori (idealmente già prima della nascita del figlio) analizzino la propria infanzia e cerchino di capire se si sono sentiti amati da bambini e se i loro bisogni erano stati sodisfatti dai loro genitori. Tutti i genitori trasmettono inconsciamente i modelli di legame acquisiti nella propria infanzia ai figli, a meno che queste esperienze vengano fatte e elaborate coscientemente.

I papà hanno una posizione difficile.

(…) Mentre il doppio carico delle mamme pian piano viene riconosciuto dalla società, si continua per gran parte ad ignorare che anche i papà raggiungono i propri limiti con la paternità. Depressioni postparto e stati di esaurimento dei papà sono – anche se un dato di fatto – spesso sconosciuti. I padri oggigiorno non hanno la vita facile – cosa che però non è da attribuirsi all’allattamento al seno.

“Noi papà oggigiorno invidiamo i nostri padri perché questi – così sembra – conducevano una vita da uomo senza preoccupazioni. In qualità di coppia emancipata, io e mia moglie ci siamo distaccati dall’assegnazione chiara dei ruoli e dobbiamo perciò ritrovare noi stessi, cosa che richiede molto lavoro organizzativo e porta ad avere discussioni. Facendo così, possiamo contrastare le ingiustizie vissute in passato ma forse ne creiamo anche delle nuove. La sopraffazione del padre moderno centroeuropeo è forse da ricercarsi nell’enorme pressione a cui noi uomini siamo esposti oggigiorno. Di regola continuiamo a portare a casa la parte grossa del introito famigliare, portiamo quindi la responsabilità economica, ci occupiamo allo stesso tempo dei bambini (cosa che desideriamo con fervore) e dobbiamo svolgere anche la nostra parte di lavoro in casa (perché siamo favorevoli alle pari opportunità).“

(…) Se un padre vuole che il suo bambino venga allattato al seno, può pensare alle sue possibilità di sostenere la sua partner. Di solito i padri cercano di aiutare la partner con l’accudimento del bambino, ma spesso sono semplicemente persi e insicuri. Soprattutto quando la partner accusa dei problemi con l’allattamento al seno e sembra esserne sopraffatta, i papà pensano spesso di aiutarla consigliandole di svezzare i bambini. Invece in molti casi le donne vogliono semplicemente comunicare le loro preoccupazioni e paure e ottenere comprensione.

“L’allattamento al seno del nostro primo figlio è stato veramente difficile e ho avuto problemi a produrre abbastanza latte. La preoccupazione per il nutrimento del nostro bambino era diventata talmente esistenziale che non riuscivo a pensare più a nient’altro. Devo essere stata insopportabile per le persone che mi circondavano. I tentativi fatti da mio marito per calmarmi non funzionavano. Visto che non smettevo di lamentarmi, mi propose alla fine di smettere con l’allattamento al seno. E questo per me era pressoché un’offesa. Era l’ultima cosa che volessi sentire! Volevo solo ottenere la sua comprensione per la mia posizione difficile: Volevo solo essere presa in braccio e consolata. Ora, con il senno di poi, capisco quanto fosse stato difficile anche per lui non essere stato in grado di aiutarmi veramente.”

Le madri dovrebbero comunicare chiaramente ai loro partner che cosa si aspettano da loro. Gli uomini spesso hanno una comunicazione molto più diretta e sono viceversa anche contenti se non devono perdere tempo ad indovinare di che cosa ha bisogno la persona che hanno di fronte. Questo invece è difficile per molte donne che danno tante cose per scontate e non riescono a capire come mai il loro partner non ci arrivi da solo. In una fase della vita in cui il tempo di coppia in quasi tutte le relazioni è pochissimo e le separazioni sono all’ordine del giorno, è di grande valore se entrambi si prendono regolarmente il tempo per parlare e mostrano interesse nei bisogni dell’altro.

Co-sleeping e sessualità

La relazione di coppia e la sessualità cambiano chiaramente con l’arrivo di un bambino. Di regola, essere genitori comporta tante gioie ma anche tanti conflitti e la sessualità, nel periodo dopo la nascita, di solito viene trascurata. Se il bambino ha bisogno dei genitori anche di notte è comprensibile che soprattutto molti papà pensano che l’erotismo divampi di nuovo una volta che il bambino riesce a dormire da solo. L’esperienza di molti genitori invece dimostra che la mancata soddisfazione dei bisogni notturni del bambino non è la chiave per la felicità matrimoniale bensì che altri fattori sono ben più importanti. Leggi l’articolo “Alla ricerca dell’erotismo perso” (tradotto dalla relatrice; rivista Unerzogen 4/2015). Lo trovi sotto “Co-sleeping e sessualità”:

Parte pratica

Fattori importanti per la consulenza del sonno

Pensa al modo in cui i genitori possano arrivare da te. Se possiedi un sito web oppure distribuisci volantini, cerca di essere il più trasparente possibile, in modo che i genitori sappiano fin dall’inizio cosa si possono aspettare da te. Facendo così puoi evitare grosse delusioni da parte tua o da parte dei genitori.

Di solito è sufficiente una consulenza della durata di 60-90 minuti per inquadrare una situazione ed elaborare delle strategie di soluzione insieme ai genitori. I seguenti punti di cui si parla nella seduta personale tramite Skype, ti aiutano a preparare una buona procedura per la consulenza.

Le consulenze del sonno sono complesse

Genitori che si rivolgono alla consulenza, spesso hanno solo apparentemente un problema di sonno. Nel corso della consulenza capita che l’argomento principale si sposti e diventi un altro. Quali sono gli argomenti che si possono nascondere dietro al “problema sonno”?

Nel corso di una consulenza è importante non fissarsi troppo sul problema sonno, bensì chiarire con prudenza se per caso il problema di base non sia un altro. Spesso però in genitori si aprono solo una volta che si è creata una base di fiducia e possono essere sicuri di essere compresi.

Gli aspetti della consulenza del sonno olistica-onnicomprensiva

Modulo per la consulenza del sonno

Data
Tipo di consulenza ☐colloquio personale ☐telefono ☐skype
Orario dalle ore alle ore
Nome madre/padre
Nome bambino/a
Età bambino/a
Fratelli
Condizioni di spazio/distribuzione durante la notte
Situazione accudimento giornaliero
Allattamento al seno ☐ si ☐ no L’allattamento in posizione sdraiata è comodo ☐si ☐no
Descrizione situazione ☐Sviluppo emotivo (paura dagli estranei/ di separazione ecc.) ☐Sviluppo motorio ☐Salute, peso ☐Alimentazione ☐Dentizione ☐Personalità ☐Rituale di addormentamento ☐Partner / ambiente sociale ☐Vantaggi dell’allattamento notturno/ risveglio conosciuti? ☐Consigli di sicurezza per il bedsharing conosciuti?
Problema maggiore
Aspettativa nei confronti della consulenza
Accordi presi/ Scopo parziale

Crea il tuo protocollo della consulenza personalizzato! Un modulo chiaro e comprensibile (ad impronta personale) dà alla tua consulenza la struttura necessaria e ti aiuta a ricordare tutti i “tasselli” che devi raccogliere per ottenere il quadro completo. Prenditi abbastanza tempo per avere la visione completa della situazione e chiedi tutti i dettagli necessari: situazione del sonno in termini di spazio/distribuzione, sequenze temporali, relazioni tra i coinvolti, situazione di accudimento di giorno, ecc.

Il modulo ti aiuterà a ricordare nella consulenza successiva i punti discussi la volta precedente in caso la famiglia ti dovesse ricontattare di nuovo dopo qualche tempo. Accertati che le informazioni raccolte siano protette (privacy) e vengano adoperate in modo confidenziale.

Protocollo del sonno

Il protocollo del sonno può essere di aiuto quando i genitori sopravvalutano il bisogno di sonno del loro bambino oppure se i suoi orari di sonno sono sfavorevoli. Molti bambini passano più tempo nel letto di quello che effettivamente riescono a dormire, cosa che può rendere più difficile l’addormentamento e può portare a ore di veglia notturna.

Il protocollo del sonno si può consegnare dopo la consulenza e i genitori dovrebbero compilarlo nelle 1-2 settimane a seguire. Con l’aiuto del protocollo si può calcolare il bisogno di sonno medio del bambino nel corso di 24 ore e soprattutto la discrepanza tra il tempo che il bambino passa nel letto e il tempo che effettivamente dorme. Con il protocollo in mano si può decidere con i genitori se e come possono spostare i tempi di messa a letto/tempi di sonno del bambino: per esempio, svegliarli ogni mattina 10 minuti prima per un periodo di 14 giorni, anticipare il sonno diurno ogni giorno di 10 minuti di modo che il bambino la sera si stanchi 10 minuti prima. In questo modo il ritmo sonno/veglia del bambino si sposta lentamente nella direzione desiderata. Bisogna però avere pazienza – ci vorranno circa 2 settimane per vedere i primi risultati!

Ritmo del sonno e rituali

Il bambino ha bisogno di un ritmo sonno/veglia fisso? Questo lo devono/ possono decidere i genitori stessi. Un ritmo fisso può sicuramente facilitare l’addormentamento la sera e dare sicurezza ai bambini (oltre ai rituali). In fondo però, l’essenziale è di avvicinare il bambino al modo di vivere individuale della propria famiglia. Se i genitori si trovano bene con dei ritmi fissi e con sequenze fisse, ha senso introdurre rituali e tempi fissi. Se invece preferiscono un modo di vivere flessibile, sono spesso in giro e hanno un ritmo diverso giorno per giorno, si troveranno meglio con un bambino disposto ad accettare spontaneamente nuovi ritmi. In questo caso i genitori e la loro vicinanza affidabile rappresentano il punto fisso a cui il bambino si può orientare. Una mamma il cui bambino si addormentava sempre al seno un giorno mi ha chiesto se deve introdurre un rituale della nanna. Le ho detto: “Tu e l’allattamento serale siete il rituale”. E questo, una volta svezzato il bambino, si può sostituire con qualcos’altro.

Nelle famiglie in cui il papà torna a casa la sera tardi ha senso che il bambino non vada a letto troppo presto per fare in modo che i due possano passare un po’ di tempo insieme. Nel caso di genitori che spesso e volentieri escono anche la sera (per incontrare per esempio amici oppure per fare una passeggiata), è meglio se il bambino riesca ad addormentarsi bene in braccio ai genitori (oppure nella fascia e/o nel passeggino), indipendentemente dal luogo in cui si trovano. Così lo possono portare semplicemente con loro e lasciarlo dormire con loro.

Molti genitori si stressano all’inizio inutilmente nel cercare di fare addormentare/dormire il proprio figlio sempre in camera. Finché ha ancora bisogno della vicinanza rassicurante della sua persona di riferimento, il padre oppure la madre dovranno passare parecchio tempo tutte le sere in camera. Cosa che li fa sentire limitati nella loro qualità di vita e nel tempo trascorso insieme. Ma niente impedisce che il bambino si addormenta in salotto mentre i genitori parlano a bassa voce, ascoltano musica oppure guardano la tv.

Parte importante della consulenza del sonno è quella di cercare insieme ai genitori delle soluzioni creativi, individualmente adatti e a volte non convenzionali per facilitare la vita della famiglia.

Esempio di una consulenza del sonno

Le frasi scritte in corsivo sono spiegazioni per la consulenza.

Consulente: Ciao! Sono contenta che siamo riuscite a vederci! Mi avevi già scritto alcune cose nella tua mail. Mi vuoi raccontare un po’ di più per aiutarmi a farmi un quadro completo della situazione e poter poi trovare insieme una buona soluzione per voi? (= facendo così, la consulente può mettere in chiaro che non vuole costringere i genitori a niente, bensì che elaboreranno la soluzione insieme)

Madre: Si volentieri! Mio figlio Kim oramai ha 20 mesi. Fin dalla sua nascita, le nostre notti sono molto irrequieti. All’inizio non ha mai dormito più di 2 ore di fila. A 5 mesi la situazione è un po’ migliorata, ma è rimasta sempre stressante. A circa 8 mesi lo abbiamo abituato alla sua cameretta, dove, da quella volta, dorme nel suo lettino. Ma lì dorme solo la prima metà della notte. Di solito poi, ad un certo punto della notte, lo prendo e lo porto da noi nel letto.

Quando si sveglia di notte, mi chiama e non riesce più ad addormentarsi nel suo lettino. Si addormenta solo se lo porto da noi e se lo allatto al seno. Ma io non riesco a dormire veramente bene, perché ha bisogno di molto contatto fisico e quindi si appiccica letteralmente a me.

Una volta ha dormito tutta la notte fino alle 5 e mezza della mattina, ma questo solo un’unica volta. Da un po’ di tempo a questa parte, quando si sveglia di notte, inizia proprio a urlare. E così sveglia anche mio marito.

Da più di un mese frequenta 2 giorni a settimana il nido, perché io ho ricominciato a lavorare. Là, dopo pranzo, si addormenta senza problemi. E riesce anche ad addormentarsi senza seno quando a casa c’è solo mio marito. Ma quando sa che io ci sono, piange finché io non arrivo e lo faccio addormentare. Anche di notte, non esiste la possibilità che mio marito lo accudisca.

Ora gli abbiamo comprato un lettone grande per la sua cameretta. Ma come facciamo ad insegnargli a dormire lì tutta la notte?

Consulente: La sera e di notte si addormenta sempre al seno?

Madre: Si, con me sempre. La sera a volte ci vuole tanto tempo, nonostante sembri essere stanco. Cosa che mi snerva sempre. Ho la sensazione che non si tratti di fame, bensì che vuole essere attaccato al seno solo perché vuole la mia vicinanza. Con mio marito si addormenta in braccio, a volte durante la storia della buona notte. Ma con me questo non funziona.

Consulente: Riesci ad allattare comodamente in una posizione sdraiata? (= da chiedere sempre alle mamme che allattano!)

Madre: Si, ci riesco. Al momento dell’addormentamento ci sdraiamo su un materasso accanto al lettino. Una volta addormentato, lo metto nel suo lettino. Quando si sveglia di notte, lo prendo e lo allatto in posizione sdraiata nel mio letto.

Consulente: A che ora lo porti a dormire? E a che ora si sveglia?

Madre: Lo porto a dormire alle 20:30 – finché non dorme si fanno spesso le 21:00. La mattina si sveglia tra le 6 e le 7.

Consulente: E a che ora dorme di giorno?

Madre: Tra le 13:00 e le 14:00.

Consulente: A che ora si sveglia la prima volta di notte?

Madre: La prima parte della notte ce la fa da solo, mi chiama circa all’una.

Consulente: Vuol dire che, almeno nella prima parte della notte, riesce a gestire i passaggi già senza seno. (= La consulente vuole comunicare alla madre che ci sono già stati dei progressi) Perché, anche in quel lasso di tempo, continua a svegliarsi brevemente.

Madre: Ah si? Non mi ero resa conto.

Consulente: Quanto è grande il vostro letto matrimoniale? (= chiedere sempre in caso di bedsharing!) Nella seconda metà della notte dormite quindi sempre in tre nel lettone?

Madre: Si, ci dormiamo in tre. E’ largo 1,80 m – non abbiamo molto spazio. E io ho bisogno di molto spazio per poter dormire bene…

Consulente: Come dorme tuo marito? (= Non dimenticare il partner se non è presente) E come si trova lui?

Madre: Quando Kim non piange, dorme bene. Ma da quando Kim piange sempre, si sveglia ovviamente anche lui. Mio marito, in fondo, sta bene, ma gli crea problemi il fatto che Kim dorme ancora tanto spesso da noi. Teme che rimarrà così. Sa, mio marito è un po’ “vecchia scuola”…

Consulente: Ah si, tanti papà si trovano nella stessa situazione! Ma le sue paure sono infondate. Abbiamo creato appositamente un opuscolo con informazioni per i papà. (= Non ha senso se la consulente cerca di raggiungere il papà tramite la madre, dicendo a lei cosa potrebbe/dovrebbe fare lui. Se non si presenta anche lui – e se, come in questo esempio, é ovvio che ha un atteggiamento diverso, è meglio che si informi da solo) Lo trovi sul nostro sito web.

Ora mi hai già raccontato tante cose – grazie! Forse dopo ti faccio ancora altre domande. Ora però, vorrei che mi dicessi ancora due cose: Mi puoi dire in una frase che cos’è che ti stressa di più in tutta questa situazione? E cosa direbbe tuo marito se fosse qui? (= In questo modo la consulente riconosce le priorità/ le zone problematiche dei genitori, che forse non sono quelle che la consulente affronterebbe in primis.)

Madre: E’ la mancanza di sonno, ovvero l’essere svegliati di notte, che ci dà da fare di più. E io sarei contenta se Kim si addormentasse con mio marito anche quando io sono a casa.

Consulente: E che cosa ti aspetti da me e dalla consulenza? (= E con questo, la consulente riceve un compito chiaro)

Madre: Vorrei che ci dessi delle indicazioni su come cambiare la situazione.

Consulente: Ok, grazie! Per prima cosa, ti voglio dimostrare a che punto è Kim nel suo sviluppo, in modo che tu riesca a capire meglio il suo comportamento e riesca a valutare quali sono gli step per i quali è pronto. (= Soprattutto per i genitori, che non vorrebbero dare tanta vicinanza, è importante che riescano a capire lo sviluppo del bambino. Sono utili soprattutto informazioni brevi, chiare e poco dogmatiche) Alla sua età, non ci possiamo ancora aspettare da lui che di notte non abbia più bisogno di nessuno. È bello che voi lo accudiate con amore anche di notte! (apprezzamento) E questa situazione non cambierà molto nel corso delle prossime settimane – al contrario. Tra il secondo e il terzo anno di vita, la paura della separazione raggiunge il suo picco e lo porta a cercare ancora più sicurezza di notte, per poter dormire tranquillo. Molti bambini, che già dormono da soli, iniziano ad intrufolarsi ogni notte nella stanza dei genitori. Per cui, non è consigliabile iniziare a farli dormire da soli proprio in quel periodo. Una volta che la paura della separazione è superata, a circa 3 anni, molti bambini sono pronti per questo passo.

Ma questo non vuol dire che deve dormire con voi fino all’età di 3 anni. Mi avevi già scritto che né tu stessa né tuo marito, siete dei fan del letto famigliare. Ci sono anche altre possibilità per dare a Kim di notte quel di cui ha bisogno. Tornerò più tardi sull’argomento.

Quello che nelle famiglie rende le notti poco tranquille, è il fatto che il bambino cambi il posto letto. Kim si addormenta durante l’allattamento sul materasso per terra, lo si mette poi nel suo lettino, dove si trova da solo quando si sveglia di notte. Inizia a piangere e viene portato da voi, dove passa il resto della notte. Abbiamo notato che i bambini dormono più tranquillamente se continuano a dormire e si svegliano laddove si addormentano, inizialmente in presenza di una persona di riferimento. Kim riesce a rilassarsi meglio se, quando si sveglia, non deve “riflettere” su dove si trova e sul fatto se si trova da solo o meno. Chiamiamo questo concetto “il nido sicuro” – ti manderò alcune informazioni in merito.

Vogliamo fare sì che un bambino riesca ad associare il sonno generalmente e fin dall’inizio con sentimenti positivi, con vicinanza e con sicurezza, in modo che dorma a lungo termine in modo rilassato. (= Questo argomento è ben comprensibile per la maggior parte dei genitori).

È fantastico che avete comprato un letto grande per lui (= apprezzamento)

Una possibilità sarebbe quella che tu, la sera, lo allattassi lì finché non si addormenti. Una volta che dorme profondamente, puoi ovviamente alzarti e goderti la serata con tuo marito. Poi quando vai a letto, per un po’ di tempo, ti sdrai vicino a Kim e dormi lì. Dal momento che non farà più l’esperienza di trovarsi da solo quando si sveglia, non piangerà più. Non è più necessario perché tu sei lì. Dovete solo assicurarvi che tu e Kim abbiate abbastanza spazio nel letto singolo. Altrimenti sarebbe consigliabile aggiungere in cameretta un ulteriore letto singolo per far in modo che tu riesca a dormire veramente bene. (= se possibile, ottimizzare sempre / aumentare la superficie di riposo!)

Un’altra possibilità è quella che Kim impari ad addormentarsi e a dormire senza l’aiuto del seno. (= Far cenno al fatto che l’allattamento notturno, a partire dal primo anno compiuto, è un’opzione, eventualmente e se necessario, anche prima) Se pensi che faccia al caso tuo, ti spiegherò volentieri come funziona in dettaglio. A condizione che tu di notte dorma con lui, non ti dovrà più svegliare e sembrerà che dorma tutta la notte. Facendo così, le tue notti saranno decisamente più rilassanti, anche se avrà sempre bisogno della tua vicinanza.

Per quanto riguarda tuo marito, ha la camera/ il letto matrimoniale tutto per sé stesso e dormirà sicuramente bene. Una volta che Kim si sarà abituato alla nuova situazione notturna, tuo marito potrà partecipare sempre di più all’accompagnamento all’addormentamento.

Madre: Suona bene. Ma, dovrò quindi dormire con Kim finché non avrà compiuto 3 anni?

Consulente: Lo vedremo. Finché continui ad allattare di notte, è sicuramente consigliabile, per evitare che tu ti debba alzare. Il mio scopo è sempre quello che non solo i bambini hanno un posto fisso dove dormire, ma che anche i genitori non si debbano alzare di notte. La soluzione da voi adottata non è sbagliata, ma dal mio punto di vista un po’ stressante per voi. (= I metodi dei genitori non vengono criticati bensì si possono evidenziare gli svantaggi che essi comportano per loro stessi) Io sono una persona pragmatica e per me la massima priorità è ottenere che tutti i membri della famiglia dormano bene e siano riposati la mattina per fare in modo che vi possiate godere questo periodo.

Non stiamo parlando di anni – nel caso vostro si tratterà presumibilmente ancora di un paio di mesi. (= Dare una prospettiva nel tempo – incoraggiare) La sera, avrete in ogni caso già qualche ora di tempo per voi. E quando poi svezzerai Kim, e lui non assocerà più la cameretta con lo stare da solo, ma con la tua vicinanza, è possibile che presto avrà bisogno del tuo aiuto unicamente nel momento dell’addormentamento e che di notte ce la farà da solo.

Madre: L’allattamento è, già da tempo, un po’ sgradevole per me e non sono triste al pensiero dello svezzamento di notte. Come funzionerebbe?

Consulente: … (= La consulente parla con la madre dei dettagli dello svezzamento notturno e chiarisce tutte le domande e dubbi).

Madre: È fattibile introdurre la nuova configurazione notturna e iniziare lo svezzamento notturno di Kim allo stesso tempo? Oppure sarebbe troppo, tutto in una volta?

Consulente: Visto che – in caso volessi realizzare il nido sicuro come discusso tra di noi (= evidenziare sempre che i genitori sono completamente liberi nello scegliere cosa vogliono realizzare e cosa non) – sarai sempre con lui, entrambe le cose dovrebbero essere compatibili. Ma hai ragione: in generale si consiglia di non introdurre più di un cambiamento a volta e poi di aspettare minimo 14 giorni finché la situazione non si calmi. Per voi, un possibile svolgimento del processo potrebbe essere il seguente: 1.) Adattare la situazione del sonno ai vostri bisogni, di modo che nessuno di notte debba più cambiare il suo posto letto. 2.) Svezzare di notte di modo che Kim non ti debba svegliare più. 3.) Inserire pian piano tuo marito nell’accompagnamento al sonno.

Madre: Ok, sono molte informazioni! Ora devo riflettere e parlarne con mio marito.

Consulente: Si, fai così! Scegliete quel che va bene per voi e lasciate stare il resto. Se poi, all’improvviso, avete ancora altre domande, me le puoi inviare anche per mail. E anche se non dovessi più aver bisogno di me, sarei molto contenta se mi facessi sapere che cosa avete realizzato e com’è andata. (= invito a dare feedback!)

Madre: Si, mi farò sentire! Grazie mille!

Consulente: Ti ringrazio e ti auguro delle notti riposanti!

= Dopo l’incontro, la consulente manda una mail alla madre con gli handout relativi a Lo svezzamento notturno”, “Il nido sicuro” e “Lo sviluppo del sonno nei primi anni di vita”. In questo modo ha tempo di leggerli con calma e di farli vedere anche a suo marito.

Consulenza del sonno 1001nanna

Diritti, obblighi e pubblico

Il titolo “Consulente del sonno 1001nanna

In qualità di partecipante ad un corso 1001nanna e dopo aver superato l’esame, ti puoi chiamare ufficialmente “consulente 1001nanna” e puoi chiamare la tua consulenza ufficialmente “consulenza del sonno 1001nanna”. Acquisisci il diritto di usare le conoscenze ottenute con la formazione di 1001nanna per le tue proprie consulenze.

Per il momento puoi usufruire del titolo di “consulente 1001nanna” senza limiti nel tempo e senza dover pagare alcune royalties (annuali). A lungo andare introdurremo un sistema basato su punti che si acquisiscono facendo ulteriori corsi di formazione.

Eccezioni:

Diritti sui contenuti e sul logo

1001nanna è unico autore dei contenuti offerti sul sito web, del concetto e del materiale di corso (inclusi i documenti in Dropbox). Spetta a lei l’unico diritto di vendere, distribuire, offrire, sviluppare ulteriormente oppure usare altrimenti questi contenuti tutelati per legge. I/le consulenti 1001nanna non hanno il diritto di inoltrare o divulgare contenuti di testo di 1001nanna senza permesso scritto.

In qualità di consulente del sonno 1001nanna sei obbligato/a à fare sempre riferimento all’autore (quindi 1001nanna o 1001kindernacht) in tutte le tue offerte (conferenze, Website, testi, volantini ecc.) e ad indicare sempre l’esatta fonte (con o senza logo) e/oppure indicare il riferimento al sito www.1001nanna.it. Non è permesso usare il logo senza fare riferimento al sito web.

La qualità di consulente 1001nanna ti dà il diritto di consigliare genitori singolarmente oppure in gruppi. Puoi offrire conferenze e workshop (per genitori e/o esperti). Per quanto riguarda la tua attività di consulente, ti devi attenere alle leggi locali. In Austria sono in vigore delle linee guida più rigorose – per favore informati in merito ad esse!

In nessun caso è permesso (anche dopo aver pagato la quota contributiva) di usare il concetto e i documenti del corso di 1001nanna per la formazione di esperti senza precedente accordo scritto da parte di 1001nanna.

Pagina web 1001nannna

(Dopo l’esito positivo della prova scritta e dietro pagamento della quota contributiva), inseriamo volentieri la tua offerta lavorativa con indicazione di nome, indirizzo, e-mail, numero di telefono oppure la tua propria pagina web sulla pagina 1001nanna sotto .

Dropbox

Avrai accesso ad una cartella Dropbox con ulteriori documenti. In questa cartella aggiungiamo continuamente nuovi testi. Dacci un’occhiata ogni tanto per tenerti informato/a! I testi contrassegnati con una “G” davanti al titolo oppure i testi ufficiali di altri autori si possono anche inoltrare ai genitori. I testi di 1001nanna non contrassegnati con la “G” invece fanno parte degli ulteriori documenti del corso e sono destinati solo a voi consulenti del sonno.

Facebook

Se hai un profilo Facebook ti aggiungiamo volentieri al nostro gruppo chiuso su Facebook. Questa offerta è gratuita. Lì ti possiamo assistere, puoi fare delle domande, inviare degli studi sui casi e scambiare informazioni con altri/e consulenti del sonno 1001nanna. Ti preghiamo di presentarti brevemente quando entri a far parte del gruppo e di informarti sulle regole del gruppo!

Social media e consulenze digitali

Consulenti del sonno 1001nanna offrono unicamente consulenze private e individuali!

“Consulenze di massa” pubbliche non possono garantire il rispetto del principio fondamentale di 1001nanna di essere olistico-onnicomprensivo, individuale e di qualità.

Definizione di “consulenza di massa”: La risposta scritta alle domande personali di genitori in gruppi pubblici (social media, per esempio Facebook) e/o la gestione di un tale gruppo con la responsabilità della sua qualità.

Definizione di “consulenza individuale”: La risposta a voce alle domande personali di genitori faccia a faccia, al telefono oppure tramite collegamento Skype.

Gruppi pubblici: Un gruppo pubblico per i genitori su Facebook (oppure in altri social media) sarebbe adatto solo se seguito permanentemente e in modo serio, cosa che una persona da sola non riesce a garantire. Consulenti del sonno che hanno appena terminato il corso di 1001nanna di solito non dispongono ancora di abbastanza esperienza e conoscenze tecniche per poter rispondere con competenza a tutte le domande senza l’aiuto della direzione 1001nanna.

In gruppi pubblici i genitori mandano dei post con le loro domande e descrivono le loro situazioni personali. Altri genitori rispondono (a seconda del caso anche con informazioni sbagliate ottenute per sentito dire) e non trattano sempre tutti con il dovuto rispetto. Chi gestisce il gruppo deve avere la capacità di accompagnare queste discussioni con tatto e di correggere le informazioni errate. Anche se questo sforzo immenso può essere affrontato, manca comunque la percezione diretta ed emotiva di fronte ad una situazione individuale.

In gruppi reali invece (per esempio incontri con i genitori e altro), si può rispondere in maniera generica alle domande senza dover entrare ogni volta in merito al singolo caso. Se necessario, si possono invitare i genitori ad una consulenza individuale.

Consulenze per corrispondenza: Per esperienza si può dire che è difficile offrire consulenze per corrispondenza in modo che siano soddisfacenti sia per il consulente che per i genitori. Prime consulenze si dovrebbero svolgere sempre in ambito orale. Consulenze successive poi possono anche avvenire tramite mail (in caso di domande brevi).

Post/distribuzione di informazioni neutre relative ad argomenti di 1001nanna: Informazioni neutre e scritte si possono dare sotto forma di post, articoli, weblink ecc.. (sempre con indicazione della relativa fonte!). Se chi pubblica il testo non è sicuro/a della sua correttezza tecnica, può chiedere aiuto al team di 1001nanna.

Propria sicurezza: Stai attento/a! Tutto quello che viene postato pubblicamente, in fin dei conti può essere usato contro di te. Dichiarazioni sui social media vengono condivisi molto rapidamente in modo che l’autore/l’autrice perda velocemente il controllo. In caso di dichiarazioni errate, questo può comportare velocemente delle conseguenze negative per il singolo/la singola consulente ma anche per 1001nanna nel suo insieme.

Tariffe

Tariffe uniformi sono difficili da introdurre visto che a seconda del paese, della regione e dell’attività professionale si addicono tariffe diverse. Tra i cantoni svizzeri e le regioni tedesche ci sono grosse differenze retributive, inoltre ci sono differenze tra la città e le zone rurali. Va considerato anche se si fattura in qualità di ostetrica, consulente di allattamento ecc. tramite la mutua oppure si svolge un’attività da libero professionista.

Come tariffa minima per un’ora di consulenza sono stati fissati 60 franchi per la Svizzera e 35 Euro per l’Italia, la Germania e l´Austria.

Consulenze gratuite: 1001nanna non offre consulenze gratuite. Se nell’ambito di un evento unico e limitato nel tempo (e gratuito) si risponde a delle domande, questo non è da considerarsi “consulenza gratuita”.

Se all’inizio nelle consulenze individuali ti dovessi sentire ancora insicuro/a, potresti offrire le tue prime consulenze come “consulenze di prova” gratuite. In compenso chiedi ai genitori un riscontro dettagliato!

Competenze e limiti

Competenza tecnica

Per garantire la tua competenza tecnica in qualità di consulente del sonno 1001nanna è importante che

È in aumento il numero degli sleeping coaches (in parte auto-dichiarati e che hanno seguito delle formazioni dubbiose all’estero), cosa che il mondo dei professionisti in campo medico ha già notato e giustamente criticato. Per il tuo bene e quello di 1001nanna è importante che non smetti mai di controllare la tua competenza tecnica.

Competenza di consulenza

Nei corsi 1001nanna ci si pone spesso e volentieri la domanda fondamentale relativa al limite della nostra competenza di consulenza. Purtroppo, non esiste risposta semplice a questa domanda e in fin dei conti, ogni consulente del sonno deve chiarire questa domanda per sé stesso/a visto che ognuno/a si basa su formazioni professionali precedenti ed esperienze diverse. Mentre per una consulente di allattamento non è opportuno approfondire problemi psicologici, una psicologa è perfettamente autorizzata a farlo.

Le consulenze del sonno sono molto complesse e solo raramente si tratta solo della problematica sonno. A volte nelle consulenze escono altri problemi come conflitti di coppia, depressione postparto, situazioni di affaticamento, disturbi di paura ecc. I consulenti 1001nanna di regola non hanno né una formazione da terapeuta di coppia né una formazione psichiatrica.

Nel caso in cui una consulenza vada oltre il solo argomento del sonno, è fondamentale tenere in mente i seguenti punti:

Quando e come mandiamo i genitori da esperti in altri campi?

Cosa puoi fare se i genitori durante la consulenza del sonno passano ad un altro argomento? Pensiamo per esempio ad una copia che durante una consulenza inizia a litigare e discute di un argomento che non ha niente a che fare con il comportamento del sonno del bambino. Li interrompi dicendo “stop!” e li mandi dal terapeuta di coppie? Oppure prendiamo un altro esempio: Una madre sembra completamente apatica e quasi non guarda il proprio figlio negli occhi. La mandi dal medico per far verificare se soffre di depressione postparto?

No. In fin dei conti abbiamo davanti a noi una persona adulta e matura e il nostro compito è quello della consulenza del sonno e non del “problem solving” in generale. Possiamo però, durante la consulenza, dare spazio al riconoscimento di problemi al di fuori dell’argomento sonno (senza avviarne la terapia). Se possibile, i genitori devono aver la possibilità di esprimere i loro pensieri, preoccupazioni ed emozioni. Questo può aiutare loro ad avere più chiarezza e a capire da soli se hanno bisogno di ulteriore aiuto. Se sono aperti, ti chiederanno a chi si possono rivolgere con il loro problema. Se questo non avviene, possiamo cercare di indirizzare le nostre domande abilmente sull’argomento da noi individuato ma dobbiamo accettare se i genitori non ne vogliono sapere niente.

Motivo di intervenire senza la volontà dei genitori c’è solo in caso in cui viene messo a rischio il benessere del bambino. In questo caso (deficit fisici) può essere necessario contattare il pediatra oppure (in caso di sospettata negligenza o violenza) i servizi sociali/ gli enti di assistenza.

Può anche capitare che i genitori durante la consulenza si sentano talmente compresi e a loro agio che esprimono direttamente i loro problemi ma non vogliono rivolgersi a nessun altro professionista. Forse si vogliono solo sfogare. Ascoltando semplicemente non superiamo la nostra competenza.

Qualsiasi lavoro terapeutico va fatto da esperti dovutamente preparati! A seconda delle competenze lavorative aggiuntive che abbiamo, possiamo dare ai genitori un sostegno che va oltre la sola consulenza del sonno – ma in caso di mancanza di competenza e/o insicurezza, si consiglia l’interruzione della consulenza e/o la raccomandazione di un altro esperto.

Differenziazione tra consulenza e terapia

consulenza terapia
argomento basato sul problema e orientato alla soluzione (si tratta di problemi e decisioni concrete) basato sulla persona (si tratta di cambiamenti personali, superamento di disturbi e di crisi)
stato di consapevolezza stato consapevole (contesti razionali, consapevolezza dei sentimenti, argomenti comprensibili, problemi pratici) stato inconsapevole (il paziente eventualmente non riesce ancora ad accedere); lo scopo della terapia è quello di ottenere accesso
durata di breve durata, possibile una sola consulenza di lunga durata, più sedute terapeutiche necessarie
metodo porre domande, conversazione, trasmissione di informazioni lavoro sui sogni, viaggi di fantasia, metodi di distensione, terapie di respirazione e di corpo, ipnosi
scopo soluzioni concreti per il presente e il futuro elaborazione di esperienze passati e stressanti

Se durante una consulenza ti rendi conto che i genitori oppure il bambino non necessitano di una consulenza bensì di una terapia, aiuti tutti i coinvolti se termini la consulenza e mandi i genitori a chi di dovere. In caso di genitori “incomprensivi” non puoi farci niente se non vogliono accettare il tuo consiglio ma puoi rifiutarti di dare ulteriore consulenza (“Non voglio continuare il mio lavoro di consulenza perché non sono in grado di darvi l’aiuto di cui secondo me avete bisogno.”).

Una buona consulente è come una buona cassa di risonanza

Insicurezza può nascere dalla mancanza di conoscenza tecnica ma anche dal fatto che durante la consulenza ci dobbiamo confrontare con argomenti che ci riguardano personalmente ma che non abbiamo ancora elaborato (per esempio, la comparsa di esperienze d’infanzia difficili/traumatiche nei genitori). Noi consulenti abbiamo il dovere di elaborare le nostre proprie storie e problemi per poter essere un sostegno valido per gli altri. Se fosse necessario interrompere temporaneamente la nostra attività da consulente non si tratterebbe di un fallimento. Laddove noi abbiamo i nostri “angoli ciechi” non possiamo fungere da specchio per gli altri. E in fondo il compito di un/a consulente è quello di essere una cassa di risonanza per i genitori, poter offrire loro un ambiente in cui possono avere fiducia, sentirsi compresi e rinforzati. Una “cassa di risonanza” accoglie vibrazioni e le amplifica. Per non influenzarle con la tua persona, è importante che la tua storia personale rimanga fuori dalla consulenza. Ovviamente questo non è possibile al 100 per cento perché non possiamo mai essere del tutto oggettivi, ma più conosci te stesso/a e meglio hai superato i tuoi punti critici meno cercherai di spingere i genitori in una determinata direzione nel corso della consulenza (per esempio convincere loro di continuare con l’allattamento al seno anche se hanno già deciso di iniziare il processo di svezzamento).

Per una consulenza forte è sempre anche decisivo il tuo atteggiamento personale. Se sei molto insicuro/a (un po’ di insicurezza va bene!) e cerchi di nasconderlo, lo comunichi comunque in modo non verbale e i genitori possono aggrapparsi a te solo con difficoltà. Se invece sei insicuro/a ma lo ammetti, ti comporti in accordo con i tuoi sentimenti e i genitori ti considereranno più facilmente come competente. Possiamo interrompere la consulenza in qualsiasi momento dicendo che dobbiamo consultare altri professionisti e che ci faremo di nuovo sentire. Questo non è un fallimento ma dimostra piuttosto che agiamo con responsabilità.

1001nanna è un’agenzia di viaggi

Voglio trasmetterti una metafora che descrive il nostro lavoro e che mi piace da tempo. 1001nanna è una specie di agenzia di viaggi e accompagna le famiglie nel loro viaggio verso il “paese del sonno”. Siamo le guide turistiche. Per prima cosa i genitori decidono chi li deve accompagnare nel loro viaggio. Poi definiscono con la loro guida il viaggio. Prima la guida chiede loro quali sono i viaggi fatti fino ad ora e quali sono le esperienze fatte. Poi danno insieme un’occhiata all’attrezzatura (risorse) e parlano delle mete di viaggio desiderate. Molto importante: 1001nanna non offre pacchetti “all inclusive” ma mira ai viaggi personalizzati. I genitori decidono il percorso, la guida li sostiene con le proprie conoscenze ed esperienze. Mostra possibili pericoli e alternative valide, fa notare delle zone particolarmente belle ed è sempre disposta a cambiare direzione in caso fosse necessario. La guida conosce il paese e sa come comportarsi per non incorrere in difficoltà ma non può escludere gli imprevisti. Forse un percorso fino ad ora sempre adatto si interrompe oppure i viaggiatori si “ammalano” strada facendo. Per cui la guida deve avere anche la capacità di prendere decisioni e trovare soluzioni spontanee. In caso non sapesse più cosa fare può rivolgersi in qualsiasi momento all’agenzia e discutere della situazione. Gli ostacoli per la guida possono essere i seguenti:

Cura di sé stessi

Burnout

Non devi essere attento/a ed empatico/a solo con i genitori nelle tue consulenze ma cerca di essere attento/a ed empatico/a soprattutto con te stesso/a. “Anche se le persone con la sindrome del burnout provengono oggigiorno quasi da tutti i campi professionali e da tutte le fasce gerarchiche: il rischio di burnout è particolarmente alto per i professionisti del campo sociale”. Non riguarda solo i pedagogisti. “Spesso riguarda anche collaboratori del settore sanitario, (…) nella cura degli anziani, nelle strutture per disabili, psicologi e lavoratori sociali che soffrono della sindrome del burnout. Perché? I moti sono vari. Di seguito ne voglio elencare 4:

Forte orientamento alle persone

Molte persone che lavorano nel settore sociale hanno un profilo personale fortemente orientato alle persone. Questo, nella maggior parte dei casi, è anche il motivo per cui hanno scelto proprio quel specifico mestiere. Il loro orientamento alle persone fa sì che sono molto sensibili alle emozioni, reazioni ed interazioni. È importante per loro sapere cosa pensano gli altri di loro. Loro stessi hanno il desiderio di essere accettati e rispettati, stimati o perlomeno non rifiutati dagli altri. Le persone che le circondano (superiori, colleghi, clienti, pazienti, alunni) diventano così una delle fonti di energia centrali nella loro vita. Nel contesto di un clima di lavoro poco favorevole, in caso di conflitti oppure se – per qualunque motivo che sia – l’aspettata stima viene a mancare, si crea velocemente un deficit di apporto energetico – nonostante l’alta prestazione di lavoro.

Forte impegno

Molte persone che hanno un lavoro nel settore sociale si impegnano fortemente (spesso al di sopra delle proprie forze). Alla base di questo ci sono soprattutto due fattori fondamentali:

Risorse mancanti oppure inadeguate

Molte persone che lavorano nel settore sociale non hanno abbastanza risorse, risorse inadeguate, soffrono di sopraffazione oppure di stress. I soldi non bastano. Il nostro sistema sociale si trova davanti al collasso. I servizi vengono tagliati. In molti casi non c’è abbastanza personale. Offerte di formazione non possono essere accettate oppure solo in casi rari o non possono essere finanziate. (…)

Probabilità di successo incerte

Molte persone che svolgono un mestiere sociale devono affrontare il rischio di probabilità di successo incerte. Mentre per esempio nella produzione industriale oppure nell’artigianato il rapporto tra impegno e risultato finale è grosso modo calcolabile, le probabilità di successo in un mestiere sociale sono spesso incerte. Così, per esempio, un paziente, nonostante il grosso impegno di cura, eventualmente non guarisce oppure un cliente, nonostante tutti gli sforzi terapeutici eventualmente non trova l’aiuto necessario; gli alunni non ottengono i progressi aspettati nonostante tutti gli sforzi pedagogici.

Se ti senti sempre stanco/a e debole, se noti che stai perdendo il piacere di svolgere il tuo lavoro, sei irritato/a e stressato/a, non riesci più a concentrarti e fai degli errori – allora controlla se la bilancia del dare e del ricevere è ancora equilibrata oppure se i tuoi sforzi sono più grossi della tua ricompensa (soldi, approvazione, stima ecc.). Per poter sostenere altri, non dobbiamo dimenticare di trattare noi stessi con amore proprio e di guardare bene la nostra propria situazione (e quella della nostra famiglia)!

Quali sono i campi nella tua vita a cui dedichi abbastanza spazio/tempo/energia?

Quali sono i campi nella tua vita che sono trascurati?

Gestire le emozioni

Semplici esercizi fisici per gestire le emozioni di paura, rabbia e lutto

Durante le consulenze si possono affacciare delle emozioni negative. Per poter sostenere nel miglior modo possibile i genitori, è importante che sei in buon contatto con i tuoi propri sentimenti (positivi e negativi). Qui trovi tre esercizi fisici che ti possono aiutare ad esserlo. Puoi inserire le tue sensazioni fisiche nei disegni.

Paura

Cosa si nasconde: Mancanza di fiducia

Qualità: Prudenza/ attenzione

Pensa a qualcosa che ti fa (tanta) paura. Cerca di localizzare la paura nel tuo corpo e di immaginartela in quel punto come nuvola nera. Entra il più possibile nella tua paura per sentirla. Distaccati completamente dai tuoi pensieri (critici) intorno a quello che ti fa paura ed apriti completamente alle tue sensazioni fisiche. Ora respira piano e profondamente verso la nuvola nera e senti come si dissolve lentamente. trasmetti le tue paure ad un potere supremo e confida nel fatto che non sei solo/a. Ripeti l’esercizio ogni volta che il pensiero carico di paura si affaccia.

Rabbia

Cosa si nasconde: Abbandono/ Impotenza

Qualità: Forza di agire

Sdraiati oppure mettiti seduto/a comodamente e pensa ad una situazione che ti ha fatto sentire (tanta) rabbia. Dove si trova la rabbia nel tuo corpo? Inspira per 4 secondi con il naso fino a raggiungere l’area addominale. Trattieni poi il respiro per 7 secondi ed espira per 8 secondi dalla bocca leggermente aperta in modo forte e udibile. Poi inizia da capo e fai questo esercizio di respirazione minimo 10 volte. Osserva che cosa sta cambiando nel tuo corpo.

Questo esercizio si può fare anche nel letto in caso di problemi di addormentamento.

Lutto

Cosa si nasconde: Esclusione/ separazione

Qualità: Empatia/ sensibilità

Quel che più aiuta in caso di lutto è lasciar scorrere le lacrime. Sdraiati comodamente e immagina di essere steso/a in una superficie d’acqua poco profonda (in un ruscello oppure nella sabbia in riva al mare). Senti l’acqua calda che scorre vicino al tuo corpo. Fai scorrere l’acqua attraverso i tuoi piedi e tutto il tuo corpo (soprattutto nel posto in cui il lutto si sente di più). Senti anche il suolo sotto di te. Sentiti sostenuto/a dalla terra e pensa al fatto che prima di te un’infinità di persone sono già venute ed andate e che anche dopo di te ci sarà un’infinità di persone che verranno e se ne andranno. La vita scorre attraverso il tuo corpo e crea un legame tra te e tutte le altre persone. Sei parte di un grande insieme.

Facendo l’esercizio puoi ascoltare musica o suoni acquatici (per esempio su Youtube).

Ulteriore letteratura

Blocco 2

Competenza di consulenza — Il modello della freccia

Gioia Quattroventi · Rahel Oberholzer

Competenza di consulenza

Formazione continua nell’ambito della consulenza del sonno

Gioia Quattroventi, Rahel Oberholzer

Viaggio nel pensiero

Prova a ricordare una consulenza oppure una situazione in cui tu stessa hai avuto bisogno di aiuto. Che cosa ti ha aiutato e che cosa ti è stato utile? Che cosa ti sei aspettato dal tuo consulente/dalla tua consulente? Che cosa ti ha fatto bene? Che cosa ha dato fastidio e/o ha addirittura peggiorato le cose?

Scrivi i tuoi pensieri in merito

Teoria e atteggiamento base della consulenza del sonno

Il termine di “consulenza” viene usato in svariati contesti e non sempre è perfettamente chiaro a che cosa esattamente si riferisca. Sono stati creati molti termini alternativi e sono nate tante discipline “sorelle”, come per esempio supervisione, consulenza tecnica, coaching, consulenza organizzativa, familiare, della vita o professionale, consulenza finanziaria e consulenza di orientamento allo studio.

Il concetto base della consulenza è quello di una persona che cerca consiglio presso una persona esperta. Le diverse aree dei vari tipi di consulenza sono ovviamente connesse con le discipline pratiche nelle quali si svolge la consulenza. Modo e approccio si differenziano sia in base al traguardo prefissato che in base alle conoscenze tecniche del consulente. Comune denominatore di tutte le consulenze è il colloquio.

Anche nel modo in cui si svolgono i colloqui ci sono differenze sia metodiche che di contenuto. Per poter svolgere un colloquio con successo, non è sufficiente la messa a disposizione di metodi strutturati e tecniche imparate. E’ altrettanto importante trasmettere all’interlocutore un sentimento positivo, cosa che viene determinato soprattutto dalla tua personalità e dal tuo stile personale di consulenza.

Una buona consulenza parentale nasce da una relazione di reciproca stima e di collaborazione, dalla disponibilità di interessarsi per la mamma e/o per il papà nonché di mostrarsi autentico in qualità di persona. Le persone percepiscono una consulenza come un successo quando riusciamo a seguirle nel loro mondo vissuto, dando allo stesso tempo una struttura al colloquio e offrendo spunti per possibili soluzioni e competenze da esperto.

Il blocco 3 di questo corso in aula 1001nanna® è nato con lo scopo di aiutarti a creare un “bagaglio” lavorativo, basato su atteggiamenti di stima e di orientamento al cliente, con il quale “indirizzare” ed accompagnare i genitori sul loro percorso per raggiungere il loro traguardo.

Questo bagaglio include diverse tecniche di intervento e di consulenza, basate su varie teorie di comunicazione e modelli di conversazione:

Le soluzioni individuali che elaborerai insieme ai genitori durante la consulenza, non verranno raggiunti linearmente e non mirano solo ad “eliminare“ il problema. Si tratta piuttosto di un insieme di diversi aspetti (sistematici) che riguardano la famiglia, per esempio

Compito:

Scrivi alcune delle possibili convinzioni dei genitori. I genitori ne possono essere più o meno coscienti.

Quali sono le tue proprie convinzioni?

Fondamenta della consulenza del sonno

„C’è differenza tra inoltrare informazioni e dare consigli. Informare significa indicare fatti. Dare consigli invece significa dire alla mamma ciò che deve fare. Dare consigli comporta il messaggio subliminale che chi ci ascolta non viene ritenuto capace di agire nel pieno della sua capacità personale “.

Il dilemma dei consigli:

Come si svolge una consulenza del sonno

La parola „consulenza del sonno “già include in sé la risposta alla domanda di che tipo di consulenza si tratta. Abbiamo, da un lato, a che fare con una consulenza specifica o tematica, dato che i genitori cercano una consulenza nell’ambito specifico del sonno ovvero del sonno del bambino. Scelgono coscientemente una persona esperta per farsi dare dei consigli relativi al loro problema o all’argomento che li preoccupa. E questi sono i punti che tutte le consulenze del sonno hanno in comune. Ma tanto sono varie le situazioni famigliari e le singole personalità, tanto sono vari gli argomenti con cui i genitori si rivolgono a noi.

Dall’altro lato, la consulenza del sonno è anche un „consulenza di processo “, perché aiutiamo le famiglie nel loro percorso per (ri-)trovare il sonno rilassante. Accompagniamo i genitori nonché il sistema famiglia nel processo verso l’elaborazione della loro propria soluzione per un problema del tutto individuale. Per fare ciò, ci facciamo guidare dal metodo 1001nanna® e dalle evidenze scientifiche a nostra disposizione. Elaboriamo insieme ai genitori i loro propri traguardi personali orientandoci allo stato di sviluppo del bambino. Alle base della nostra consulenza è la creazione del legame. Ci sono consulenze che durano solo 1 ora. Ma forse i genitori hanno bisogno di più sedute per raggiungere il loro obiettivo. E‘ possibile che le domande e le problematiche dei genitori cambino con il tempo e che ti contattino di nuovo in un secondo momento per una consulenza relativa ad una nuova situazione.

Come avrai già visto durante i corsi precedenti e come forse avrai potuto notare anche nel corso delle tue proprie consulenze pratiche, le consulenze del sonno sono molto complesse. Per cui è importante (e di aiuto) non perdere mai la visione d’insieme e l’orientamento nel corso della stessa.

Il modello della freccia di 1001nanna®

Il modello della freccia di 1001nanna® è stato ideato per non perdere di vista la struttura del colloquio con i genitori. E’ un aiuto di orientamento sia per te che per i genitori ed è utile per la tua successiva riflessione. Il modello è fatto di 4 step divisi per tempo e importanza. Riuscire a gestire il colloquio con sicurezza richiede conoscenza metodica e ovviamente anche esperienza, la quale aumenterà con ogni ulteriore consulenza.

Il contatto iniziale

La prima consulenza viene sempre preceduta da un contatto iniziale. Come lo gestisci, dipende dalla tua situazione privata, la tua raggiungibilità e dalla tua presenza digitale. Rifletti, prima del contatto stesso, su come vuoi gestirlo. Dipende da diversi fattori se i genitori scelgono te come consulente privata. Il primo contatto fornisce loro un’idea di cosa li aspetta durante la prima consulenza.

Domande che ti potresti (dovresti) porre

Alcuni degli aspetti che vengono valutati positivamente sono:

Aspetti che vengono valutati negativamente sono:

Accoglienza e sincronizzazione

In questa prima fase hai - in qualità di consulente - la possibilità di creare un’atmosfera nella quale tu e i genitori vi possiate sentire a proprio agio e in cui i genitori riescano ad esporre con facilità la loro situazione. Questo avviene grazie ad un arredamento gradevole e protetto, una presenza gentile, aperta e rivolta all’altra persona nonché un’ambiente tranquillo.

Bamberger usa in questo contesto il termine di sincronizzazione. Ovvero: ci sincronizziamo in maniera adeguata alla situazione ed assumiamo uno stato d’animo adatto. E’ stato facile per i genitori trovarci? Sono stressati oppure tranquilli al loro arrivo? Si danno informazioni relative al luogo, si offrono bibite e si chiariscono primi interrogativi. Come si svolge la consulenza? Con chi ho a che fare? Ci capiamo l’un l’altro? In questa fase, la consulente ha la possibilità di presentare se stessa e creare trasparenza in merito al suo modo di lavorare. Le persone si sentono a proprio agio quando si sentono stimati. La stima non è una tecnica bensì un atteggiamento che il nostro interlocutore percepisce vedendo il nostro interesse e la nostra accettazione nei suoi confronti.

I genitori spiegano chi sono, di cosa si tratta e che cosa si aspettano. Tu, in qualità di consulente, verifichi se riesci ad effettuare una sincronizzazione concettuale, quali sono le aspettative che puoi soddisfare e quali non (per esempio effettuazione di training del sonno/ metodo Ferber). Eventuali domande a riguardo si possono chiarire fin dall’inizio. Va detto chiaramente quali aspettative non possono essere soddisfatte oggi stesso e nell’immediato.

La cosa più importante in questa fase è creare una base di fiducia. Uno studio dell’università di Berkeley rivela che ci bastano solamente 20 secondi per valutare se ci possiamo fidare di una persona o meno. Si crea fiducia mostrando un atteggiamento posturale aperto, sorridendo, annuendo spesso (ma non troppo) e guardando il nostro interlocutore negli occhi in modo gradevole.

Fondamentalmente, creare fiducia significa che le parole e le azioni di un’altra persona ci appaiono credibili e veritieri. Da una persona di cui ci si fida, si accetta per esempio un consiglio oppure si confida nelle sue capacità. Liberamente tradotto da Wikipedia.de

Persone che ricevono accettazione e stima tendono a sviluppare un atteggiamento premuroso nei confronti di loro stessi e acquisiscono maggiore chiarezza

Chiarimento e focalizzazione

In questa fase cerchiamo di filtrare e riconoscere le priorità della famiglia. Che cosa disturba i genitori più di tutto? Ci occupiamo quindi del “vero” problema e della comprensione della situazione. Questa fase occupa un posto fondamentale nella consulenza del sonno sia in termini di tempo che in termini di contenuto. Il tuo compito sarà quello di creare maggiore fiducia e un atteggiamento empatico, dando ascolto ai genitori e aiutandoli ad esprimere domande, argomenti, insicurezze, convinzioni, paure e desideri.

L’ascolto attivo

L’ascolto attivo si basa su un atteggiamento generale di stima e la relativa tecnica di comunicazione. Si tratta della capacità di porre se stesso in secondo piano e di ascoltare l’altro con attenzione. La consulente mostra interesse e curiosità tramite gesti, mimica e domande aperte ed invita così il suo interlocutore a raccontare di sé stesso e dei suoi problemi. Si tratta del primo e più importante passo base – uno dei passi più importanti nella creazione di fiducia durante la consulenza. Si crea così un atmosfera priva di paure, nella quale i genitori si possono aprire e sentirsi accettati.

Interesse basato sulla stima espressa tramite linguaggio corporeo e domande incoraggianti

Percezione del contenuto (informazione chiave/ riassunto)

Comprensione emotiva, parlando all’altro “dal cuore”

Parte integrante dell’ascolto/dell’osservazione attiva è anche la percezione di segnali non verbali come il cambio di espressione, della posizione e della voce – soprattutto nel momento in cui l’espressione non verbale dei genitori non combacia con quel che dicono. Se notiamo una tale discrepanza nel nostro interlocutore, possiamo o prenderne semplicemente atto oppure parlarne con i genitori.

Sono tutt’orecchio

Fare chiarezza sulle affermazioni chiave

Parlare al cuore dell’altro

Ascolto attivo ed empatico

La gestione dei sentimenti

Le nostre azioni, il nostro agire, quel che pensiamo e il nostro punto di vista delle cose dipendono dai nostri sentimenti. I sentimenti ci sono semplicemente, vanno e vengono e non sono direttamente influenzabili. Non possiamo escluderli dalle nostre consulenze e non possiamo nemmeno ignorarli!

Molte reazioni a determinati sentimenti risalgono alla nostra infanzia e alla nostra famiglia, nella quale è avvenuta la nostra socializzazione. Questi modelli di interpretazione e di comportamento vengono assimilati prestissimo dall’essere umano. Perciò non riusciamo ad influenzare direttamente dei sentimenti come la rabbia oppure l’impotenza. Ma quel che possiamo fare è imparare a riconoscere i fattori che fanno nascere in noi questi sentimenti e a rivalutarli oppure reagire diversamente quando si affacciano.

Non riuscire a dormire porta nella maggior parte delle persone a una reazione di rabbia oppure di impotenza. Durante la consulenza possiamo riconoscere la rabbia, ascoltando attivamente e rispecchiando i sentimenti gravosi. Non possiamo influenzare la rabbia stessa, ma possiamo influenzare i fattori che favoriscono il sonno riposante.

Nel corso della consulenza diamo una mano ai genitori a scoprire la provenienza dei loro sentimenti negativi ma anche positivi. Quali sono le condizioni che hanno portato alla situazione attuale? Quali sono i bisogni che non sono stati soddisfatti? Durante le consulenze ci imbattiamo spesso nel sentimento della paura: per esempio, paura di viziare oppure di dare troppo nutrimento al bambino, paura che il bambino non possa lasciare mai il letto matrimoniale, che il bambino possa soffrire dei traumi se piange qualche volta ecc.

Rispecchiare i sentimenti

La condizione necessaria per il metodo del rispecchiare è l’ascolto attivo. Lo si può considerare un metodo di base applicato in modo cosciente o incosciente da qualsiasi consulente. Nel rispecchiare, chi ascolta ripete con parole proprie quanto appena sentito. Facendo questo, cerchiamo anche di nominare i relativi sentimenti. E’ importante non giudicare o distorcere il contenuto delle parole dell´interlocutore. Questo esercizio serve a capire se si interpretano bene le parole dell´altro. Serve a chiarire se le parole dell’interlocutore sono state percepite correttamente. Inoltre, la consulente mostra che ha ascoltato attentamente. Aiuta a riconoscere o ad evitare subito eventuali fraintendimenti e i genitori si sentono confermati. A volte può succedere che la nostra interpretazione dei sentimenti sia errata. Se non nominiamo i sentimenti corretti, i genitori possono farlo presente e si cerca di individuare insieme quelli giusti.

“Mio figlio non dorme mai più di 20 minuti!”

Si sente esausta, visto che Suo figlio non dorme mai più di 20 minuti?

E a volte piange ore e ore senza motivo!”

Si sente impotente di fronte a questi lunghissimi pianti?

“Si, mi fa sentire impotente e disperata!”

Oppure

Si sente impotente di fronte a questi lunghissimi pianti?

“Non tanto impotente, mi fa piuttosto arrabbiare!”

Se sei sulla strada giusta e la mamma ha – come nell’esempio sopra – confermato il sentimento, può essere importante indagare più profondamente e trovare il vero motivo di quel sentimento.

Cosa ti passa nella mente in quel momento in cui ti senti tanto impotente?

“Mi sento male perché ho la sensazione di essere una mamma che non è in grado di capire il proprio figlio.”

(Parlare al cuore dell’altro)

Certo, non è bello, se in qualità di mamma non si riesce a capire che cosa ha il proprio bambino. Lo posso capire benissimo.

“I sentimenti possono anche essere intesi come “bussole” oppure “indicatori” che mostrano a mo’ di navigatore la via che porta al traguardo ma, appunto, non rappresentano il vero traguardo. Essi indicano la direzione dei bisogni da soddisfare e aiutano così a migliorare lo stato d’anima. “

Bisogni

“I bisogni sono termini generali che indicano valori, situazioni o competenze che si possono raggiungere con l’aiuto di azioni molto divergenti le une dalle altre.” Molte persone non sono sempre coscienti dei propri bisogni. Soprattutto i genitori giovani raramente riconoscono i propri bisogni, dato che sono pienamente occupati ad entrare nel/vivere il loro nuovo ruolo. Soddisfano 24/24 ore i bisogni del bebè e praticamente non hanno più tempo per se stessi.

Non capita spesso che i genitori litighino per il bisogno che va soddisfatto oppure il valore che va rispettato. Parliamo qui di nozioni generiche relative ai valori (per esempio: responsabilità, disciplina), stati (per esempio armonia, tranquillità) oppure competenze (mantenere l’ordine, la flessibilità). Spesso hanno però dei punti di vista divergenti sulle azioni che possono/vogliono intraprendere per riuscire a soddisfare un determinato bisogno ed è lì che inizia il conflitto. (Vedi anche: lista degli eventuali bisogni e valori in allegato).

Così un papà può avere il bisogno di svegliarsi riposato la mattina. Per lui, l’idea che i bambini dormono nei propri letti e nella propria stanza, è un ottima azione per ottenere tranquillità e abbastanza riposo.

Anche la mamma vuole svegliarsi riposata la mattina, ma si immagina la fatica di doversi alzare più volte ogni notte per accudire i figli. Lei non si sente più riposata, quando i bambini dormono in un’altra stanza.

Alcune coppie riconoscono il bisogno comune (sentirsi riposati) e la contemporanea discrepanza (bambini nel proprio letto oppure nel letto matrimoniale) e cercano di trovare una soluzione insieme. Altri non riconoscono il bisogno comune, bensì si accusano a vicenda, cosa che porta ad una situazione senza via d´uscita che poi ci si presenta durante la nostra consulenza.

Esempio:

Il papà potrebbe criticare la mamma per essere troppo attaccata al figlio e per non essere abbastanza lineare nel proprio comportamento. La mamma potrebbe accusare il papà di non partecipare abbastanza alla cura del bambino.

Entrambe le accuse non aiutano a soddisfare il vero bisogno – ovvero quello di sentirsi riposati.

Individuare i bisogni dei genitori non è sempre semplice. Ma possiamo avvicinarci ascoltando attentamente, rispecchiando i loro sentimenti e ponendo attivamente delle domande che ci danno informazioni relative alle azioni e alle condizioni quadro. Ed è proprio qui che inizia la consulenza mirata a trovare una soluzione.

Tecniche di interrogazione sistemiche

Per poter raggiungere il “traguardo” insieme ai genitori, nella consulenza del sonno è di fondamentale importanza comprendere la situazione attuale della famiglia nonché i bisogni e i desideri di tutti i membri di famiglia coinvolti. Ponendo le nostre domande in maniera mirata, scopriamo lo spazio di manovra dei genitori nonché le loro risorse e possiamo definire così insieme delle soluzioni e dei traguardi.

Tutte le tecniche di interrogazione qui di seguito elencate possono essere di aiuto in tutte le fasi del modello di processo. A seconda della fase e del contesto in cui le usiamo, le risposte possono guidare al chiarimento e alla focalizzazione del problema oppure anche al ritrovamento di una soluzione e a nuove strategie da applicare. Anche in situazioni in cui la consulente non vede vie di uscita oppure si sente bloccata, è bene conoscere alcune tecniche di interrogazione.

Domande chiuse e aperte

Parlando di domande chiuse nell’ambito delle tecniche di interrogazione si intendono di solito le domande alle quali l’interlocutore può rispondere solo con “si” e “no” oppure con “non lo so”. Questa tecnica serve quando miriamo velocemente ad una determinata risposta.

E’ stato facile trovare il mio studio?”

“Le piacerebbe che prendessi nota delle possibili soluzioni di cui abbiamo parlato?”

Questa tecnica spesso non ci è di grande aiuto durante la consulenza. Non riusciamo a svelare abbastanza informazioni e non otteniamo dettagli dai genitori.

“Vostro figlio ha dormito bene stanotte?”

“Vostro figlio si è svegliato nel corso della scorsa notte?”

Ecco perché durante la consulenza si lavora spesso con le domande aperte. Alle domande aperte non è possibile rispondere solamente con un sì o con un no. Le domande aperte iniziano con un cosiddetto interrogativo: Chi, come, cosa, dove, da dove, con che cosa, in che modo ecc.

“Come ha dormito Suo figlio stanotte?”

“Quante volte si è svegliato Suo figlio stanotte?”

Attenzione alle domande che iniziano con “perché”, “per quale motivo” e “per quale ragione”.

Le domande che iniziano in questo modo possono venir percepiti anche come critica oppure giudizio.

La domanda “Perché mette Suo figlio a dormire in cameretta?”, posta in un altro modo, assume un tono diverso:

“Quali sono le riflessioni che La hanno spinta a far dormire suo figlio in cameretta?

La domanda “Perché non ha cercato aiuto prima di ora?”, se posta in quest’altro modo, non viene percepita come “attacco”: “Qual è il motivo per cui ha aspettato a cercare aiuto?”.

Domande ipotetiche

Le domande ipotetiche stimolano la fantasia e la ricerca di possibili alternative. Pongono inoltre il focus su eventuali soluzioni. Possiamo anche utilizzarle durante la consulenza per riconoscere dei bisogni.

“Cosa cambierebbe per Lei (per la famiglia) se anche Suo marito portasse i bambini a letto?”

Le risposte a fronte di una domanda possono essere varie e divergono spesso moltissimo. Ci forniscono informazioni su che cosa si nasconde dietro un determinato problema. In caso il cambiamento non fosse possibile (per esempio perché il marito torna sempre troppo tardi a casa), possiamo trovare insieme alla mamma delle strategie diverse per ottenere comunque quello di cui ha bisogno/quello che desidera.

„Se non allattasse più di notte, cosa cambierebbe? “

Domande miracolo

Questa tecnica di interrogazione si presta ad essere usata per esempio all’inizio della consulenza. In questo modo iniziamo con una domanda positiva e, tramite il desiderio che esprimono i genitori, possiamo farci un’idea di qual è il motivo per la consulenza e di che cosa non è apposto o diverso nella situazione attuale. Non si tratta di abbellire o di ignorare i problemi.

Si immagini di andare a dormire stanotte e al risveglio domani mattina si accorge che è successo un miracolo. Che cosa sarebbe cambiato? “

Qual è il primo miglioramento‘ Il secondo? Il terzo? “

Questa domanda è utilizzabile anche nei momenti in cui la conversazione si arrena e si ha la sensazione che i genitori non riescano ad uscire dai loro sentimenti/racconti negativi. Si supera così il momento in cui la situazione sembra essere senza speranza.

Domande peggiorative e worst case

Questa tecnica interrogativa può essere utile quando i genitori hanno paura davanti ad una nuova situazione e non hanno il coraggio di introdurre dei cambiamenti. Forse ci hanno già provato qualche volta, ma hanno fatto l’esperienza di essere „falliti“(secondo il loro punto di vista) con un bambino che piange. Per cui evitano certe strategie (nuove) per paura di finire in una situazione di impotenza.

„Cosa succederebbe, se Lei semplicemente non mostrasse più reazioni davanti al fatto che il bambino che deve dormire accende continuamente la luce? “

„E se non gli desse più il seno di notte? Cosa succederebbe? “

Con l’utilizzo di questa tecnica interrogativa scopriamo quali sono le paure dei genitori e quali sono gli scenari che loro si immaginano. Se conosciamo le paure e i sentimenti dei genitori ed essi vengono nominati, possiamo valutare nuove strategie ed azioni e i genitori contribuiscono così a gestire attivamente il processo.

Domande di autorizzazione

Quando chiediamo a qualcuno la sua autorizzazione, gli diamo la sensazione che la suo opinione è importante per noi e che ci stiamo parlando da pari a pari. Ovvero, diamo il buon esempio e mostriamo di avere rispetto dell’altro.

“Mi piacerebbe iniziare a farLe alcune domande organizzative. Va bene?”

Mi piacerebbe darLe un feedback in merito.”

“A questo proposito mi viene in mente un’idea un po’ inconsueta. Gliela posso esporre?”

“Mi piacerebbe darLe qualche informazione in merito al sonno di Suo figlio e parlare poi in seguito del Suo problema, se Lei è d’accordo.

“Mi piacerebbe riassumere quanto abbiamo detto, va bene?

Di solito partiamo dal presupposto che il nostro interlocutore, posto davanti a una di queste domande, non dica di “no”. Per far sì che non vengano percepite come parole vuote, è importante interpretare bene il linguaggio del corpo dell’altro. Se percepiamo nel linguaggio del corpo della mamma o del papà un “no” oppure sentiamo della resistenza, approfondiamo.

Esempio: “Mi ha appena guardato in maniera dubbiosa. Voleva aggiungere qualcosa? Oppure ci sono ancora delle domande aperte?

Domande di graduazione

Questo tipo di domanda è utilizzabile per esempio quando siamo preoccupati del fatto che la mamma e/o il papà ha/hanno esaurito le loro risorse di forza e abbiamo la sensazione che abbiano bisogno di aiuto in casa. Ma può essere anche utilizzato se non ci è chiaro quant’è alta la sofferenza della mamma/del papà. Con l’aiuto della graduazione anche i genitori hanno un’ulteriore possibilità di rivedere la loro situazione.

“Su una scala da 0-10: Quanto si sente impotente/sopraffatta/abbandonata in questa situazione con il Suo bebè?”

“Se dovesse indicare su una scala da 0-10 (energia zero fino ad energia massima) la Sua energia generale, quale sarebbe il numero che sceglierebbe?”

Domande relative alle eccezioni

Spesso i genitori descrivono i loro problemi con termini quali “sempre”, “continuamente” oppure “mai”. Se durante la consulenza chiediamo di descriverci eventuali eccezioni, mettiamo per un momento il focus su una possibile soluzione. Interroghiamo sui momenti in cui qualcosa ha funzionato oppure è stato completamente diverso dal solito e chiediamo anche come si è arrivati a quella eccezione. Facendo così, emerge la possibilità di riconoscere le strategie oppure le azioni che hanno portato a quelle “eccezioni”. In questo modo non vogliamo di certo negare i problemi veri, bensì sosteniamo il processo della ricerca della soluzione.

“Che cosa esattamente c’era di diverso nel giorno in cui ha funzionato?”

“Quali sono le persone determinanti per farlo funzionare?”

“Come si potrebbero ottenere più spesso queste giornate di eccezione?”

Qual è l’influenza che ha la domanda sul linguaggio del corpo? Qual è l’influenza della domanda relativa alle eccezioni sull’andamento della conversazione?

Domande circolari

Le domande circolari sono utili quando vogliamo osservare un problema da diversi punti di vista oppure quando abbiamo bisogno di altre informazioni. Si chiamano anche domande a 360 gradi. Nell’ambito della consulenza del sonno, ci aiutano a riconoscere fattori esterni e persone che possono eventualmente determinare la situazione. Questo tipo di domanda si usa spesso nella fase del chiarimento.

“Se io adeso chiedessi a Sua madre (a Suo marito) come risolverebbe la problematica del sonno con il piccolo Benni, cosa mi direbbe, secondo Lei?

Grazie al cambio di prospettiva che la madre assume, ha la possibilità di mettersi nei panni di un’altra persona (per esempio il papà). Impariamo qualcosa sulle opinioni, atteggiamenti ed eventualmente anche conflitti esistenti intorno alla madre. Se si tratta di atteggiamenti e idee molto controversi, abbiamo la possibilità di approfondire.

Questo metodo di interrogazione ci permette anche di allargare la prospettiva temporale.

“Si immagini di essere a casa stasera e di pensare: oggi la consulenza del sonno è stata veramente utile! Cosa dovrebbe avvenire ora durante la nostra conversazione?”

Domande coping / apprezzare e utilizzare risorse

Le domande coping pongono il focus sulle risorse disponibili e si orientano a possibili soluzioni. Anche in situazioni difficili oppure in caso di problemi gravi, ci sono sempre aspetti o fattori utili che possono aiutare a gestire il problema oppure a trovare delle soluzioni. Il vantaggio è che si fanno notare ai genitori i propri punti di forza nella gestione della vita quotidiana con il bambino. L’atteggiamento è positivo e i genitori si sentono apprezzati. Aiutiamo i genitori a distaccarsi e a vedere gli aspetti positivi.

Nonostante Suo marito sia in viaggio tutta la settimana e i Suoi genitori non vivano nelle vicinanze, è riuscita lo stesso ad organizzare per ottenere dell’aiuto e a frequentare questi corsi. Da dove prende tutta questa energia?”

A sentirLa raccontare della sua vita quotidiana stressante mi chiedo: dove sono le isole di tranquillità e le possibilità di rifornire la Sue riserve di energia? Le viene in mente qualcosa?”

“Che cosa serve per garantire che tutto fili liscio?”

“Quali delle sue capacità sono particolarmente preziose in tutto questo? E che cosa fa per sentirsi meglio?”

“Sono contenta che Lei abbia seguito il suo istinto e che abbia intuito qual è la cosa giusta per il suo bambino”.

“E’ veramente ammirevole che sia riuscita a rimanere tranquilla in questa situazione (di vita) difficile e che abbia continuato ad allattare.”

“E’ fantastico che la vicina si offra di aiutarLa alcune ore al giorno con Sua figlia. Si vede che Le vuole bene.

Ma non solo abbiamo la possibilità di apprezzare una risorsa, bensì possiamo anche appoggiare i genitori nel trovare nuove valutazioni relative al loro problema. Si cerca un nocciolo positivo intrinseco al problema. I genitori non vengono sminuiti nel loro agire, bensì riconoscono quali risorse attive e positive si nascondono nel comportamento problematico.

“Posso capire che i ripetuti disturbi notturni siano veramente stressanti per Lei. Ma si può immaginare per quale motivo è fondamentale per un bebè talmente piccolo che Lei gli dia la Sua attenzione?

Supponiamo che tutti i genitori abbiano in mente solo il bene del loro bambino e che le loro azioni adoperate fin ora nascano da intenzioni positive. Noi vogliamo dimostrare il nostro apprezzamento relativo a queste intenzioni positive.

Trovare la soluzione

Una volta individuato insieme ai genitori il vero problema, siamo già un po’ più vicini al traguardo, ovvero alla soluzione. Certo, i passaggi non sono inequivocabilmente definiti e può darsi che dobbiamo di tanto in tanto porre nuove domande per chiarire aspetti a cui prima non avevamo prestato attenzione.

Nella fase successiva ci occupiamo poi del quesito: di che cosa hanno bisogno i genitori per raggiungere il loro traguardo? Quali risorse ci sono e come possono essere attivate dai genitori nel miglior modo possibile? “I traguardi” possono divergere molto di volta in volta. Ogni consulenza è diversa: le consulenze possono essere molto complesse oppure di facile soluzione per i genitori. Magari i genitori cercano solo la conferma che il loro comportamento nei confronti dello sviluppo del bambino sia corretto: “Ho fatto tutto correttamente?” Oppure serve un chiaro cambiamento delle abitudini di sonno, lo svezzamento notturno oppure la possibilità per la mamma di avere qualche volta anche un po’ di tempo per sé stessa.

A questo punto è utile fornire informazioni. I genitori sono spesso insicuri, non sanno come comportarsi, che cos’è corretto e soprattutto che cos’è “normale” o preoccupante. Vengono influenzati da opinioni, valori e abitudini propri e altrui. Chiedono la consulenza anche per sapere con sicurezza che cosa si possono aspettare dal bambino e che cosa no. A volte le loro esperienze e situazioni non combaciano con quanto si può trovare su internet oppure nei libri.

Ora sei tu l’esperta. Sta a te decidere in questa situazione quali sono le conoscenze tecniche utili sia per il processo che per i genitori. L’importante è che controlli sempre se dai le indicazioni piuttosto sotto forma di informazioni oppure sotto forma di consigli.

Se dai un consiglio usi parole quali:

“Se usate queste parole, la reazione sarà quasi sicuramente quella di rifiuto.”

Potremmo, per esempio, introdurre informazioni ricorrendo alle domande di autorizzazione oppure comunicare le nostre conoscenze, lo stato attutale degli studi scientifici oppure le opinioni degli esperti usando delle formulazioni generiche.

Anche il dosaggio delle informazioni è importante. Deve essere sempre adeguato all’argomento e gestibile. Si sconsigliano lunghi monologhi. Anche in questo contesto è importante badare al linguaggio del corpo ed eventualmente accertarsi che l’informazione venga recepita bene.

Potrebbe anche darsi che ora sia il momento idoneo per fare delle proposte. Attenzione! Non tutte le proposte vengono accolte e ci possono essere anche delle obiezioni. Noi, queste obiezioni, le accettiamo. Possiamo incoraggiare i genitori a dirci chiaramente che cosa è accettabile per loro e che cosa invece non è immaginabile.

Come ci rendiamo conto di aver fatto le proposte sbagliate?

A volte non abbiamo un’idea chiara di quale potrebbe essere la cosa giusta per i genitori. Oppure, può capitare che siamo troppo presi a riflettere su che cosa potrebbe essere d’aiuto per i genitori che perdiamo di vista possibili soluzioni adatte ai genitori e la loro realtà.

In quei casi, possiamo osservare che i genitori si appoggiano comodamente sullo schienale della loro sedia, perdono il contatto visivo e guardano ripetutamente il pavimento oppure il tavolo. Le loro frasi iniziano con “Si, ma…” oppure rispondono in modo piuttosto “tiepido” che “faranno una prova” attenendosi a questo o quell’altro suggerimento oppure contribuiscono sempre di meno alla conversazione. Inoltre si può notare che il linguaggio del corpo non corrisponde alle risposte date. In caso ci siano entrambi i genitori, capita che il papà guardi con sguardo interrogativo la mamma o viceversa.

Tu, in qualità di consulente, noterai un incremento di tensione. Bamberger lo descrive in questo modo: “…seduta sullo spigolo della sedia, tesa come un candidato all’esame, iperattiva come un criceto, predicante in modo dogmatico come un missionario che cerca di convincere in maniera invadente come fosse un venditore ambulante.” In quel caso è importante che fai un passo indietro. Magari si tratta di un problema tuo, hai dato un consiglio nato dalla tua esperienza personale e non ti sei concentrata del tutto sulla situazione dei genitori.

Possiamo comunicare le nostre osservazioni:

Ricorrendo alle seguenti domande puoi verificare nuovamente se le soluzioni indicate sono adatte:

Altri genitori non hanno bisogno di proposte bensì giungono alla soluzione grazie ai propri racconti. In tal caso vorrà dire che hai dato loro la possibilità di riflettere circa le possibilità di agire e le loro risorse in un ambiente protetto.

La forza della parole

Tutti sappiamo che le parole sono ben più di un susseguirsi di singole lettere. Le parole suscitano in noi delle immagini. Determinate parole sono connesse con determinati sentimenti. Questi sentimenti possono essere diversi per ognuno di noi, a seconda delle esperienze fatte. Le parole e il loro significato ci possono dare forza e ci possono motivare oppure deludere e paralizzare. Possono rinforzare ma anche smorzare i nostri sentimenti.

C’è una bella differenza tra le parole….

Parole che possono destare sentimenti negativi:

Parole che indicano un problema:

Parole poco chiare:

Scopri cosa possono evocare le seguenti parole in te:

Lista delle parole positive dalla A alla Z

gradevole, riconoscere, attivamente, incantevole, euforico, chance, imparare, permesso, sensibile, rallegrarsi, amichevole, esserci l’un per l’altro, carino, presente, umoristico, speranza, intelligente, soffermarsi, gioiello, certamente, abbracciare, prezioso, lasciare, amorevolmente, raggio di luce, coraggioso, vivace, curioso, nuovo, orientamento, aperto, pausa, potenziale, risorsa, roseo, rispettoso, protezione, sicuro, sognare, consolazione, vacanze, lussureggiante, responsabilità, riconciliazione, lungimiranza, crescere, yes!, tenero, affidabile, volto verso

Ich hab hier z.B. eine Liste an positiven Wortern auf Italienisch im Internet gefunden:

https://scienzanewthought.wordpress.com/tag/dizionario-delle-parole-positive/

Se durante la consulenza ci rendiamo conto del potere delle parole e stiamo attenti alla scelta delle parole che usiamo, possiamo influenzare la motivazione, la speranza e la fiducia con la quale i genitori tornano alla loro vita quotidiana.

Realizzazione

In questa fase della consulenza si tratta di realizzare concretamente dei traguardi ovvero dei traguardi parziali. Si tratta di scoprire come i genitori vogliano gestire il cambiamento. Se nelle fasi precedenti si trattava piuttosto di idee oppure di possibili azioni, ora i genitori elaborano un piano concreto. La cosa importante in questa fase è che i traguardi siano raggiungibili a piccoli passi. Noi appoggiamo i genitori incoraggiandoli e dando loro conferma. A volte, quando pensano alla concreta realizzazione, i genitori prevedono ostacoli o rischi di cui possiamo parlare insieme a loro. Per far sì che i genitori si assumano la propria responsabilità per il loro comportamento, è consigliabile lasciare che siano loro stessi a formulare e a ricapitolare il piano. Anche qui possiamo – se necessario – intervenire con ulteriori informazioni e proposte. Queste però, andrebbero sempre anche confermate oppure scartate dai genitori.

“Ora, quali sono i punti fondamentali che vi convincono concretamente?”

Madre: “L’idea del nido sicuro mi piace. Nel corso delle prossime 2-3 settimane proverò semplicemente a sdraiarmi nel letto vicino al mio bebè. Ho ancora un po’ troppa paura del lavoro che mi si accumula in casa.”

Papà: “Io, in quel periodo, porterò a dormire il fratello grande e cercherò di vedere come aiutarti in casa.”

A questo punto andrebbe anche fissato il quadro temporale. Quanto tempo serve ai genitori/al bambino per il cambiamento? Cosa fanno se la cosa funziona? Cosa succede invece se non funziona?

Inoltre, in questa fase si stabilisce anche come rimanete d’accordo con i genitori per la fase post consulenza: tu o i genitori vorreste ricevere un feedback dopo un determinato lasso di tempo? Se sì, in che forma? (Scritto, per telefono, un nuovo incontro?)

Ci sono dei testi che possono aiutare i genitori e che ti piacerebbe inviare loro? Avete accennato anche ad eventuali altri esperti che potrebbero servire (link, rinvio a qualche collega)?

Segnati i traguardi parziali di cui avete parlato per un prossimo colloquio e fai – in poche frasi – il riassunto della consulenza effettuata. In questo modo puoi accertarti che sia tu che anche i genitori uscite dall’incontro con le stesse informazioni.

“Le mando in seguito l’indirizzo di una consulente di allattamento nelle Sue vicinanze. Forse Le va di contattarla”.

“Sono curiosa di sapere come andrà con la realizzazione delle azioni decise. Mi farebbe piacere se nel corso della settimana prossima mi scrivesse brevemente come va. “

4. Assicurazione qualità

Facendo il lavoro di consulente è importante che ti rispecchi continuamente, che aggiorni le tue conoscenze e parli con altri.

Soprattutto se lavori come libera professionista, a volte non hai la possibilità di confrontarti con altre colleghe.

Quali sono le indicazioni in termini di assicurazione qualità date da 1001nanna®?

Leggere le newsletter

Leggere i nuovi testi a disposizione su dropbox

Si consiglia di rivedere regolarmente i documenti (per esempio una volta l’anno)

Come posso controllare o addirittura migliorare la qualità delle mie consulenze?

Riflessione

Nel linguaggio quotidiano, il termine “riflessione” significa “pensare deliberatamente”. Si tratta di vedere una situazione in modo dettagliato e descriverla con il senno di poi. Questo ci dà la possibilità di imparare dalle consulenze del passato e di migliorare continuamente le nostre prestazioni.

Con “autoriflessione” si ‘intende di solito la riflessione deliberata di una persona su di se stessa. In qualità di esseri umani possediamo un’autocoscienza. Siamo in grado di osservare le nostre azioni e di riflettere su di noi stessi. Gli esseri umani sono in grado di riflettere, ma non lo fanno sempre. Ci sono anche persone che riflettono troppo su se stessi. In questi casi, l’autoriflessione non è solo utile. Vedere solo le cose negative oppure gli errori, può ostacolare la capacità di agire. Al contrario, persone che sono molto convinte di se stessi, possono considerare poco importante l’autoriflessione. Facendo così perdono l’opportunità di imparare dai proprio errori e di migliorare il proprio comportamento.

Per questo motivo è importante esercitarsi regolarmente nella riflessione. Si tratta di osservare e di giudicare il proprio agire e le proprie azioni il più concretamente possibile. Non basta catalogare il tutto semplicemente in “positivo” o “negativo”. Per migliorare le nostre azioni dobbiamo osservare più profondamente: che cosa abbiamo fatto o detto quando, come e perché?

Il modello seguente rappresenta una possibilità di riflettere sulle diverse sfaccettature di una consulenza del sonno.

Il fiore della riflessione

Gambo e foglie (sentimenti)

Per aumentare il tuo vocabolario relativo ai sentimenti, trovi in allegato una tabella con possibili sentimenti. (Tabella 1)

Foglie del calice (il mio atteggiamento)

Petali (quel che emerge durante la consulenza)

Stami (il linguaggio)

Riflessione semplice

1001nanna®

© 1001nanna® Italia · Gioia Quattroventi · Tutti i diritti riservati
Documento riservato — vietata la riproduzione